Dalla necropoli di Porta Stabia emergono i resti di due vittime morte in momenti diversi mentre cercavano di salvarsi. Parco Archeologico di Pompei e Università di Padova aprono una nuova frontiera nello studio archeologico
Due uomini, due fughe finite male e un’eruzione che non ha lasciato scampo: a Pompei, ogni nuova scoperta riapre una scena rimasta sospesa per duemila anni, tra oggetti quotidiani e scelte disperate che raccontano l’istante esatto in cui tutto si è fermato.
La necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura dell’antica Pompei, ha permesso agli archeologici impegnati nell’indagine sulla tomba a schola di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher, una nuova significativa scoperta. Si tratta dei resti di due uomini morti nel tentativo di fuggire verso la costa, in due momenti diversi. Per uno di loro grazie alle più moderne tecnologie di intelligenza artificiale è stata possibile una ricostruzione della dinamica dell’evento.
A distanza di millenni, modelli digitali e AI aiutano a leggere le tracce rimaste sul terreno, trasformando indizi fragili in una nitida narrazione degli ultimi istanti prima della catastrofe.
La ricostruzione con AI
Uno dei due uomini, il più giovane, fu probabilmente travolto da una corrente piroclastica, ovvero una nube ardente di cenere e gas tossici, mentre tentava di allontanarsi dalla città.
L’altro, più adulto e del quale sono stati ricostruiti i tragici momenti, morì qualche ora prima sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi la testa con un mortaio di terracotta trovato vicino al corpo con evidenti segni di frattura. Inoltre portava con sé una lucerna in ceramica per orientarsi in condizioni di scarsa visibilità, un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e una decina di monete in bronzo.

Il gesto di protezione richiama le descrizioni di Plinio il Giovane, testimone oculare, che in una lettera riferisce proprio come le persone in fuga dal disastro in corso cercassero di difendersi dal materiale eruttivo con cuscini legati sulla testa. Il modello digitale di ricostruzione della seconda vittima è stato realizzato attraverso una combinazione di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, per poter restituire un’immagine scientificamente fondata ma accessibile a tutti.
Un prototipo sperimentale che contribuisce a rinnovare gli studi classici
Il lavoro del Parco Archeologico di Pompei in collaborazione con l’Università degli studi di Padova è stato pensato per rendere i risultati delle ricerche archeologiche maggiormente accessibili a un pubblico di non addetti ai lavori. Come precisa il direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, la vastità dei dati archeologici ha ormai raggiunto una dimensione tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, possono essere tutelati e valorizzati adeguatamente. “Se usata bene, l’AI può contribuire a un rinnovamento degli studi classici – sottolinea Zuchtriegel -, raccontando il mondo classico in maniera più immersiva. Visitare Pompei o imparare il latino, essenzialmente, significa fare un’esperienza profonda, unica e bellissima e le ricostruzioni aiutano a coinvolgere più persone in questa avventura.

Strumenti di comunicazione sempre più alla portata di tutti con l’Ai in archeologia
Da parte sua il professor Jacopo Bonetto dell’Università di Padova, precisa che questo progetto apre una più ampia riflessione sull’impiego dell’AI in archeologia, una tecnologia che può contribuire alla produzione di modelli interpretativi e al miglioramento degli strumenti di comunicazione, ma non sostituisce l’archeologo e richiede comunque un uso controllato e metodologicamente fondato, sempre in integrazione con il lavoro degli specialisti. Proprio sul tema dell’intelligenza artificiale, nel mese di luglio., il Parco Archeologico ospita “Orbits – Dialogues with Intelligence. Habitat – Disegnare la società post AI” che riporta l’etica e la filosofia al centro del dibattito tecnologico, promuovendo un uso consapevole del digitale.












