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Ucraina. Perché la “guerra del gas” ci interessa da vicino

Ucraina. Perché la “guerra del gas” ci interessa da vicino

Il presidente russo Vladimir Putin è stato perentorio: “gli interessi e la sicurezza dei nostri cittadini – ha detto – non sono negoziabili”.
La diplomazia resta una porta ancora aperta, ma la reale possibilità di un conflitto armato preoccupa sempre più l’Europa. E non solo per la guerra, che ogni Paese sta cercando di evitare.
Quali altre implicazioni possano esserci anche per l’Italia, che pur sembra lontana, risulta chiaro proprio in questi giorni della crisi energetica e del conseguente caro-bollette.
E’ evidente quanto il legame degli italiani con la Russia, per quel che riguarda i rifornimenti di gas, sia stretto.
E la brusca frenata della Germania sulle ultime autorizzazioni che mancano per rendere operativo il nuovo gasdotto Nord Stream 2, già ultimato, rischia di avere ulteriori ripercussioni economiche per tutti noi. Indipendentemente da un possibile imminente conflitto.

Il gas russo e la Germania. Il caso Nord Stream 2

La notizia delle ultime ore è che il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato la decisione di congelare il progetto di raddoppio dell’infrastruttura Nord Stream 2, dedicata al trasferimento del gas russo in Germania e, di qui, nel resto dell’Europa occidentale.
Trasportando ulteriori 55 miliardi di metri cubi di gas l’anno, Nord Stream 2 consentirebbe di raddoppiare la quantità di combustibile venduta dalla Russia all’Europa.
Affiancandosi sostanzialmente anche nel percorso, sul fondo del Mar Baltico, al suo predecessore.
Sono infatti già 55 miliardi i metri cubi di gas che ogni anno arrivano in Germania attraverso il gasdotto Nord Stream 1, in funzione dal 6 settembre 2011 con la prima linea e da ottobre 2012 con la seconda.
Per entrare in funzione, Nord Stream 2, la cui costruzione è iniziata nel 2018 e si è conclusa nel 2021, necessita però dell’autorizzazione alla rete rilasciata dal Governo tedesco dopo il necessario processo di revisione. Ed è qui che, in discontinuità con la strategia di Angela Merkel che l’ha preceduto, Scholz ha deciso ora la frenata.

Nord Stream 2

Il gasdotto Nord Stream 2: le posizioni di Ucraina e Stati Uniti

Costato circa 12 miliardi di dollari, di proprietà di una società svizzera la cui maggioranza è controllata dalla compagnia energetica statale russa Gazprom, Nord Stream 2 è il gasdotto offshore più lungo del mondo con i suoi 1.234 km (10 in più di Nord Stream 1).
Collega Ust-Luga, nella parte occidentale della regione russa della Siberia, alla tedesca Greifswald.
Il progetto è stato fortemente osteggiato tra gli altri proprio dalla stessa Ucraina.
Il suo percorso taglia infatti fuori i Paesi dell’Europa centro-orientale, facendo perdere loro i guadagni per i diritti di transito.
Si parla di un introito annuo, per la sola Ucraina, attorno al miliardo di euro.
Ma, tra i Paesi che hanno sottolineato con favore lo stop tedesco, ci sono anche gli Stati Uniti, che hanno collegato fin dall’inizio al progetto il pericolo di una sostanziale dipendenza dell’Europa dalla Russia per quanto riguarda le forniture energetiche.
Un legame a doppio filo, visto che al tempo stesso l’economia russa si basa soprattutto su queste esportazioni, di cui l’Europa è la principale cliente.
Il gas siberiano, con la crescita degli ultimi anni, è infatti arrivato a coprire più del 40% del fabbisogno dell’Unione Europea. E i canali principali, oltre a Nord Stream, sono i gasdotti Tag (che attraversa Ucraina, Slovacchia e Austria) Turkstream e Blue Stream (che passano per il Mar Nero e si concludono in Turchia).

L’Italia e il gas

Anche la percentuale di gas russo consumata in Italia è su questi livelli.
Secondo i dati del Ministero della Transizione ecologica, la domanda annua di gas nel nostro Paese nel 2020 è stata pari a 71,3 miliardi di metri cubi, coperta per il 93% dall’importazione, che avviene per l’81% via gasdotto.
Il livello delle importazioni di idrocarburi dalla Russia è stato di 28,4 miliardi di metri cubi. Cioè il 39,8% del consumo totale nel nostro Paese.
Abbiamo importato anche 12 miliardi di metri cubi dall’Algeria, 8,6 dal Nord Europa (Norvegia e Olanda) e 4,5 dalla Libia.
I punti di entrata del gas nel nostro Paese sono 9: 6 metanodotti e 3 centri di rigassificazione.


Il gas russo arriva in Italia dal valico friulano di Tarvisio (attraverso il gasdotto Tag). L’Algeria utilizza il gasdotto Transmed collegato con Mazara del Vallo in Sicilia. La Libia approvvigiona il nostro Paese con il gasdotto Greenstream fino a Gela, sempre in Sicilia.
Il principale rigassificatore è quello al largo di Porto Levante (Rovigo), dove arriva il GNL (gas naturale liquefatto) del Qatar. Gli altri due sono a Panigaglia (La Spezia) e Livorno.

La strategia energetica italiana e l’inatteso asso nella manica dell’Occidente

A completare il quadro, gli altri metanodotti arrivano a Gorizia, Passo del Gries (in Piemonte) e Melendugno (Lecce). In questo ultimo punto d’entrata si conclude il gasdotto Trans-Adriatico Tap. Lungo 870 km ed entrato in funzione il 17 ottobre 2020 ha una capacità di erogazione di 10 miliardi di metri cubi l’anno, che possono essere portati fino al doppio attraverso alcune modifiche tecniche. Il gas che viene immesso nelle tubature del Tap è quello prelevato in Azerbaijan e consente all’Italia anche di esportare gas verso l’estero.
Il Tap è uno dei punti principali della strategia energetica italiana per svincolarsi dalla dipendenza russa per il gas e per fare del nostro Paese un “hub” del gas verso il resto dell’Europa. Ovvero uno snodo di transito per il gas africano e per quello azero.
E’ per questo che l’Italia, come altri Paesi e la stessa Ue si erano espressi non a favore di Nord Stream 2.
Che tuttavia, in questo momento, potrebbe risultare un asso nella manica per i Paesi Nato e non a caso è stato definito “l’arma geopolitica dell’Occidente contro Putin”.

Alberto Minazzi

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