Non più soltanto una barriera contro le maree eccezionali, ma anche una testimonianza della storia e dell’ingegno italiano: il Mose si prepara a entrare tra le opere tutelate
“C’era una volta l’acqua alta di Venezia”. Una volta tanto, l’attacco classico delle favole contiene già anche il lieto fine.
Grazie al Mose, il sistema di dighe con 78 paratoie mobili alle bocche di porto che ha iniziato a proteggere concretamente la Laguna a partire dalla sua prima entrata in funzione del 3 ottobre 2020, la città ha infatti realmente potuto girare pagina nella storia del suo a volte drammatico rapporto con le alte maree.
Perché l’acqua su cui sorgono il centro storico e le isole continua logicamente il suo ciclo naturale di crescita e calo. E, a volte, qualche piccolo allagamento ancora lo provoca. Quel che c’era una volta, e oggi per fortuna non c’è più, sono gli eventi estremi in grado di mettere drammaticamente in ginocchio la vita cittadina.
Come l’ultimo più grande, in ordine di tempo, del 12 settembre 2019. O quello in cui le acque hanno toccato il massimo livello, il 4 novembre 1966. Cioè esattamente 60 anni fa. E non è un caso che, dopo che l’opera di ingegneria idraulica inizialmente tanto contestata è diventata anche un modello internazionale, proprio in questa data sia arrivato un importante annuncio.

Mose verso il riconoscimento di “opera vincolata”
È stato il soprintendente ad Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Venezia, Corrado Azzollini, a rendere noto, nel corso di un convegno a Palazzo Ducale, l’avvio formale della procedura che porterà a dichiarare il Sistema Mose opera di “interesse culturale particolarmente importante”. Un riconoscimento che potrà rendere il Mose “opera vincolata” ancor prima del raggiungimento dei 70 anni di età, sfruttando un’opportunità concessa alle opere di scienza, tecnica e ingegneria dal Codice dei Ben culturali.
Nell’atto firmato dal soprintendente, la richiesta è giustificata sottolineando il riferimento alla “storia politica, della scienza, della tecnica, dell’industria e della cultura in genere”. Il Mose viene anche indicato come “testimonianza dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive e civiche”. Un riconoscimento che non si limiterà alle sole dighe, ma comprenderà anche la control room dell’Arsenale, la galleria sotterranea e il sistema di protezioni specifiche per l’area marciana, attualmente in fase di completamento.
Concretamente, dalla qualifica di “opera vincolata” deriva innanzitutto una conseguenza pratica. Ovvero il fatto che, una volta avvenuto il riconoscimento, ogni modifica al sistema potrà avvenire solo in seguito all’ottenimento di una specifica autorizzazione della Soprintendenza.
In tal senso, sono allo studio forme di collaborazione con l’Autorità per la Laguna di Venezia, a cui è affidata la gestione del sistema. “Dopo 60 anni – ha dichiarato Azzollini facendo riferimento al 4 novembre 1966 – è giusto riconoscere tutto, dal punto di vista storico e tecnico”.
Mose: molto più di una semplice barriera
Il “MOdulo Sperimentale Elettromeccanico” (questo il nome ufficiale, da cui l’acronimo con cui l’opera è comunemente conosciuta) è un’opera dell’ingegno interamente italiana che ha avuto una lunga e travagliata genesi per arrivare alla realizzazione concreta.
Dalla modularità alla conservazione delle paratoie a riposo in appositi cassoni posizionati sul fondo delle bocche di porto, che consentono sia di non interferire con le opere monumentali che di minimizzare l’impatto con l’attività portuale, sono molte le peculiarità innovative del sistema.

A frenarne la realizzazione, lasciando a lungo l’opera in stand-by, sono stati soprattutto i timori legati all’impatto ambientale e le considerazioni sugli elevatissimi costi. Per costruire, posizionare e quindi poter attivare le barriere è servito infatti un investimento da 6 miliardi di euro. E occorrono oltre 100 milioni l’anno tra funzionamento e manutenzione. Ma si tratta, appunto, di un investimento, non di una spesa a fondo perduto. Non a caso, la stima del risparmio dal punto di vista dei danni evitati è già di 2,5 miliardi nei primi 5 anni di attività.

Il Mose, oltretutto, viene visto anche come un laboratorio ottimale di ricerca e innovazione, tra nuove tecnologie e adattamento ai cambiamenti climatici. Non a caso, gli ottimi risultati dimostrati sul campo dal sistema, nonostante il suo inserimento in un contesto fragile come l’ecosistema lagunare, hanno attirato l’attenzione da tutto il mondo. In particolare, spicca l’interessamento statunitense, dove si sta pensando a un’opera simile per proteggere dalle inondazioni le città di Houston entro il 2028 e New York nel 2030.
Alberto Minazzi





































