Una revisione scientifica statunitense fa il punto della situazione e guarda alle prospettive sull’utilizzo delle sostanze misurabili nel sangue per la gestione della perdita di densità delle ossa
Tradizionalmente, per diagnosticare l’osteoporosi e valutare il rischio di fratture, in medicina vengono utilizzati 2 strumenti.
Il primo è la Moc-Dexa, ovvero l’esame radiologico per misurare la densità minerale delle ossa.
Il secondo, chiamato Frax, è l’algoritmo attraverso cui calcolare la probabilità di andare incontro a una frattura da fragilità, tenendo conto di diversi fattori di rischio.
Due strade diverse, entrambe consolidate e validate. Ma che, al tempo stesso, presentano limiti: dalle tempistiche necessarie per rilevare i cambiamenti significativi della massa ossea o gli effetti di un cambio di trattamento, all’incapacità di distinguere fino in fondo le differenze individuali tra persone astrattamente accomunate dallo stesso livello di rischio.
Se, dunque, questi strumenti diagnostici continueranno anche in futuro a conservare la loro efficacia, ciò non toglie che possano venire affiancati, come è già iniziato ad avvenire negli ultimi anni, da ulteriori mezzi attraverso cui recuperare informazioni aggiuntive sul metabolismo osseo e sulla risposta alle terapie. A partire dai biomarcatori.
I biomarcatori e l’osteoporosi oggi
Nell’osteoporosi, l’equilibrio nel rinnovamento delle ossa viene meno, con una prevalenza del riassorbimento osseo sulla formazione di nuovo tessuto, determinando una progressiva perdita di massa e resistenza.
I biomarcatori, consentendo di osservare la reazione del tessuto osseo ai trattamenti, possono allora rappresentare un importante passo avanti nella gestione della malattia.
Si tratta infatti di sostanze, prodotte da processi biologici e misurabili nel sangue, che consentono di capire meglio, e in tempi molto rapidi, la situazione concreta nel paziente per quanto riguarda il processo naturale cui il nostro scheletro continua a essere sottoposto anche in età adulta. Non conta, insomma, solo la quantità di osso, ma anche la velocità di sostituzione delle ossa.

E, a fare il punto sulle conoscenze disponibili sui biomarcatori, sul loro ruolo nella gestione dell’osteoporosi, sulle possibili applicazioni nella pratica medica e sulle prospettive future di ricerca in questo ambito è ora una revisione scientifica appena pubblicata da un team dell’Università statunitense dell’Alabama.
Lo stato dell’arte
Dal 2025, sono riconosciuti ufficialmente come indicatori principali 2 biomarcatori; il Ctx-C, indicatore del riassorbimento, e il P1np, indicatore della formazione.
Il primo misura i frammenti liberati quando l’osso viene degradato, il secondo la quantità di sostanza rilasciata durante la produzione di nuovo collagene di tipo I, componente fondamentale dell’osso.
Uno degli aspetti principali dei biomarcatori è la velocità delle risposte. Se, per esempio, per una densitometria servono dai 18 ai 24 mesi per registrare le variazioni di densità dell’osso, attraverso queste sostanze si possono vedere i cambiamenti di metabolismo osseo in poche settimane. È questo però solo uno dei modi in cui i biomarcatori possono migliorare la gestione dell’osteoporosi.
Attraverso la misurazione di queste sostanze si può anche verificare se un paziente segue correttamente una terapia, e, in tempi rapidi, se questa funziona, come si può individuare i rischi collegati alla sospensione dell’assunzione di alcuni farmaci. Fermo restando che i valori dei biomarcatori possono essere alterati da alcune condizioni, come diabete, fratture recenti o problemi renali.
Le prospettive
Lo sviluppo di nuove soluzioni, non solo sul fronte della prevenzione come le app dedicate, comunque continua, aprendo a una medicina sempre più personalizzata. Sono per esempio in fase di studio, per quanto non ancora sufficientemente validati per un utilizzo nella pratica clinica ordinaria, strumenti che potrebbero indicare vari aspetti.
Si va dalla regolazione della formazione ossea all’equilibrio tra formazione e riassorbimento, dalla regolazione dell’attività delle cellule ossee all’insieme delle proteine coinvolte nei processi biologici, fino alle modificazioni dei metaboliti. Attraverso un biomarcatore che fissa punteggi di rischio poligenico si potrebbe inoltre, in futuro, capire anche una eventuale predisposizione genetica individuale.
Alberto Minazzi







