Dai pomeriggi davanti alla tv alle arene sold out: la WWE torna nel Belpaese con il primo grande evento della sua storia. E sembra più di quel che ci hanno sempre detto. Ce lo spiega l’arbitro Alex Bonora
La WWE, la World Wrestling Entertainment, la più grande federazione americana di wrestling, sta per tornare in Italia. Questa volta, però, il nostro Paese sarà centrale nel WWE European Summer Tour, con due serate di roster – il Monday Night di Raw e il Friday Night di SmackDown, i due appuntamenti settimanali dello show americano – e il primo Premium Live Event della storia del wrestling nel Belpaese: Clash in Italy, il prossimo 31 maggio 2026, alla Inalpi Arena di Torino.
Per capirsi, un PLE è un evento mensile (circa) in cui si condensano le narrazioni e i match più interessanti dell’intrattenimento wrestling. Giusto per snocciolare qualche numero, i prezzi dei biglietti per questo PLE vanno da un minimo di 92€ a un massimo di 2443,75€, dalla proverbiale ‘piccionaia’ alla prima fila con pacchetto VIP. Prezzi altissimi? Sì.
Ma al tempo stesso suggeriscono la portata dell’evento, il seguito che si prevede, l’animosità del pubblico italiano nel voler partecipare a qualcosa di unico, almeno nell’intrattenimento nostrano. Tutto questo, a due mesi dall’avvento della WWE su Netflix, dopo ‘l’ostracismo’ decennale sui canali di seconda fascia.
Ma cosa vuol dire avere un PLE della WWE in Italia? Per rispondere a questa domanda, abbiamo chiesto a Alex Bonora, arbitro di wrestling all’interno dei movimenti federativi dello sport di intrattenimento in Italia.
Perché sì, il wrestling si fa anche qui; e sì, il movimento sta anche piuttosto bene.

«È tanta roba il PLE in Italia, perché l’ultimo evento degno di nota è stato un Monday Night Raw nel 2007 a Milano. All’epoca il wrestling in Italia si spingeva tanto, nonostante la tragedia della morte di Eddie Guerrero. Si era creato anche un personaggio italiano apposta per la serata, Santino Marella. Poi c’è stato il caso Benoit (il wrestler suicidatosi dopo aver ammazzato moglie e figlio, ndr) e il wrestling da noi è scomparso. Anche io ho smesso di seguirlo per otto anni circa». Poi, la lenta rinascita: i canali di secondo piano, il tam tam mediatico, una WWE che aggiusta il tiro per limitare traumi e complicazioni dovuti agli sforzi dei lottatori sul ring (probabilmente causa del raptus di Chris Benoit), per arrivare infine a un piano di nuova globalizzazione del franchise, per ampliare il mercato formando superstar internazionali.
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Forse è il caso di fare qualche passo indietro, per capire meglio: che cos’è il wrestling?
«Bella domanda, mi sa che non esiste una risposta giusta. La più accreditata è: ‘sport-entertainment’, che unisce il talento interpretativo, la scrittura della storyline – dei booker, della dirigenza, dei lottatori – l’atletismo e la cosa più importante di tutte: le reazioni del pubblico. Per fare degli esempi, ci sono diversi tipi di wrestling: negli USA ci si basa di più sulla narrazione, in Giappone sono più centrati sul lato sportivo del Puroresu e sulla bellezza del movimento, i luchadores messicani sono più acrobatici». Quel che sembra un’invenzione dello scorso secolo, in realtà proviene dall’Ottocento: il wrestling si praticava come attività circense, dove i lottatori ‘inscenavano’ lotte e avevano un loro codice nel parlato, per non far capire al pubblico quel che avrebbero fatto; oggi, invece, esistono auricolari, copioni scritti, e gli arbitri… che no, non si limitano ad arbitrare.
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Cosa fa l’arbitro di wrestling sul ring?
«Tre cose – risponde Alex: è in costante check sui lottatori, comunica loro il minutaggio del match e fa finire l’incontro quando è il momento. Poi, l’arbitro è quello che si preoccupa dello stato di salute degli atleti sul ring. E poi, nel far rispettare le regole del wrestling, sottolinea chi tra i lottatori è un heel (i cattivi) e chi è un baby face (i buoni). Il regolamento è fondamentale: con delle regole, la gente si appassiona, giudica e decide chi tifare. Altrimenti, varrebbe tutto». Nel wrestling molto poco è lasciato al caso: per ogni serata o evento, si stila una card (cioè l’ordine dei match e chi lotterà sul palco), dove gli sceneggiatori hanno già stabilito la narrazione generale. Per ogni incontro, i lottatori studiano le sequenze, si attengono allo storytelling e provano le mosse, informando l’arbitro su come si muoveranno.
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È meglio guardare il wrestling per le lotte sul ring o per le storie tra i personaggi?
«Dipende dal fan e dal suo gusto. C’è a chi piace la lotta e a chi piace la storyline, i promo, il trash talking. Non è solo questione di forza fisica, ma spesso di forza psicologica, e oggi come oggi c’è una federazione per qualsiasi cosa. Per la lotta la migliore per me è la AEW, dove spicca la qualità del match, mentre per la storia ora è la WWE. Il buon compromesso, per me e in controtendenza, è guardare la NXT, dove ci sono i giovani che si devono promuovere sia dal punto di vista atletico che dell’intrattenimento».
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Facciamo un po’ di cronistoria italiana: come ci è arrivato il wrestling nel nostro Paese e come sta oggi?
«Penso che il wrestling in Italia sia arrivato nel 2001 con l’esplosione della ICW (Italian Championship Wrestling) nel triennio 2005-2007, mentre adesso sta vivendo una sua epoca d’oro grazie al lavoro della pisana SIW (Superior Italian Wrestling), dove mi sono formato grazie alle lezioni di Daniele Vettori, tre anni fa. La SIW sta facendo ciò che ha fatto Vince McMahon per la WWE negli anni Ottanta: sta portando entertainer e influencer sul ring. Poi c’è stato l’evento Giorno del Giudizio, una sorta di PLE italiano, che ha portato mille persone nel palazzetto; questo si unisce alle dirette Twitch e YouTube, dove si può vedere l’esibizione da casa. Manca ancora un’unione nazionale tra le federazioni – le altre con cui collaboro sono, per esempio, Crossover wrestling, WIVA, FCW – perché, secondo me, in Italia manca ancora una definizione chiara di wrestling».
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Cosa diresti alle persone che pensano sia uno spettacolo ‘becero e finto’?
«Ognuno guarda quello che vuole. Il wrestling è molto trash, non è alta letteratura, ma la maggior parte delle persone non legge Tolstoj. Il trash è parte della società e spesso in tv abbiamo cose anche inferiori. Il fatto è che non si tratta solo di spettacolo finto, ma di un modo di essere intrattenuto. La finzione, poi, è proprio il problema del wrestling, cioè: sembra finto, ma non lo è. L’allenamento, gli sforzi, il dolore: il problema è rendere reale qualcosa che sembra finto. Nel wrestling abbiamo due persone che trasmettono una passione e mettono a repentaglio la salute per il pubblico. Se poi non si riesce a sospendere l’incredulità pace, ma allora non dovremmo mai sospenderla, né per i libri, né per i film, e allora è tutto finto. Il fan di wrestling è estremamente polemico con il prodotto trasmesso proprio per questo motivo: chi lo guarda si lamenta spesso delle scelte, dove ci sono errori ‘di finzione’ dovuti, secondo me, alla trasmissione settimanale, alla mole di spettacolo da dover produrre».
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Perché una persona dovrebbe guardare il wrestling? C’è una morale dietro?
«Perché è figo, non c’è tanto di morale, anzi, è molto facile si promuovano valori sbagliati. Non so se sia educativo. Non c’è un’intenzione etica, a parte alcuni casi dove ci sono anche atleti che promuovono l’onore e la competizione. La prospettiva è lo spettacolo basato molto sulla persona, dove lo scopo è idolatrare il personaggio, che in quel caso diventano superstar. In Italia, secondo me, apre molto la testa sul concetto di ‘far finta di fare la guerra’, di quanto possa essere assurdo ma primordiale risolvere la questione così, lottando su un ring, ad armi pari. Il wrestling ha uno scopo ricreativo con all’interno lo spirito di sacrificio, senza l’intento di insegnare nulla. Ti faccio l’esempio di Ursus, un lottatore italiano, grossissimo: sul ring è una bestia, poi quando esce saluti tutti, fa le foto coi bambini, è super tenero. Nel wrestling è come ‘recitare se stessi’, dove il confine tra realtà e finzione è super labile».
Damiano Martin



