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Covid, tre anni dopo. Il tributo al personale sanitario

Covid, tre anni dopo. Il tributo al personale sanitario

Il 20 febbraio 2020 la scoperta del “paziente 1” che aprì ufficialmente l’emergenza pandemica anche in Italia

Sono passati 3 anni da quando, con la scoperta del primo paziente ufficialmente positivo al tampone Covid, il 38 enne lombardo di Codogno Mattia Maestri subito ribattezzato “paziente 1”, prese il via anche in Italia quella che sarebbe entrata nella storia come “emergenza coronavirus”.
Una situazione che ha pesantemente condizionato la vita del pianeta per oltre due anni, con la progressiva endemizzazione del virus che ha portato oggi alla convivenza con il Sars-CoV-2. E soprattutto una pandemia che ha lasciato alle sue spalle una lunghissima scia di morti ma anche di persone che hanno messo a repentaglio la propria vita per il benessere di tutti.
In primis, il personale sanitario, al quale, proprio per questi motivi, è stata istituita il 13 novembre 2020 una giornata nazionale, in una data simbolica per il Covid. Una cerimonia, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con uno slogan semplice ma di assoluto significato: “Insieme per garantire la salute di tutti”.
“Oggi è una giornata particolare – ha ricordato il ministro della Sanità Orazio Schillaci – Iniziava la paura, la pandemia che vide in prima linea i professionisti sanitari e sociosanitari alle prese con un nemico terribile, sconosciuto, che ha causato purtroppo molte perdite. Alla luce di quanto accaduto considero indifferibile – ha continuato- mettere in atto tutte le iniziative necessarie a tutelare l’incolumità del personale sanitario . Occorre una riorganizzazione della sanità pubblica, con al centro la persona e con un’assistenza territoriale più forte”.

Il sacrificio dei sanitari e la giornata 2023

In occasione della ricorrenza sono stati ricordati gli spaventosi numeri di decessi e infezioni riportate dai professionisti sociosanitari in Italia dall’inizio della pandemia. Nelle prime due fasi del contagio, quando scarseggiavano anche i più elementari dispositivi di protezione, a perdere la vita sono state 500 persone appartenenti alle varie categorie sanitarie.

medico covid
Nel frattempo, il totale di operatori contagiati che è arrivato a 474 mila. Perché se, dopo l’arrivo dei vaccini, il Covid ormai uccide molto meno e anche i casi più gravi sono diventati l’eccezione, sono pur sempre ancor oggi tra 5 e 8 mila ogni mese i medici, gli infermieri e gli iscritti ai vari ordini professionali del settore che vengono contagiati dal virus.
È a loro, e a tutti i volontari che si sono spesi in prima linea, che è stata dedicata la cerimonia organizzata alla Pontificia Università San Tommaso D’Aquino di Roma.
Ma il ricordo ha coinvolto, attraverso il presidente della Croce Rossa, Rosario Valastro, anche le località-simbolo della pandemia in Italia, come la già citata Codogno, ma anche la bresciana Calvisano (dove morì il primo volontario della Croce Rossa, il 49 enne Fausto Bertuzzi) e la veneta Vo’ Euganeo.

Covid: come tutto cominciò

Nel piccolo comune del Padovano, il 21 febbraio 2020, si registrò infatti il primo decesso ufficialmente attribuito al coronavirus: quello del 78 enne Adriano Trevisan. Il paese fu subito blindato, con la seguente decisione del presidente della Regione, Luca Zaia, di sottoporre a tampone tutti i circa 3500 residenti nel territorio comunale.

covid
E se a Codogno, il 23 febbraio, scattò la prima “zona rossa” d’Italia, nella stessa giornata il Veneto emise la prima ordinanza, valida per una settimana, che impose in tutta la regione le prime “straordinarie misure per il contenimento adeguato per contrastare l’evolversi della situazione epidemiologica”.
In pratica, oltre all’introduzione di misure igieniche che in breve tempo divennero la normalità, si chiusero le scuole e i musei e si sospesero attività sportive e viaggi d’istruzione, ma soprattutto le “manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi in luogo pubblico o privato, sia in luoghi chiusi che aperti al pubblico”. Compreso il Carnevale di Venezia, che perse il suo gran finale.

L’escalation del 2020

Un’idea della portata della pandemia, insomma, si ebbe fin dalle prime ore.
Nella Città Metropolitana di Venezia, per esempio, partirono subito gli interventi di igienizzazione dei mezzi pubblici di Actv e Atvo.

covid
La Regione Veneto tranquillizzò invece immediatamente sulla possibilità di trasmettere il virus attraverso gli alimenti.
In vista della scadenza della prima ordinanza regionale, vi fu inizialmente anche qualche segnale di ottimismo, da parte del presidente del Veneto Zaia, poi, però, iniziò la vera e propria escalation.
L’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmò un Dpcm che creò una “zona arancione” in Lombardia e in alcune province di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Marche.

zona rossa Decreto Natale Conte
zona rossa Decreto Natale Conte


La limitazione territoriale durò pochissime ore, perché già il 9 marzo un nuovo decreto di Palazzo Chigi istituì il primo lockdown d’Europa su tutto il territorio nazionale. Una misura che, però, non impedì di portare le strutture ospedaliere vicine al collasso di fronte all’escalation di ricoveri e di morti.
Con i sanitari sempre “al fronte” per combattere il virus.

Alberto Minazzi

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