Ok anche del Senato al ddl che delega al Governo la definizione della ripartenza della produzione di energia nucleare
Non è la soluzione per l’attuale crisi energetica, in quanto ci vorrà ancora tempo prima di vedere la prima produzione di energia da questa fonte, sicuramente non prima del 2034.
Ma l’Italia, dove il tema è da sempre al centro di un acceso dibattito, ha registrato un ulteriore passo avanti verso il ritorno alle centrali nucleari.
Dopo il via libera alla Camera di giugno, con l’ok anche del Senato è stato approvato in via definitiva il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, già ribattezzato “legge Pichetto”, dal nome del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, che lo ha proposto.

Cosa prevede il ddl Pichetto
Il passaggio concluso positivamente in Parlamento attribuisce al Governo il compito di definire, entro 12 mesi, i decreti legislativi delegati contenenti le regole che consentiranno di tornare a produrre energia nucleare anche nel nostro Paese. Al riguardo, va sottolineato che le nuove centrali e i nuovi reattori potranno vedere la luce solo dopo l’approvazione del quadro normativo di riferimento e che i nuovi impianti dovranno impiegare le tecnologie di ultima generazione e in particolare quelle basate sulla fusione.
I provvedimenti adottati dall’Esecutivo, che il ministro Pichetto Fratin dopo il voto nell’aula di Palazzo Madama ha assicurato arriveranno entro fine 2026, dovranno mettere nero su bianco le linee guida in materia su un ampio ventaglio di tematiche che riguardano l’intero ciclo di vita dell’energia nucleare. Si va dalla ricerca alla sperimentazione, dalla localizzazione degli impianti alle autorizzazioni, dalla gestione delle scorie radioattive ai rapporti con i territori interessati (con possibili misure compensative), dalla sicurezza alle garanzie finanziarie ed assicurative.
Verso i nuovi reattori
Nel “Programma nazionale per lo sviluppo della produzione di energia nucleare sostenibile e da fusione”, previsto dalla delega, il Governo, oltre a riordinare le competenze in materia di sicurezza e a prevedere i nuovi procedimenti autorizzativi, dovrà anche indicare quali sono gli obiettivi fissati per l’inserimento del nucleare nel mix energetico nazionale.
Questi, si precisa, dovranno essere coerenti tanto con le strategie di decarbonizzazione, quanto nella prospettiva di arrivare alla sicurezza degli approvvigionamenti e all’indipendenza energetica.
Una delle idee di fondo è poi quella relativa alla concreta realizzazione dei futuri impianti. Questa non sarà affidata direttamente al Governo, che interverrà principalmente nell’orientamento dei soggetti interessati, ma alle aziende private che ne faranno richiesta. E, rispetto al passato, probabilmente non si punterà sulle grandi centrali, ma su reattori modulari più piccoli e flessibili, i cosiddetti Smr, prefabbricabili in stabilimenti industriali in vista del successivo trasporto nella location dove saranno installati, con una conseguente riduzione di costi e tempi.

L’Italia e il nucleare
Nel commentare, via social, l’approvazione da parte del Parlamento, la premier, Giorgia Meloni, ha parlato di “scelta coraggiosa e di buon senso”, ricordando come “dopo quasi 40 anni l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare”. Nel 1987, dopo il disastro di Chernobyl, un referendum impose infatti la chiusura delle centrali del nostro Paese, frutto di un dibattito iniziato nel secondo dopoguerra, sfociato negli anni ’60 dello scorso secolo nella realizzazione dei primi 3 impianti: a Latina, Sessa Aurunca (Caserta) e Trino (Vercelli).
Con lo stop alle centrali allora attive a Latina, Trino e Caorso (nel Piacentino) e ai cantieri a Montalto di Castro (Viterbo), 40 anni fa l’Italia scelse così di tornare alla produzione di energia attraverso i combustibili fossili. Ma l’idea di un ritorno al nucleare, soprattutto di fronte agli aumenti dei prezzi di gas e petrolio, non fu mai abbandonata. Una nuova frenata arrivò dopo un altro incidente nucleare, quello di Fukushima, e dopo l’esito negativo di nuovo referendum, nel 2011. E solo adesso, tra evoluzione delle tecnologie, riscaldamento climatico e rincari energetici, la prospettiva sembra essere realmente cambiata.

Le possibili misure contro la crisi
Sempre la presidente del Consiglio ha sottolineato che il ritorno al nucleare, consentirà di garantire “più sicurezza energetica, meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali che abbiamo pagato in bolletta”.
Il problema è però legato alle tempistiche, che si prospettano abbastanza lunghe. Indipendentemente dal nucleare, serve insomma intervenire da sùbito con provvedimenti adeguati. E proprio Pichetto Fratin, in un’intervista rilasciata a “La Repubblica”, nei giorni scorsi ha ammesso di essere pronto a farlo, anche senza il via libera dell’Ue.
La trattativa con la Commissione di Bruxelles, ha rimarcato il ministro, è in corso. Ma l’emergenza creata dalle 2 guerre in atto è tale che, in attesa di risposte, il Governo sta valutando interventi a sostegno delle aziende. “Anche con il dubbio di una procedura di infrazione – ha affermato – dobbiamo procedere per l’interesse nazionale”. Quanto alle risorse, infine, ci sarebbero 14 miliardi di scostamento da investire sul fronte della transizione e dunque con misure come incentivi per installare pompe di calore nelle case e accumuli di energia rinnovabile, solare ed eolica.
Alberto Minazzi





















