Presentati i nuovi orientamenti comunitari per aiutare persone e comunità a prepararsi alle emergenze. La riflessione dell’esperto Marco Filippi: “Bisogna però lavorare anche sulla dimensione cyber e cognitiva”
Le cronache delle ultime ore lo hanno confermato: nel terzo millennio, il concetto di “sicurezza” è diventato sempre più articolato e complesso.
Pensiamo agli attacchi hacker che hanno trasformato il 2 e 3 novembre in veri e propri forni i frigoriferi di diversi supermercati in numerosi Paesi europei: dal Belgio alla Svezia, da Lussemburgo, Estonia e Olanda a Irlanda e Finlandia, con qualche segnalazione anche nel Regno Unito. E non si è salvata nemmeno una parte dell’Italia, con casi registrati prima in Emilia-Romagna, Toscana e Sicilia, poi anche in Friuli Venezia-Giulia.
Un attentato alle scorte alimentari, preceduto da uno simile verificatosi in Francia l’11 e 12 ottobre, con atti che il commissario all’Agricoltura dell’Unione Europea, Christophe Hansen, ha definito “un tentativo deliberato di interrompere la nostra catena di approvvigionamento alimentare e di minare la fiducia dei consumatori“.
La linea di Palazzo Chigi, temendo un effetto-domino, è stata quella di evitare gli allarmismi. Ma, ad aumentare i timori sul fronte della sicurezza, sia pure in una diversa prospettiva, sono stati nelle ultime ore anche gli allarmi-bomba, fortunatamente poi rivelatisi falsi. Con allerte non solo nelle scuole italiane, ma soprattutto sui voli europei: il 3 novembre ce ne sono stati 7, tra Bulgaria (uno dei 2 velivoli per Sofia era partito da Orio al Serio), Spagna e Polonia, compresi 2 aerei diretti verso lo scalo di Fiumicino.
La strategia di “preparedness” europea
Bastano questi esempi per capire che un passo fondamentale da compiere è quello di arrivare preparati al momento in cui si possono verificare gli attacchi. Tecnicamente, si parla di “preparedness”. E l’Unione Europea, ancora a marzo 2025, ha in tal senso adottato una strategia in cui ha definito un approccio globale per rafforzare la capacità dell’Europa di anticipare, prevenire e rispondere alle crisi e alle minacce.
“Quando il disastro colpisce – sottolinea Hadja Lahbib, commissaria Ue per la Preparazione e la gestione delle crisi – le prime ore possono fare la differenza. Ogni europeo dovrebbe sapere cosa fare, come proteggere la propria famiglia e come aiutare gli altri. La preparazione inizia nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre comunità. Questo è il motivo per cui stiamo dando alle persone strumenti pratici per prepararsi alle crisi, rafforzando nel contempo i sistemi su cui si basano quando le emergenze colpiscono”.
Riconoscendo che la preparedness è una responsabilità condivisa che coinvolge autorità pubbliche, imprese, società civile e cittadini, l’Unione ha allora iniziato a promuovere un approccio esteso a tutta la società e a tutta l’amministrazione. Una strategia che, guardando in particolare alle buone pratiche, prevede azioni concrete per rafforzare la preparazione della popolazione, migliorare la consapevolezza dei rischi e rafforzare la capacità dell’Ue di rispondere alle emergenze.
Di fronte a un quadro che continua a complicarsi, la Commissione europea ha quindi deciso di intensificare gli sforzi per rendere l’Unione più resiliente, rafforzando gli sforzi sia per aumentare la capacità dei cittadini di proteggersi durante le emergenze, sia per poter continuare a garantire il funzionamento dei sistemi nazionali di protezione civile in caso di catastrofi.
I nuovi orientamenti e le misure dell’Ue per preparare gli europei ai crescenti rischi di crisi
La commissaria Lahbib ha dunque presentato, in occasione del Forum europeo della protezione civile, i nuovi orientamenti per aiutare persone e autorità, fornendo loro conoscenze e strumenti per proteggere se stessi e gli altri in caso di crisi. “Dall’imballaggio degli elementi essenziali in un sacchetto di emergenza al sapere come reagire quando si verifica un disastro, la preparazione inizia con passaggi pratici”, sottolinea la nota di Bruxelles.
Sono 4 i settori-chiave individuati attraverso altrettanti orientamenti non vincolanti. Il primo punta a garantire 72 ore di autosufficienza, guardando cioè ai primi 3 giorni di un’emergenza. Si vuol in altri termini mettere le persone in grado di soddisfare i propri bisogni essenziali mentre viene mobilitata l’assistenza pubblica, anche attraverso forniture di emergenza essenziali e borse di emergenza. Il secondo punto riguarda l’educazione alla preparazione, integrandola nei programmi di studio della prima infanzia e dell’istruzione primaria e fornendo nel contempo una adeguata formazione agli educatori.
Il terzo settore individuato da Bruxelles punta su una preparazione inclusiva per le persone con disabilità, rendendo cioè le relative misure più accessibili a tutti, tenendo conto delle esigenze dei diversamente abili e incoraggiandone la partecipazione alla pianificazione della preparazione, in modo che nessuno sia lasciato indietro. Infine, si guarda alla comunicazione di rischi e minacce, aiutando le autorità a renderla più efficace e garantendo così che i cittadini ricevano informazioni tempestive, accessibili e affidabili prima, durante e dopo le emergenze.
Per contribuire a rendere la preparazione una priorità condivisa in tutta Europa, la Commissione propone inoltre di istituire una giornata europea dedicata, incoraggiando in tal modo cittadini e comunità ad assumere un ruolo attivo nella preparazione alle emergenze per proteggere se stessi e gli altri. La giornata si terrà ogni anno, a partire dal 2027, il 23 ottobre, data in cui, nel 2001, fu istituito il meccanismo di protezione civile.
La resilienza oltre la preparedness
Se l’Europa si sta muovendo, sarà però fondamentale anche allargare il ragionamento. E pensare, oltre che alla preparedness, anche alla resilienza. È questo il suggerimento che arriva dal creator Marco Filippi, uno dei massimi esperti internazionali di difesa Cbrn (chimica, biologica, radiologica e nucleare). Lo ha lanciato attraverso un’approfondita riflessione pubblicata anche sui social, che parte proprio, ma non solo, dagli episodi degli attacchi informatici alla catena del freddo alimentare, sostenendo che “dovrebbero entrare immediatamente nelle valutazioni europee sulla difesa civile”.
Accanto al caso francese, in cui gli hacker si sono mostrati capaci di compromettere la conservazione del cibo, e a quello simile recentissimo che ha riguardato buona parte dell’Europa (dimostrando per Filippi “la possibile diffusione transnazionale della vulnerabilità”), l’esperto cita anche quanto avvenuto in Ucraina l’1 e 2 novembre, con la compromissione dell’applicazione pubblica di allerta che ha provocato falsi avvisi di minaccia nucleare, radiologica, chimica e combattimenti urbani, mettendo in discussione l’affidabilità dell’allarme.
“Tre eventi distinti – è la sua analisi – senza un coordinamento operativo dimostrato, ma con una caratteristica comune: colpiscono funzioni dalle quali dipende la continuità quotidiana della società“. È dunque questo “il contesto nel quale leggere la strategia europea di preparedness”. Ma “la strategia europea delle 72 ore rappresenta” solo “un punto di partenza”, perché “gli eventi delle ultime settimane suggeriscono una conclusione più ampia”.
“Non possiamo prepararci – continua Filippi – soltanto a sopravvivere senza elettricità, acqua o comunicazioni. Dobbiamo prepararci anche a crisi nelle quali elettricità, comunicazioni e sistemi di allerta continuano apparentemente a funzionare, ma non sono più affidabili. La differenza tra preparedness e resilienza è tutta qui. La preparedness permette ai cittadini di affrontare una crisi. La resilienza permette alla società di continuare a funzionare nonostante la crisi. E la prossima frontiera europea sarà necessariamente anche cognitiva”.
Le vulnerabilità evidenziate dagli attacchi e le basi da cui partire
Gli attacchi citati rendono infatti visibili, secondo l’esperto, una serie di vulnerabilità. C’è quella alimentare: “l’interruzione della catena del freddo può compromettere la sicurezza degli alimenti anche senza interrompere fisicamente i rifornimenti”. E quella sanitaria, perché “farmaci termolabili, dispositivi medici connessi, pazienti cronici e assistenza domiciliare possono diventare punti critici molto prima dell’esaurimento delle scorte alimentari”.
Ma c’è anche una vulnerabilità informativa, visto che “un falso allarme Cbrn può produrre comportamenti collettivi impropri, saturazione dei servizi di emergenza e progressiva perdita di fiducia nei sistemi di avviso”. E quella digitale, che può rendere “apparati industriali e commerciali apparentemente marginali” dei “punti di ingresso per effetti fisici e interruzioni operative“. Fino alla vulnerabilità sociale, legata al fatto che “anziani, persone con disabilità, cittadini economicamente fragili e popolazioni isolate non possiedono necessariamente la stessa capacità di preparazione”.
Va detto che una base da cui partire, oltre alle già citate strategie dell’Ue, c’è già anche a livello di singoli Stati. La Svezia, per esempio, ha iniziato a sviluppare strumenti di preparazione civile addirittura dal 1943 e la Norvegia dal 2018. La Finlandia ha aggiornato le indicazioni nazionali nel 2024 e la Germania ha rivisto il proprio modello nel 2025. C’è poi una nuova generazione di opuscoli europei: dalla Polonia, alla Repubblica Ceca, da Olanda ed Estonia a Francia e Regno Unito, fino ai recenti casi di Danimarca, Lituania, Lettonia e Belgio.
Però, sottolinea l’analisi, “non tutte le guide che insegnano a conservare acqua e alimenti insegnano anche a riconoscere un messaggio manipolato, verificare un allarme o reagire a un attacco digitale”. Al livello di preparedness materiale, cioè, vanno aggiunti anche quelli che Filippi chiama “cyber hygiene e digital resilience” e “cognitive preparedness”, in cui rientrano “riconoscimento della disinformazione, capacità di verificare fonti e allarmi, resistenza alla manipolazione emotiva, consapevolezza delle operazioni di influenza e mantenimento della fiducia nelle istituzioni durante una crisi”.
Le principali lacune dei sistemi e la proposta di Filippi
Il quadro europeo, per Filippi, al momento appare in ogni caso disomogeneo. E, in questo contesto, “l’Italia dispone della campagna “Io non rischio”, di materiali multirischio e di un esteso sistema di Protezione Civile, ma non emerge un modello nazionale unitario di preparedness domestica, comprendente autonomia temporale, cyber hygiene e resilienza cognitiva, equivalente per struttura e distribuzione a quelli svedese o polacco”.
In generale, del resto, è proprio sui livelli più avanzati di preparedness che emergono le maggiori lacune. Il creator illustra allora 3 ipotesi operative per il periodo 2027-2035. Si va da una convergenza tra Cyber Defence e Civil Preparedness, all’ipotesi in cui la Cognitive Warfare diventerà un fattore della risposta alle emergenze, fino alla necessità di ricorrere alla Medical Intelligence per stimare l’autonomia sanitaria reale della popolazione.
Di qui, la proposta: “Occorre passare dal concetto di Emergency Kit a quello di Civilian Resilience Capability”. Ovvero “un modello europeo misurabile, esercitabile e adattabile alle condizioni nazionali, fondato su: preparedness domestica e comunitaria; autonomia differenziata secondo scenari e vulnerabilità; Cyber hygiene e resilienza digitale di base; Cognitive preparedness e verifica degli allarmi; Medical Intelligence, continuità assistenziale ed early warning; continuità delle infrastrutture critiche e della catena alimentare; esercitazioni civili periodiche e verifica dei comportamenti reali.
Alberto Minazzi



