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Gender gap: la parità uomo-donna è lontana 123 anni

Gender gap: la parità uomo-donna è lontana 123 anni

Il punto sulle differenze di genere nel rapporto dell’Osservatorio Svimez-W20

C’è un indice, il Global Gender Gap, che misura quanto siano ancora diffuse le differenze tra uomini e donne. E dice che, su questo fronte, c’è davvero ancora tanta strada da fare.
Perché, nel 2025, il 31,3% di questo divario complessivo risulta ancora da colmare.
Non solo: procedendo ai ritmi registrati negli ultimi 12 mesi, ci vorranno ben 123 anni per arrivare alla parità totale.
Il dato è stato sottolineato dall’Osservatorio “Rita Levi-Montalcini Svimez-W20”, che ha presentato i risultati, relativi in particolare all’Italia nel contesto interno e internazionale, ottenuti attraverso l’analisi compiuta con un nuovo strumento di monitoraggio dedicato alle disuguaglianze di genere.

L’Italia nel Global Gender Gap e le principali criticità

Guardando, in generale, alle diverse dimensioni del gender gap, nel mondo si è vicini alla parità (95%) per i settori relativi a istruzione e salute, mentre le differenze sono maggiori nella partecipazione economica (parità al 61%) e ancor più marcate (si arriva appena al 22,9%) quanto al potere politico.
Nella classifica generale mondiale, l’Italia è appena 85^ (11^ se si guarda ai soli Paesi del G20), ben distante dai primi posti occupati da Islanda, Regno Unito, Germania e Australia.
Una posizione che, nell’analisi dell’Osservatorio, si lega a ritardi strutturali, ancor più evidenti nelle regioni meridionali, in cui la frontiera più critica rimane ancora quella del lavoro.

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Le disparità di genere nel lavoro in Italia

Tra i dati più preoccupanti, su questo fronte, quello di 5 regioni (Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania) dove il tasso di inattività femminile è superiore a quello di occupazione, anche al netto della parte legata a motivi di studio.
Un altro aspetto che fa riflettere è quello relativo al part-time involontario: a fronte di una media dell’Unione Europea del 20,9%, il dato sale al 40,7% nel Centro-Nord Italia e al 63,3% relativamente alle lavoratrici del Sud.
C’è poi il dato sui contratti a tempo indeterminato, inquadramento che riguarda quasi 1 lavoratrice italiana su 5.
E sono donne oltre il 60% del totale dei lavoratori a termine che guadagnano meno di 10 mila euro l’anno.

Le differenze nella retribuzione

Non deve ingannare, poi, la quota di occupati a rischio di “lavoro povero”, che al Sud è al 22,7% tra gli uomini e al 13,8% tra le donne, in quanto l’indicatore è calcolato sul reddito familiare.
Il dato, fa notare l’analisi, è piuttosto il segnale che il reddito da lavoro femminile resta ancora una “seconda entrata”.
Del resto, i differenziali retributivi legati al genere sono tuttora ben marcati: dal 16% (al Nord) al 20% (al Sud) per i contratti a termine; al 28% per quelli a tempo indeterminato. E si sale a un gap tra il 40% e il 45% per gli operai.
Al Centro-Nord, gli uomini percepiscono così 120 euro al giorno, le donne 88; al Sud e Isole, circa 90 contro 65. E le pensioni maschili sono più alte del 44%.

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I dati su istruzione e donne imprenditrici

Un punto, decisamente migliorabile, da cui si può pensare di partire per un cambio di passo è quello relativo al peso dell’istruzione. Il capitale umano femminile è molto più qualificato, sia nei Paesi G20 (nella fascia 25-34 anni è laureato il 45,5% delle donne e il 37,7% degli uomini) che in Italia (38,5% e 25,5%).
Ma anche al Sud il 30,9% delle giovani donne è laureato.
Eppure questo andrebbe maggiormente riconosciuto.
Così come spicca il dato della percentuale di imprese con proprietà a maggioranza femminile: in Italia è pari al 16,2%, con un valore superiore agli altri Paesi del G20. E il 36% delle imprese femminili si concentra al Sud.

La partecipazione politica

Un ultimo aspetto su cui si concentra l’Osservatorio è quello relativo alla partecipazione politica.
Le elette in Parlamento sono il 32% del totale, dato che ci colloca all’8° posto tra i Paesi G20.
A livello di Consigli regionali, la forbice varia tra il 42% dell’Umbria e il 9% della Valle d’Aosta.
Quanto all’informazione politica, i dati 2024 indicano una decisa maggioranza maschile: vi ricorre almeno una volta a settimana il 54,1% degli uomini e il 42,5%; lo fa tutti i giorni il 27,6% degli uomini e il 19% delle donne. E anche in questo caso si riscontra anche un netto divario territoriale: non si informa mai di politica il 37,3% delle donne del Sud contro il 25% di quelle del Nord.

Alberto Minazzi

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