Il rapporto del Cnel analizza il fenomeno della “fuga di cervelli”: partono soprattutto i più istruiti, che però sarebbero disposti a rientrare in Italia se cambiassero alcuni aspetti del mercato del lavoro
Parlare di “emorragia di giovani” dall’Italia verso l’estero è purtroppo sempre meno fuori luogo.
Tra il 2011 e il 2024, al netto dei rientri, il nostro Paese ha visto emigrare 441 mila persone tra i 18 e i 34 anni. E il dato si fa ancor più preoccupante guardando al solo 2024, quando i giovani che hanno lasciato l’Italia sono stati quasi 78 mila, con un saldo negativo che supera le 61 mila unità al netto di arrivi e rientri.
Come spesso accade, però, le cifre sono solo la punta dell’iceberg. E così il rapporto “Giovani Expat. Come farli tornare”, appena pubblicato dal Cnel, prova a spingersi oltre la statistica, cercando i motivi alla base di questo fenomeno attraverso un’indagine svolta tra gli italiani immigrati anche per tentare di individuare le possibili soluzioni.
Perché il vero problema non è tanto la fuga delle nuove generazioni all’estero, quanto la difficoltà a convincere i giovani che vale la pena restare in Italia o, pensando a chi è già partito, proporre seri motivi che li spingano al rientro. E questo in quanto la disponibilità a fare un passo indietro non manca, purché si garantiscano concretamente certe condizioni.
“Tutti parlano di giovani – spiega il presidente del Cnel, Renato Brunetta – ma quasi nessuno parla davvero con loro. Noi abbiamo scelto di farlo. I nostri expat ci indicano un’agenda chiara, fatta di retribuzioni adeguate e riconoscimento del merito. Ora tocca al Paese dare risposte: alle imprese, prima di tutto, chiamate a scommettere sul capitale umano qualificato invertendo la debolezza della domanda, e alle istituzioni, per creare le condizioni di un ritorno non solo auspicato, ma conveniente”.

I motivi della fuga dei giovani dall’Italia
L’analisi del documento del Cnel parte allora dall’individuazione dei motivi che spingono i giovani a lasciare l’Italia e, di conseguenza, delle loro priorità. Dalle oltre 2.500 risposte raccolte, è stato estratto un campione di 1.488 giovani under 35 emigrati. Di questi, ben l’88,4% ritiene rilevante o estremamente rilevante il peso delle basse retribuzioni nel nostro Paese.
Il fattore economico, dunque, è quello considerato prioritario, con anche un 62,5% che punta il dito proprio sulla frustrazione economica e politica e un 51,7% sulla minore stabilità contrattuale.
A questo si aggiunge però anche un secondo filone di risposte che suggeriscono una riflessione sulle opportunità professionali offerte dal sistema lavorativo italiano.

Al secondo posto assoluto, infatti, viene indicata (dall’80,7% del campione) una cultura del lavoro arretrata, con inoltre un 74,6% che motiva la sua fuga con la poca valorizzazione delle competenze e un 61% che evidenzia le scarse opportunità lavorative, sia nel proprio settore che in generale.
Del resto, il 69,4% denuncia anche la pochezza degli investimenti in ricerca e innovazione.
Solo il 70,4% degli intervistati, invece, afferma di essere andato all’estero per il desiderio di fare un’esperienza internazionale. E va sottolineato anche che, a differenza di quanto si ritiene comunemente, incide solo marginalmente sulla decisione il peso della burocrazia italiana, così come meno della metà (il 48,5%) afferma di aver scelto di emigrare all’estero a causa di clientelismo e raccomandazioni.
Cosa offre l’estero e su cosa puntare per un cambio di rotta
I vantaggi maggiormente percepiti all’estero, dunque, sono condizioni economiche migliori, maggiori possibilità di crescita economica, più opportunità di carriera, maggiori possibilità di crescita professionale.
Ancora, lavori più coerenti col percorso di studi, più innovazione e ricerca, maggiore flessibilità e autonomia nel lavoro, migliore equilibrio tra vita privata e lavoro e una maggiore meritocrazia.
Proprio questo ultimo tema è considerato rilevante dal 79% degli intervistati. Per il 62% lo è estremamente, in particolare per i giovani del Sud: 64,5% contro il 42% del Nord.
Dare un incentivo per il rientro, dunque, non basta. Un ipotetico “bonus” è infatti indicato tra le condizioni considerate rilevanti per la valutazione di un ritorno dal 75% del campione, superato soprattutto dalla possibilità di avere opportunità di lavoro adeguate (indicata dall’88%) e retribuzioni più alte (83%). Dovendo indicare una sola priorità assoluta, comunque, il primato delle retribuzioni è netto: lo suggerisce il 53% degli intervistati, con le opportunità di lavoro che scendono al 19% e la meritocrazia al 6%.

In ogni caso, l’idea da cui partire sembra essere quella che un giovane può anche accettare uno stipendio iniziale non eccezionale se vede davanti a sé una possibilità concreta di crescere. Una riflessione che il documento invita a fare non solo allo Stato, ma anche alle imprese italiane e al sistema produttivo, che, per contribuire a invertire la tendenza e rendere più competitivo il nostro sistema economico, dovrebbero puntare a rafforzare la domanda di lavoro altamente qualificato e valorizzare economicamente le competenze.
L’evoluzione dell’emigrazione
L’emigrazione dall’Italia, del resto, è diversa da quella di una volta. In primo luogo perché, a partire, sono soprattutto i giovani più istruiti. La percentuale di laureati tra gli emigrati italiani è infatti passata dal 25,7% del 2012 al 44,2% del 2023. E, nel 2024, i giovani tra 18 e 34 anni laureati rappresentavano circa il 40% degli emigrati, contro il 19% dei coetanei rimasti in Italia. C’è dunque il paradosso di investire sulla formazione non riuscendo poi a trasformarla in produttività e crescita economica. Con una perdita in capitale umano che il Cnel stima pari a 16 miliardi di euro l’anno.
Ancora, il fenomeno non riguarda solo il Sud. Pur con la precisazione statistica del Cnel di una sovrarappresentazione nelle risposte di Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna, emerge che circa metà delle uscite nette proviene dal Nord, dove le opportunità di lavoro sono maggiori. Per esempio, in Veneto, nel 2024, risultano 7.344 cancellazioni anagrafiche di giovani tra i 18 e i 34 anni diretti all’estero, con un saldo negativo di 5.996 giovani.
Infine, non emigrano più solo gli uomini. Le donne, oltretutto mediamente più istruite, sono ormai quasi la metà di chi parte. E il 9,5% di loro, contro il 4,7% maschile, dichiara che non tornerebbe comunque in Italia.

Il genere incide anche sulle priorità: gli uomini guardano molto di più al salario, mentre per le emigranti hanno un’importanza più elevata della media temi come le opportunità professionali, la conciliazione vita-lavoro, i servizi e la stabilità e qualità complessiva del contesto lavorativo, rendendo dunque ancor più complesso il ragionamento su come favorirne il rientro.
Il confronto internazionale e lo “spreco di competenze”
Un’ultima riflessione del rapporto è quella relativa al confronto sull’attrattività tra Italia e altri Paesi.
Il documento propone, al riguardo, un nuovo indicatore (l’Indice sintetico dei flussi migratori) per confrontare la popolazione giovanile effettiva con quella che ci sarebbe stata senza l’effetto delle migrazioni. E il valore registrato nell’elaborazione del Cnel dall’Italia, tra i più bassi dei Paesi considerati è pari ad appena il 2,5%. Basti pensare che Spagna e Svizzera mostrano un effetto di attrattività del 14,6%, l’Irlanda del 13,3%, i Paesi Bassi dell’11,1% e il Regno Unito del 10,5%.
A differenza delle altre grandi Nazioni europee, in altri termini, l’Italia non riesce a compensare l’uscita dei propri giovani con un’analoga capacità di attirare giovani dall’estero.
In pratica, per ogni giovane qualificato che arriva nel nostro Paese, ne escono 14,5. Il concetto proposto dal rapporto è quello di brain waste, ovvero “spreco di competenze”. E si esplicita in 3 modi: esportiamo molti giovani laureati, ne attiriamo pochi da altri Paesi avanzati e, anche quando arrivano persone qualificate, non sempre riusciamo a utilizzare adeguatamente le loro competenze.
Alberto Minazzi








