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Coronavirus. Aifa dà via libera alla cura con monoclonali.

Coronavirus. Aifa dà via libera alla cura con monoclonali.

Il Veneto parteciperà alla sperimentazione

Anche in Italia, come negli Stati Uniti, in Germania e in altre regioni europee, si potranno iniziare a usare gli anticorpi monoclonali per la terapia contro il coronavirus.
L’importante notizia, sul fronte della strategia sanitaria contro il Covid-19, è stata data dalla fonte italiana più autorevole in materia: il presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, Giorgio Palù.

Gli anticorpi monoclonali

“Il Consiglio d’amministrazione di Aifa – ha annunciato Palù – ha approvato ieri, su mia indicazione, l’uso delle monoclonali. E il ministro stamattina ha autorizzato la ricerca”.
Sarà dunque avviato un progetto di ricerca, in cui si confronteranno i prodotti di “Eli Lilly” e “Rigeneron”, che hanno avuto il via libera negli Stati Uniti dalla Fda, mentre non è arrivato l’ok in Europa di Ema. Il progetto, ha aggiunto Palù, è aperto, con la possibilità di aderire entro una settimana. E il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha confermato che il Veneto parteciperà alla sperimentazione.

Zaia e Palù conferenza stampa 15 gennaio 2021
Il presidente Aifa Giorgio Palù e il presidente della regione Veneto Luca Zaia

“Gli anticorpi monoclonali – ha dichiarato il presidente di Aifa – saranno una risorsa per la cura a casa dei pazienti infettati dal Covid-19. Ricordo però che si tratta di antivirali, che sono quindi efficaci se dati entro le prime ore dall’esordio dei sintomi, per cui vanno somministrati presto”.

AstraZeneca: verso l’ok dell’Ema entro il 29 gennaio

La valutazione dell’autorità europea del farmaco Ema sul vaccino AstraZeneca, terzo prodotto contro il Covid-19 che potrebbe essere utilizzato nel continente dopo quelli di Pfizer-BioNTech e Moderna, è attesa per il 29 gennaio. “Penso che l’Ema – ha commentato Palù – darà il suo ok per quella data, se non prima. Credo infatti che, insieme alle valutazioni scientifiche, saranno seguite sia le esigenze etiche che il principio di beneficienza. Anche perché, in questo momento, abbiamo bisogno anche di un altro vaccino. E AstraZeneca è l’unico che al momento può arrivare rapidamente e cambiare le cose”. Nel piano di 202 milioni di dosi previsto dal commissario per l’emergenza Arcuri, ben 41 milioni, in Italia, sono di questo tipo di vaccino. Che, tra i vari vantaggi, presenta il costo molto inferiore e la non necessità del rispetto di una rigida catena del freddo.

L’iter di AstraZeneca

Il presidente di Aifa ha spiegato i motivi dei ritardi dell’approvazione del vaccino sviluppato a Oxford, legati soprattutto alla richiesta di un’implementazione delle indagini. Ciò è stato dovuto soprattutto al riscontro di una situazione, nata per errore, che Palù ha definito “inspiegabile”. Ovvero il fatto che l’efficacia per prevenire i sintomi della malattia è passata dal 60-65% al 90% in caso della somministrazione di una prima dose dimezzata. “I dati di letteratura pubblicati – ha spiegato Palù – dicono che sembra che questo vaccino abbia un‘efficacia inferiore a Moderna o Pfizer. Ma, d’altro canto, sembra anche che protegga al 50% anche dall’infezione e mostri un forte richiamo alla risposta anche nei casi in cui la seconda dose sia posposta.

Vaccini e varianti

Il professor Palù ha poi rassicurato riguardo all’efficacia dei vaccini sulle varianti del virus. “Le varianti – ha premesso – sono un logico evento di qualsiasi virus, in particolare di quelli rna. Ma possiamo dire che i vaccini anti-Covid sono ancora efficaci: le varianti sono neutralizzate dagli anticorpi, perché si tratta di molecole molto grandi”.
Questo vale sicuramente per la cosiddetta variante inglese, che, ha spiegato il presidente di Aifa, “presenta 20 mutazioni del genoma di Wuhan, 8 delle quali relative al bersaglio degli anticorpi forniti dal vaccino, ma solo 2 delle quali importanti”. Per la variante sudafricana, invece, le sperimentazioni, proprio di AstraZeneca, su una ventina di soggetti “sembra che ci vogliano titoli più importanti di vaccino per neutralizzare il virus”.

Mortalità e letalità del Covid

Palù ha infine riportato alcuni dati su mortalità e letalità del Covid-19. “La mortalità per questa causa – ha detto – è lo 0,05%, nemmeno lontanamente paragonabile a quella delle malattie infettive nei Paesi di sviluppo, né abbiamo ancora raggiunto la mortalità di aids e tubercolosi”.
Il discorso cambia di poco riguardo alla letalità, misurata su quante persone sono state realmente infettate, cioè che hanno prodotto gli anticorpi.
“Sulla base degli studi di sieroprevalenza fatti in Cina, Stati Uniti, Germania e Islanda si può calcolare che oscilli tra lo 0,25 e lo 0,5%”. E se il Veneto paga un tributo minore rispetto alle altre regioni, oltre alle ragioni sociologico-demografiche, Palù ha sottolineato un’altra ragione di differenziazione ad esempio dalla Lombardia: l’avere una sanità territoriale, con presidi che non sono stati smantellati. “Pur essendo questa seconda fase preponderante rispetto alla prima – ha concluso – non si è mai arrivati alla saturazione delle terapie intensive. La letalità da Covid si lega invece all’età media dei pazienti, che si attesta a 81 anni, cioè i soggetti più gracili”.

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