Mentre negli Stati Uniti il Washington Post racconta lo stupore per l’arrivo del bidet nelle case americane, in Veneto qualcuno ne ha già brevettato una versione con il bordo riscaldato. Qui, nel 1474, nacque il primo moderno sistema di tutela delle invenzioni
Gli americani stanno scoprendo il bidet con lo stupore riservato agli oggetti che sembrano provenire da lontano.
Il Washington Post gli ha dedicato un lungo articolo, raccogliendo domande che, per un europeo, suonano quasi spiazzanti: se l’acqua arrivi dalla tazza del water, se sia igienico, se si rischi di bagnare il bagno, come ci si asciughi dopo l’uso. A rispondere è stata una specialista di Harvard, chiarendo che il bidet utilizza acqua pulita e può rappresentare, in alcuni casi, una soluzione più delicata e igienica rispetto alla sola carta. Consigliandolo, da gastroenterologa, soprattutto “a chi soffre di emorroidi, diarrea cronica o sindrome dell’intestino irritabile; alle donne che hanno appena partorito e hanno dolori dappertutto; alle persone con il morbo di Parkinson o che semplicemente hanno problemi di equilibrio e faticano a raggiungere quella zona”.

Da questa parte dell’Atlantico la discussione può far sorridere.
Ma contiene un paradosso interessante. Mentre negli Stati Uniti il bidet entra lentamente nelle abitudini domestiche, in Italia — e in Veneto in particolare — esistono già da tempo versioni evolute dell’oggetto, fino a modelli brevettati con bordo riscaldato.
È un dettaglio, ma utile a raccontare qualcosa di più ampio: la continuità di una tradizione inventiva che attraversa secoli e che ha una data precisa di origine istituzionale.
La nascita del brevetto
Venezia decise di tutelare le invenzioni già nel 1474 creando il primo sistema brevettuale.
Nel XV secolo le casse della Repubblica versavano in grave crisi per via delle continue guerre sia verso oriente che occidente.
L’economia andava rianimata stimolando le innovazioni e la città doveva diventare una sorta di “attrattore di cervelli” da tutto il mondo. Come?
Ricompensando gli inventori con la tutela della loro ingegnosità e la concessione dei diritti di sfruttamento.
Ecco spiegata in sintesi la genesi della deliberazione del 19 marzo 1474.
La Serenissima e i privilegi d’invenzione
Tra il 1474 e la fine della Repubblica, nel 1797, il Senato veneziano registrò oltre duemila privilegi d’invenzione.
Non solo per cittadini della Serenissima, ma anche per inventori stranieri, senza distinzione di origine o condizione sociale.
Nel giro di pochi decenni Venezia diventò un centro di innovazione d’eccellenza a livello europeo.
I settori più dinamici erano quelli che oggi definiremmo ad alta intensità tecnologica: la lavorazione del vetro, la meccanica, la stampa, la tintoria, l’idraulica.
Venezia non era soltanto una potenza commerciale, ma anche un laboratorio permanente di soluzioni tecniche.
Tra i casi più noti figura quello di Giovanni da Spira, che già nel 1469 ottenne il privilegio esclusivo per esercitare l’arte della stampa nel territorio della Serenissima. Un passaggio decisivo per la diffusione del libro moderno e per la nascita dell’editoria europea.

Il Veneto che ha inventato anche il futuro digitale
La linea dell’innovazione veneta non si interrompe con la fine della Serenissima.
Salta i secoli e arriva fino al Novecento, quando a Vicenza nasce Federico Faggin.
È stato lui, nel 1971, a progettare il primo microprocessore commerciale della storia per Intel: il 4004.
Un chip minuscolo che contiene l’architettura della rivoluzione digitale moderna.
Senza quel passaggio non esisterebbero i personal computer, i telefoni intelligenti, buona parte dell’economia digitale contemporanea.
A Faggin si deve infatti anche la tecnologia touchscreen e la fondazione nel 1986, in “tempi non sospetti”, di un’azienda che si occupa di reti neurali, le fondamenta dell’intelligenza artificiale.
Di recente, ha elaborato la prima teoria della coscienza umana basata sulla fisica quantistica.
È un salto temporale enorme rispetto alla Serenissima, ma il meccanismo è lo stesso: trasformare un’idea tecnica in una tecnologia capace di cambiare il mondo.

Galileo e i primi prototipi
Anche Galileo Galilei rientra in questa storia.
Durante gli anni padovani, quando insegnava matematica all’Università di Padova, ottenne dal Senato veneziano un privilegio per una macchina idraulica destinata al sollevamento dell’acqua, azionata da un solo animale da tiro.
Non era ancora il concetto moderno di brevetto, ma il principio era già riconoscibile: riconoscere e proteggere un’invenzione per consentirne lo sviluppo economico.
Il distretto tecnologico del Rinascimento
Se oggi il Veneto è noto per la sua manifattura avanzata, nel Rinascimento il suo equivalente era Murano.
Qui la produzione del vetro rappresentava un settore strategico, protetto da segreti industriali e privilegi ufficiali.
Le innovazioni si susseguivano: vetro cristallino, tecniche a filigrana, specchi perfettamente piani, lavorazioni a “rosetta”, incisioni di precisione.
Accanto agli artigiani operavano vere e proprie dinastie del sapere tecnico.
In questo contesto emerge anche la figura di Marietta Barovier, una delle rare donne del tempo a ottenere un riconoscimento ufficiale per un’innovazione nel campo del vetro.

Prima del 1474
La logica del privilegio esisteva già prima della legge del 1474.
Venezia concedeva infatti autorizzazioni individuali per lo sfruttamento di invenzioni o tecniche particolari.
Tra i casi più significativi figura quello concesso nel 1469 allo stampatore Giovanni da Spira, che ottenne il diritto esclusivo di esercitare la stampa nella Repubblica.
Un passaggio che segnò l’inizio della centralità veneziana nell’editoria europea, poi consolidata dall’opera di Aldo Manuzio.
Dal bidet ai robot: cosa inventa oggi il Veneto
Se si guarda ai dati più recenti, il Veneto resta stabilmente tra le prime regioni italiane per numero di domande di brevetto europeo. Insieme a Lombardia ed Emilia-Romagna concentra oltre il 60% della capacità innovativa nazionale.
Nel 2023 le domande italiane hanno superato quota 5.000 presso l’EPO, mentre nel 2024 si sono attestate poco sotto le 4.900, con un fisiologico rallentamento dopo il picco storico dell’anno precedente.
Dietro questi numeri non ci sono solo grandi aziende, ma un ecosistema diffuso di PMI, università e centri di ricerca.
Che progettano soprattutto sensori biomedicali, sistemi di monitoraggio medico, automazione industriale, soluzioni per il packaging sostenibile robot per l’agricoltura di precisione.
In ambito biomedicale, per esempio, il Veneto è uno dei poli italiani più attivi nello sviluppo di dispositivi per la riabilitazione e il monitoraggio cardiovascolare.
Nell’agritech, invece, crescono i brevetti legati alla viticoltura di precisione, coerenti con la struttura produttiva regionale.
Quando un’idea diventa realtà
Alcune invenzioni restano sulla carta. Altre diventano prodotti, imprese, anche modelli sociali.
È il caso della Hugbike, la “bicicletta degli abbracci”, nata dall’idea di un padre trevigiano che voleva poter pedalare insieme al figlio autistico.
Un’innovazione che ribalta la struttura del tandem tradizionale e trasforma un mezzo di trasporto in uno strumento di relazione.
Oppure dello Spritz Euganeo, reinterpretazione territoriale dell’aperitivo veneto.

Un filo lungo cinque secoli
Dal mulino senza acqua ai dispositivi intelligenti, dagli specchi veneziani ai microchip che hanno reso possibile l’era digitale, il filo dell’invenzione non si è mai interrotto.
Alla base di questa continuità, una scelta politica precisa: riconoscere, già nel Quattrocento, che le idee hanno valore economico e devono essere protette.





















