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Maternità o lavoro? Vincono le dimissioni. 7 su 10 sono di donne

Maternità o lavoro? Vincono le dimissioni. 7 su 10 sono di donne

Oltre 62mila dimissioni in un anno, il 70% femminili: a spingere fuori dal lavoro sono nidi carenti, costi elevati e un sistema che scarica sulle madri il peso della cura. E il conto cresce con ogni figlio

Hanno difficoltà a conciliare il lavoro con la cura dei figli, la sistemazione al nido, asilo o con baby sitter quando sono piccoli è difficoltosa o troppo cara, non hanno qualcuno che in loro assenza possa accudirli e per questo sono costrette a scegliere tra carriera e famiglia. Nella maggior parte dei casi la seconda opzione prevale sulla prima.
Come rivela il report annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nell’ultimo anno analizzato, il 2024, oltre 62 mila hanno lasciato il posto di lavoro e di queste ben il 70% sono donne.

Le giovani madri si dimettono entro il primo anno dalla nascita del figlio

L’incidenza femminile sulle risoluzioni dei contratti lavorativi crolla con l’avanzare dell’età ed evidenzia un divario marcato nelle fasce più giovani. Sotto i 24 anni le donne rappresentano l’84,6% delle convalide; nella fascia tra i 24 e 29 anni l’80,4% e in quella tra 29 e 34 il 74,8%. Il dato indicativo che a uscire dal lavoro sono soprattutto le donne in età riproduttiva e con figli e non le lavoratrici in generale è quello che riguarda chi ha oltre 44 anni e che fa scendere significativamente la percentuale al 32,4%.
La fase più critica per le donne per restare nel mercato del lavoro è il primo anno dalla nascita del figlio.
Di tutte le convalide relative a donne, 42.237 nel 2024, il 77% appartiene al settore terziario dove sono più presenti, mentre lo stesso dato relativo agli uomini appartiene al terziario il 52%, seguito da una quota del 30% in quello industriale dove la loro presenza è più diffusa rispetto a quella femminile.

Il part-time per non abbandonare il lavoro e motivazioni per cui si abbandona

L’alternativa è il lavoro part-time che, come indica il Rapporto Cnel-Istat 2025, sul totale degli occupati ha una percentuale del 31,5% contro l’8,1% degli uomini e arriva al 36,7% tra le madri. Perché venga rilasciato il provvedimento di convalida la lavoratrice o il lavoratore ne devono fare richiesta indicando uno o più motivi di dimissioni o risoluzioni consensuali.

Nel 2023 le motivazioni individuate risultano pari a 94.124, nel 2024 99.056. Di questo totale il 39,3% è connesso alla difficoltà di conciliazione con i figli per ragioni legate alla diponibilità di servizi; il 26,5% è relativo al passaggio in altra azienda; il 25,9% alle difficoltà connesse al lavoro (di conciliazione legata all’organizzazione o altre scelte del datore di lavoro); l’1,6% a difficoltà logistiche quali cambio di residenza/distanza dal luogo di lavoro; 0,1% trasferimento dell’azienda e 6,6% altre motivazioni.

Cosa nascondono dimissioni e part-time

A fare la differenza lavorativa per le donne è anche il numero di figli che hanno: ogni gravidanza aggrava la curva del reddito e rende sempre più difficile il recupero. Chi ne ha solo uno in un anno riesce a recuperare completamente lo shock salariale a differenza di chi ne ha due e impiega fino al quarto anno e addirittura chi ne ha da tre a più, oltre il quinto anno. Nel conto c’è anche l’età in cui una donna diventa madre: per chi è under 35 la penalizzazione reddituale iniziale è più contenuta e se rimangono sul mercato recuperano in fretta. Tuttavia il rischio di uscire dal lavoro nell’anno della nascita è quasi il doppio rispetto alle over 35, 25% contro 12%. Le donne più giovani sono dunque penalizzate non solo per il salario ma soprattutto in termini di permanenza nel mondo del lavoro.

Dietro dimissioni e part-time ci sono anche i costi elevati degli asili nido e la mancanza di posti che varia anche in base alla posizione delle città e che comunque sono ancora ben lontani dall’obbiettivo europeo del 45% di copertura entro il 2030. Nell’anno educativo 2023-2024 gli asili nido in Italia sono arrivati a 14.570, per un totale di circa 378.500 disponibilità. Per contro però di questi posti, solo uno su cinque è offerto da strutture pubbliche, mentre gli altri sono privati e quindi a pagamento per chi non trova posto nei nidi comunali. Vi è inoltre un forte divario territoriale: in alcune province del centro Italia come Ravenna Bologna e Perugia il tasso di copertura si avvicina o supera il 50%, in altre al Sud e in Sicilia si ferma tra il 19 e 19,5%.

Silvia Bolognini

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