A Venezia, tra flash, abiti da sogno e venti metri di tappeto rosso, va in scena anche un’altra Mostra: quella delle tensioni e dei crolli emotivi. Lo psicologo Claudio Belardo racconta cosa succede davvero prima e dopo il red carpet
Danny Boyle, Jack O’Connell, Guy Pearce, Claire Foy: Ink ha inaugurato ieri sera la Mostra del Cinema di Venezia, con George Clooney a ricevere il Leone d’oro alla carriera.
Tante star hanno già sfilato sul red carpet: abiti, smoking, gioielli, sorrisi, fotografi.
La macchina dello spettacolo è partita.
Oggi gli arrivi continuano. I taxi attraversano la laguna, gli alberghi cominciano a riempirsi.
I primi fans sono già appostati davanti al Palazzo del Cinema o all’ Hotel Excelsior, pronti a chiedere un autografo o a scattare una foto da postare con l’attore o l’attrice di turno.
Ma c’è una Mostra del Cinema che non entra nelle fotografie. È quella dei minuti prima, quando l’abito è pronto, il trucco è impeccabile, il telefono smette di squillare e qualcuno controlla l’orario: bisogna uscire.

Dietro il sorriso, la paura: il peso del red carpet
Il “dietro le quinte” delle star non è sempre perfetto.
“Quasi sempre c’è un impatto emotivo fatto di fortissime tensioni, aspettative e fragilità – svela Claudio Belardo, psicologo che ha lavorato con professionisti del cinema e dello spettacolo anche in occasione di precedenti Festival -. Sia quando si accendono i riflettori, sia quando si spengono, ci sono dei picchi emotivi importanti che vanno gestiti”.

Percorrere il red carpet significa passeggiare per circa venti metri: fotografi a parte, un’ “operazione” che dura pochi minuti.
Ma per chi lo attraversa possono sembrare molto di più.
“Già prima di arrivarci gli artisti hanno picchi elevati di adrenalina ed eccitazione che possono portare a veri e propri attacchi di panico – spiega Belardo-. Sanno che in quei 20 metri di passerella saranno radiografati e devono mascherare l’emotività”.
Il sorriso va costruito per sembrare il più naturali possibile, la sicurezza va mostrata anche se non c’è, si cerca di dare un’immagine perfetta di se stessi.
“Tutto questo, a livello psicologico, costa molto – commenta lo psicologo -. Proprio perché attorno a certi personaggi si è costruita un’idea di perfezione che di fatto non esiste. Un artista, in realtà chiunque, non può essere perfetto semplicemente perché è umano. Anzi, il termine perfezione è il primo che si dovrebbe cambiare: le parole contano molto”.
E per affrontare un momento importante c’è un attento lavoro da fare per evitare attacchi di panico o rocambolesche fughe improvvise.

“Sì, io consiglio sempre di iniziare proprio dal linguaggio. Un artista che si prepara al red carpet, per esempio, non dovrebbe dirsi che vuole apparire perfetto, ma che vuole apparire al meglio. Non dovrebbe lavorare sulla perfezione ma sulla propria unicità, fare delle proprie imperfezioni i propri punti di forza. La preparazione non è soltanto un fatto di vestiti, trucco, capelli e fotografi da salutare nel modo giusto. C’è anche un lavoro invisibile sul corpo. Si dovrebbe lavorare sulla centratura, sulla respirazione e sulla gestione del giudizio esterno, per permettersi di abitare il momento presente senza farsi schiacciare dal peso delle aspettative”.
Quella fuga improvvisa poi gestita
E qualche volta, però, non basta.
Belardo racconta di un’artista che aveva seguito in passato e il cui nome, insieme al genere, resta volutamente riservato per tutelarne la privacy. Era arrivata al Lido. La Mostra era lì. Il red carpet anche.
Ma prima ancora di doverlo affrontare è arrivata la temuta crisi di panico.
Una di quelle che non lasciano spazio alla riflessione e che impediscono ogni forma di gestione delle emozioni.
D’impulso, ha deciso di andarsene: non riusciva a sentirsi a proprio agio in quell’ambiente che, di fatto, era anche il suo.
Nelle fotografie scattate in un momento successivo è apparsa con un sorriso smagliante, con il suo bell’abito, sicura e padrona di sé’.
Ma nessuno saprà mai che quello era un ritorno.
La pressione non finisce quando si spengono i flash
Non è l’unico caso e sentir raccontare il backstage fa comprendere che risulta interessante quanto la mostra.
Anche gli abiti che vediamo sfilare hanno una loro storia.
Sono scelti con cura spesso molto tempo prima, sono perfetti fin nei dettagli, esprimono il meglio del glamour e del mondo delle star.
Ma gli attacchi di panico possono anche scagliarsi su un vestito e la paura di indossarli per percorrere quei venti metri può abbattersi anche sullo stile. Drasticamente.
“Dall’ultra elegante al casalingo il passo può essere breve – rivela Claudio Belardo -. Rispecchia l’oscillazione emotiva che la persona subisce. Nel non saper più scegliere, perché è in grande difficoltà, la tentazione è quella di andare a una riduzione totale”.
E dopo il famoso tappeto rosso che succede?
Non si può ancora cantar vittoria.
“Quando tutto è finito e le luci si sono spente, il picco emotivo scompare improvvisamente e molti entrano in down. Prima tutto era in crescendo, elevato: giorni di première, interviste, incontri, applausi, attenzione continua. Una stimolazione violenta di dopamina. Poi il cervello subisce una brusca inversione di marcia. Il corpo e la mente devono tornare alla normalità ma subentra un grande senso di vuoto, di solitudine e di malinconia”.
Non per tutti, ovviamente. Chi però vive questo senso di smarrimento, può ricorrere a dei sani rimedi: “In questi casi – consiglia lo psicologo – è vitale ristabilire subito una routine di benessere psicofisico, circondarsi di affetti autentici e concedersi il tempo biologico per metabolizzare l’esperienza, ricordando che il proprio valore umano prescinde dal successo della pellicola presentata”.







