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Covid: ecco su quali superfici il virus sopravvive

Covid: ecco su quali superfici il virus sopravvive

Un team italiano ha studiato la durata del coronavirus su una decina di materiali: su quelle porose, decadimento più rapido

Per molti è stato l’incubo dei primi mesi della pandemia: disinfettare tutto, per evitare che il Covid potesse permanere sulle superfici inanimate e trasmettere il contagio.
Un tema, quello della trasmissione indiretta del Covid-19, che è stato poi studiato, anche se ancora non è stato completamente compreso.
Ad approfondire la conoscenza di questi aspetti del Sars-CoV-2 e delle sue tante mutazioni è stato ora un team di ricercatori del Ceinge Biotecnologie Avanzate Francesco Salvatore e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, con uno studio pubblicato sulla rivista Emerging Microbes & Infections.

Superfici non porose: le più “pericolose”

Gli esperimenti si sono incentrati inizialmente su 5 materiali di uso quotidiano (etilene vinil acetato o Eva, cartone, polistirolo, alluminio e plastica), con la successiva aggiunta anche di vetro, plexiglass, cotone, poliestere e tetrapak.

covid
immagine di repertorio

Le superfici degli oggetti sono state contaminate artificialmente con il virus nelle versioni B.1 e Omicron, con una successiva valutazione per 5 giorni.
È stato così osservato che, pur rimanendo l’rna virale rilevabile su tutte le superfici fino a 120 ore dopo la contaminazione, su una porosa come il cartone il decadimento delle cariche virali è stato più rapido e particolarmente marcato per la variante Omicron.
Sulle superfici non porose, al contrario, la capacità infettante del Covid è stata superiore.
È emersa inoltre una chiara differenza in stabilità e vitalità dei due lignaggi del virus, con una capacità di sopravvivere decisamente superiore per Omicron, che ha mostrato una infettività residua più duratura di almeno 24 ore rispetto a B.1, di cui rappresenta l’evoluzione.
A testimonianza che il virus si evolve anche in modo da sopravvivere più a lungo nell’ambiente.

Attenti all’Eva

Tra tutti i materiali testati, quello su cui è stata riscontrata in assoluto una stabilità più elevata è l’Eva. Cioè la plastica simile alla gomma per morbidezza e flessibilità molto utilizzata per realizzare strumenti e superfici come tappetini da gioco e da palestra e dunque spesso a contatto con bambini e adulti durante le attività fisiche o in asilo.

In questo caso, il virus ha mostrato “un aumento delle cariche virali tra la superfice e il passaggio cellulare e lo sviluppo del cpe”, che è durato fino a 24 ore dal contagio per B.1 e 72 ore per Omicron. Per quanto, si aggiunge, “è stato ottenuto un titolo virale a un massimo di 48 ore post contagio mostrando una quantità molto bassa di virus vitale”.
L’Eva ha battuto anche i materiali del secondo test. Nel cotone e nel poliestere, l’rna virale non era rilevabile rispettivamente dopo 24 e 48 ore dalla contaminazione e il virus non era vitale dopo 30 minuti.
Su vetro, plexiglass e tetrapak, invece, il virus è risultato vitale fino a 48 ore, confermando così i risultati sui materiali non porosi.

Pur ammettendo che “attualmente non esistono prove complete a sostegno dell’infezione da Sars-CoV-2 e ruolo dei fomiti”, ovvero gli oggetti inanimati che possono trasferire la malattia e che “è difficile stabilire la reale capacità dei fomiti di infettare le persone”, “è concepibile che l’esposizione ripetuta e promiscua a questi materiali infetti possa contribuire al mantenimento prolungato dell’epidemia”.

Alberto Minazzi

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