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Mose: pericolo scongiurato a Venezia. Si replica a New York

Mose: pericolo scongiurato a Venezia. Si replica a New York

Due ingegneri italiani contribuiranno a portare oltre oceano l’esperienza maturata nella realizzazione delle barriere mobili che proteggono la Laguna dalle acque alte

Avrebbe potuto essere una di quelle giornate finite nella memoria storica delle acque eccezionali a Venezia.
L’acqua alta che il 4 novembre 1966 ha toccato sul medio mare i 194 centimetri. Oppure quella del 12 novembre 2019, quando il vento diminuì giusto in tempo per fermare l’acqua a 187 cm, quando le previsioni aggiornate in tempo reale ipotizzavano un possibile superamento dei 2 metri.
O peggio ancora, anche se pochi ne sono resi conto, quella del 22 novembre 2022:  alla bocca di porto del Lido, l’acqua raggiunse i 204 cm. Ma Venezia non fu sommersa.
Perché a salvarla sono state attivate le barriere mobili del Mose.
Che oggi hanno nuovamente evitato il peggio.
Se, infatti, il mare esterno, alla bocca di porto del Lido, ha toccato i 148 cm, in città, a Punta della Dogana, di fronte a piazza San Marco, non si sono invece superati i 72 centimetri.
L’esperienza di Venezia potrà adesso contribuire a salvare anche New York.

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L’uragano Sandy e la grande paura a New York

Se una città come Venezia da secoli deve gestire la convivenza con l’acqua alta, ricorrono in questi giorni, esattamente il 29 ottobre, gli 11 anni dall’evento che ha sconvolto la “Grande Mela” statunitense, spingendo le autorità locali ad attivarsi seriamente per trovare una soluzione al problema delle inondazioni.
Con una sintesi tanto semplice quanto efficace, l’uragano Sandy, con le sue raffiche di vento a 144 km l’ora, fu definito “The Storm”, ovvero “la tempesta” per i devastanti effetti prodotti a New York. Ovvero blackout, edifici crollati, decine di vittime.
E allagamenti, legati a un innalzamento dell’oceano Atlantico di 4 metri.

Il Mose americano attivo dal 2028

Da allora, nella grande città americana si sono cominciate a discutere le varie ipotesi per fronteggiare quello che, con l’innalzamento del livello delle acque terrestri, rischia di essere un problema destinato a ripetersi sempre più negli anni a venire.

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La logica statunitense è tale che, tra le soluzioni prese in considerazione, c’è stata anche quella di spostare l’intera città di 150 km. Al tempo stesso, gli esperti hanno iniziato a valutare anche le grandi opere di potenziale interesse attive in tutto il mondo.
Così, tra le chiuse olandesi e le grandi dighe sul Tamigi, a Londra, e a San Pietroburgo in Russia, si è individuata come migliore la tecnologia italiana del Mose.
Ed è partito un percorso con tempi. Perché l’obiettivo è quello di avere le paratoie attive entro il 2030. E prima ancora, nel 2028, di attivare lo stesso sistema a Galveston, davanti a Houston, per cui il Governo ha già fatto lo studio di fattibilità.

Gli Usa chiamano Venezia per proteggersi dal mare

È proprio in tale prospettiva che due degli ingegneri coinvolti nello sviluppo del sistema di paratoie nella Laguna veneziana e che ora lavorano per esportare le relative tecnologie, stanno mettendo a disposizione la propria esperienza. Si tratta di Massimo Ciarla, collaboratore da Washington dell’associazione no profit per lo sviluppo sostenibile e solidale Wigwam, e di Giovanni Cecconi, già direttore del Mose.
Cecconi raggiungerà a novembre la capitale statunitense, trasferendosi poi anche in Texas e Florida, per promuovere uno scambio di esperienze e consulenze specialistiche alle ditte americane impegnate a proteggere la costa dalle inondazioni.
I Mose statunitensi – spiega Cecconi – potranno trarre ispirazione da quello veneziano. E stiamo lavorando guardando anche a quello che potrà avvenire tra 50 anni”.

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Venezia laboratorio perfetto

La tecnologia italiana del Mose, del resto, sta richiamando grande attenzione in tutto il mondo.
La realizzazione delle barriere idrauliche mobili di Venezia, lunga e travagliata, ha permesso infatti di accumulare sul campo un livello di esperienza che, adesso, consentirà di ottimizzare i tempi. E di gestire meglio il problema del deterioramento e della corrosione delle infrastrutture subacquee.
Il tutto a costi ritenuti complessivamente “economici” nell’ordine di grandezza americano.
Negli 11 miliardi di dollari spesi per il Mose ne rientrano infatti 6 in opere correlate per la salvaguardia dell’ecosistema lagunare.

Mose, Bocca di Porto di Malamocco
Mose, Bocca di Porto di Malamocco

“L’80% della popolazione statunitense – ricorda Cecconi – vive sulla costa e la difesa costiera, dalle barriere mobili alla protezione delle spiagge, è un grande volano. Con Venezia che viene vista come laboratorio perfetto e modello da seguire per la difesa e la vita a contatto con la natura”.

I “must” del Mose visto da oltre oceano

L’interesse internazionale per il Mose, secondo Cecconi, si basa principalmente su tre punti: la sua eleganza, il fatto che sia stato realizzato in una realtà come Venezia e soprattutto quello che si tratta di un progetto integrato.
“Cercano da noi – conferma – consigli per vedere il problema della difesa in maniera complessiva e integrata. E la lezione che possiamo dare loro è quella legata al fatto che qui abbiamo proceduto in maniera adattativa”.
Se confrontate con le altre opere di protezione realizzate nel mondo, le barriere mobili veneziane appaiono inoltre le più moderne, le più competitive dal punto di vista dell’innovazione progettuale e soprattutto le uniche con paratoie a totale scomparsa sul fondale.
Un aspetto determinante, questo, pensando a una realtà come New York, in cui il sistema dovrà essere calato in un contesto urbano complesso e non modificabile, impattando al tempo stesso il meno possibile anche dal punto di vista esteriore.

Alberto Minazzi

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