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Alluvioni e siccità, Rinaldo: “Due facce della stessa medaglia”

Alluvioni e siccità, Rinaldo: “Due facce della stessa medaglia”
Andrea Rinaldo, Premio Nobel per l'Acqua 2023 @Unipd

Il “Nobel per l’acqua”: “Bisogna conoscere i territori e adattarsi: gli eventi diventeranno sempre più frequenti”

Dopo lunghi mesi di emergenza-siccità in gran parte del Paese, il maltempo che ha imperversato sull’Emilia Romagna ha messo l’Italia di fronte al problema opposto: le esondazioni dei fiumi e le alluvioni.
Una situazione che, però, è solo apparentemente contraddittoria.
“Si tratta assolutamente delle due facce della stessa medaglia”, conferma Andrea Rinaldo, professore ordinario di Costruzioni idrauliche all’Università di Padova e fresco primo italiano nella storia a vedersi assegnare per i suoi studi sul rapporto tra reti fluviali, popolazioni e salute lo “Stockholm Water Prize”, ribattezzato anche “Nobel per l’acqua”.
Si tratta del premio più prestigioso al mondo per gli studi sulla risorsa idrica, che sarà consegnato a Rinaldo il prossimo 23 agosto nella capitale svedese, alla presenza di Re Carlo XVI.

Siccità e alluvioni, il frutto dei cambiamenti climatici

La “medaglia” a cui si riferisce il professore, ovvero la situazione di fondo che ha portato al susseguirsi di eventi diversi ma non per questo meno impattanti sul territorio, ha un ben preciso nome: cambiamento climatico.
Quel che fa riflettere e preoccupa – spiega Rinaldo – è la vicinanza della tragedia vissuta in Emilia Romagna con la precedente preoccupazione per la siccità. Un caso? Sfortuna? La risposta è assolutamente no. Di fondo, infatti, c’è una preoccupazione stabile e destinata a durare legata alla contingenza. Perché il cambio del clima, effetto innegabilmente antropico, è su di noi e dobbiamo attenderci che gli eventi estremi diventino sempre più frequenti e sempre più intensi”.

alluvioni e siccità

 

Acqua: le due alternative per rispondere ai cambiamenti climatici

Andrea Rinaldo, dunque, suggerisce quelle che sono le 2 alternative astrattamente possibili per minimizzare gli effetti di questi eventi.
“La prima è risolvere il problema alla radice, ovvero ridurre l’emissione di gas serra in atmosfera. Certo, si tratta di una soluzione di lungo periodo e che soprattutto non possiamo mettere in campo da soli. Ma – prosegue Rinaldo – bisogna comunque tentare di farlo, perché, dalle concentrazioni delle sostanze in atmosfera alla perdita di biodiversità tutti gli indicatori sono rilevanti nel senso della necessità di un intervento.
Siamo in presenza di quello che si definisce “diagramma a mazza da hockey”, in cui la situazione, piatta per millenni, in questo secolo è salita vertiginosamente. E questo non può non preoccupare”.

Adattarsi nel breve periodo conoscendo i territori

La seconda strada da percorrere, per l’idrologo veneziano, è quella dell’adattamento attraverso la messa in campo di soluzioni per fronteggiare anche nel breve periodo le possibili criticità.
“Va fatto – illustra – un ripensamento luogo per luogo, perché dobbiamo dimenticarci le condizioni che si sono presentate dalla seconda guerra mondiale in poi, quando si è iniziato a dire che era stata raggiunta la tregua con la natura”.
L’idea di adattamento, precisa il professore, non è quella di cercare soluzioni generali ai problemi. “Gli interventi devono tradursi in soluzioni puntuali per ricucire la difesa idraulica dei singoli territori, partendo dalla conoscenza approfondita di come è fatto ognuno di loro e poi studiando le misure in modo che si adattino al meglio alla natura delle realtà specifiche. In tal senso, personalmente ho grande fiducia”.

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Le soluzioni per l’Emilia Romagna

In tal senso, Andrea Rinaldo cita quindi un esempio visto nelle recenti giornate in Romagna. “Mi ha molto colpito – ammette – quanto fatto dalla Cooperativa Braccianti di Ravenna, che ha sacrificato i propri terreni, allagandoli, per salvare la città. Quando dico “adattarsi”, questo è esattamente ciò che intendo. Per la Romagna non si può pensare adesso a soluzioni radicali o definitive, quanto piuttosto cercare di far sì, attraverso opere anche microscopiche come i “fusi”, che sia l’uomo a decidere dove rompere gli argini dei fiumi, per deviare l’eccesso d’acqua dove ha scelto”.
Anche perché, conferma, non era del tutto imprevedibile, ciò che è avvenuto in quelle zone.
“Il concetto di “aspettarsi” questo evento – chiarisce Rinaldo – va precisato. Il rapporto Ispra di qualche anno fa sulla mappa del rischio idraulico in Italia individuava proprio queste zone col colore di pericolo più alto. Quindi sapevamo tutti che questa situazione poteva essere particolarmente rischiosa. Poi, va detto, l’intensità dell’evento è stata davvero eccezionale, rendendo inefficaci quasi 80 anni di misure ben fatte, perché l’Emilia Romagna ha una buona tradizione in questo campo”.

Il piano del Veneto

Un’altra regione che, dal punto di vista idraulico, è all’avanguardia è proprio quella del professore: il Veneto, che di recente si è dotato di un apposito piano.
“Il Veneto – commenta Rinaldo – è sempre stato attento e ha fatto scelte importanti e fatte bene. Penso per esempio a Vaia, quando si decise di chiudere bottega quando le previsioni annunciavano tempesta e questo ha salvato molte vite. E poi sono state già fatte molte opere, anche se va detto che la situazione non è mai stata disperata, visto che finora è piovuto meno e una cassa di espansione non è ancora mai stata messa in funzione”.
“Ciò nonostante – prosegue il Nobel per l’acqua – nemmeno il Veneto può chiamarsi fuori: la criticità resta e soprattutto i grandi corsi d’acqua vanno tenuti sotto attenzione”. Riguardo al piano, Rinaldo apprezza il fatto che si siano messi insieme aspetti tra loro assai diversificati. “È stata una mossa intelligente allargare il ragionamento per esempio anche al cuneo salino, l’estremo opposto delle alluvioni, perché gli eventi estremi riguardano tanto la scarsità che l’abbondanza d’acqua”.

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Il Fiume Po

“E poi – conclude- è interessantissimo che per la prima volta, nel ripensamento generale, si sia ragionato seriamente anche di desalinizzazione. Un tema che conosco bene, visto che ho approfondito la situazione di Israele: un Paese dal clima tra l’arido e il semi-arido, che riesce però addirittura a esportare acqua potabile in Giordania”.

Le prospettive dell’acqua in Italia

Anche la nomina di un esperto veneto come Nicola Dell’Acqua a commissario nazionale, per Rinaldo, “è un riconoscimento per come si sia lavorato bene, qui. La persona, in questo caso, è infatti espressione di una cultura che nasce in questi territori”.
Il livello di cultura idraulica, comunque, è per l’idrologo in generale buona in tutta Italia, sia a livello centrale che nelle varie regioni.
“Certamente – guarda in prospettiva – non bisogna abbassare la guardia e concentrarsi sulla conoscenza puntuale delle situazioni critiche per trovare le giuste mitigazioni. Sempre senza dimenticare che le opere vengono progettate con un tempo di ritorno. Nell’immaginario collettivo, si immagina che anche gli eventi estremi abbiano una scadenza, ma non è così. Un evento può non essersi prodotto per un centinaio di anni, presentarsi oggi, domani e dopodomani e poi basta per altri mille anni. È solo un’attesa statistica e, in quanto tale, non può essere precisa”.

Alberto Minazzi

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