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Acqua: il paradosso italiano e il nuovo ruolo delle acque reflue

Acqua: il paradosso italiano e il nuovo ruolo delle acque reflue

Dal 2023 in vigore il nuovo regolamento europeo

La siccità, in questi giorni, è sotto gli occhi di tutti. Ma l’Unione Europea ha già da anni ben presente il problema del tutt’altro che ottimale utilizzo delle risorse idriche.
Tant’è che già il 13 maggio del 2020 ha adottato il nuovo regolamento dell’utilizzo dell’acqua per spingere sull’uso sicuro delle acque reflue urbane trattate a scopo irriguo in agricoltura.
A pena di sanzioni, l’Italia dovrà recepire entro un anno all’interno del proprio ordinamento il regolamento europeo, che si applicherà dal 26 giugno 2023. Anche perché, come fa notare l’esperto Erasmo D’Angelis in un’intervista all’agenzia Agi, il nostro è il Paese dei paradossi: ogni anno, sottolinea, 9 miliardi di metri cubi di acqua depurata vengono ributtati in mare.

Acque reflue: a che punto è l’Italia

Ai gruppi di lavoro che stanno valutando come recepire in concreto il regolamento insieme al Ministero della Transizione ecologica partecipa anche l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. “Il regolamento – fa il punto Silvana Salvati, responsabile del settore Tutela e risanamento delle acque interne dell’Ispra – cambia un po’ l’approccio, definendo a priori l’analisi di rischio, che è diverso da un mero rispetto di limiti tabellari”. L’Italia ha infatti già un sistema normativo per il riutilizzo delle acque reflue, basato sul decreto 185 del 2003.
“Il regolamento italiano in vigore – spiega Salvati – si riferisce al riutilizzo dell’acqua in tutti gli ambiti: dall’agricolo, all’industriale, al civile. Quello europeo è invece orientato solo sull’agricoltura. Al di là di questo, i limiti attuali sono troppo restrittivi, imponendo trattamenti troppo specifici e costosi, per cui finora si è fatto ben poco ricorso a questa pratica. Dei limiti dovranno naturalmente rimanere, ma si spera saranno meno restrittivi, altrimenti si continuerà a utilizzare anche in agricoltura l’acqua potabile, perché costa meno”.

Silvana Salvati (responsabile settore Tutela e risanamento acque interne Ispra)

L’impatto europeo sul riciclo dell’acqua reflua

Uno dei punti di forza di un regolamento europeo di riferimento è dunque quello di definire regole comuni su qualità dell’acqua e relativi monitoraggi, con prescrizioni minime per evitare disparità di condizioni tra Stato e Stato nelle pratiche di utilizzo. E gli studi propedeutici al regolamento approvato nel 2020 hanno stimato che tale quadro giuridico unitario possa portare il riutilizzo dell’acqua a scopo irriguo nel continente dagli 1,7 miliardi di metri cubi di due anni fa a 6,6 miliardi.
Si stima che circa il 40% dell’acqua dolce prelevata in Europa sia destinata all’agricoltura.
Sempre le ricerche condotte prima dell’adozione del regolamento hanno stimato che il riutilizzo delle acque reflue urbane trattate riduca anche l’impatto ambientale rispetto la desalinizzazione o il trasporto di acqua. Inoltre, i nutrienti contenuti nelle acque, come azoto, fosforo e potassio, possono tramite il riutilizzo essere utilizzati come fertilizzanti.

L’Italia: Paese dell’acqua… senz’acqua

Oltre alla destinazione dell’acqua reflua depurata, l’Italia, sul fronte idrico, ha però anche altri paradossi, che stridono in queste giornate di siccità.
Non a torto, sempre D’Angelis definisce l’Italia “il Paese più ricco d’acqua d’Europa”.
Lo evidenziano i numeri: 7.596 corsi d’acqua (di cui 1.242 fiumi, anche se a carattere torrentizio e quindi strettamente legati alle piogge), 342 laghi, 302 miliardi di metri cubi di piogge medie l’anno, con Roma (800 mm) che supera Londra (760 mm).
Sulla carta abbiamo anche 526 grandi dighe e circa 20 mila piccoli invasi, anche se ne mancano almeno 2 mila.

acque
Valvestino

Eppure, il 42% dell’acqua viene persa lungo i 600 km della rete idrica che, come gli invasi ( immagazzinano meno acqua piovana, l’11,3% rispetto al 15% di 50 anni fa) scontano una scarsa manutenzione. 
Di quel che resta, il 20% è destinata ai rubinetti, il 51% all’agricoltura e il 25% a usi industriali.

Acque reflue: controlli e sanità

Secondo il decreto del Ministero dell’Ambiente del 2003, sono quasi 40 i parametri chimico-fisici e microbiologici considerati per le acque in uscita dagli impianti di depurazione.
I limiti sono inseriti nelle tabelle del decreto legislativo 152 del 2006, contenente norme in materia ambientale.
“I limiti – ricorda Salvati – sono via via più restrittivi, passando dalle acque superficiali, ai corpi idrici che necessitano di maggior tutela, fino agli scarichi al suolo”.
Le indicazioni relative vengono quindi riportate in ogni autorizzazione allo scarico.
“Nelle acque reflue – specifica la rappresentante di Ispra – troviamo ciò che andiamo a cercare. In tal senso, la situazione è abbastanza stabile: si stanno valutando inquinanti emergenti, come le microplastiche, mentre sugli agenti patogeni non ci sono direttive ma solo studi”. Eppure, proprio dalle acque reflue sono emerse le prime evidenze di diffusione del Covid (tant’è che poi si è costituita una rete nazionale coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità) e, di recente, in Inghilterra si è rivista anche la polio.
“Se ci fosse un allarme sanitario – conclude Silvana Salvati – basterebbe comunque applicare i reagenti ai campioni di acque reflue che Arpa e gestori analizzano già periodicamente”.

Alberto Minazzi

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