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Pensioni minime: possibile aumento fino a 600 euro l'anno

Pensioni minime: possibile aumento fino a 600 euro l'anno

La sentenza della Corte Costituzionale apre al diritto di ottenere l’integrazione al trattamento minimo anche per chi ha iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996

In Italia, la pensione non è uguale per tutti.
E non solo perché l’età e le annualità di contributi versati per poter smettere di lavorare continuano sempre più ad aumentare.
Esistono infatti delle diversità di trattamento che vanno al di là della contrapposizione tra chi in pensione c’è già e chi, invece, è costretto a prolungare la sua vita lavorativa per arrivare a maturare i requisiti minimi.
Una distorsione del sistema riguarda la cosiddetta “integrazione al trattamento minimo”. Ovvero la possibilità di applicare il meccanismo che consente di portare l’assegno fino a una soglia fissata ogni anno dall’Inps in base all’inflazione.
A oggi, l’accesso all’integrazione è consentito ai soli lavoratori soggetti al cosiddetto “sistema misto”, con l’esclusione invece dei “contributivi puri”.
Una discrepanza che potrebbe però ora venir meno grazie a una sentenza della Corte Costituzionale.

L’evoluzione del sistema pensionistico italiano

Per capire meglio la situazione, va approfondita l’evoluzione della struttura del nostro sistema pensionistico. In questa prospettiva, il vero spartiacque è segnato dalla data del 31 dicembre 1995. Con l’entrata in vigore della riforma Dini, dal 1° gennaio 1996 è stato infatti abbandonato il sistema retributivo, in cui l’importo dell’assegno mensile veniva determinato guardando alle ultime retribuzioni, non scendendo mai sotto una percentuale di queste.
Un sistema, arrivato a regime nel 1969, che, chiaramente, non era più in grado di reggere, dal punto di vista economico, visto il costante invecchiamento della popolazione, legato all’andamento demografico, che ha fatto venir meno l’equilibrio tra lavoratori attivi e pensionati. Si è passati così al sistema contributivo, che calcola la pensione in base all’effettivo ammontare dei contributi versati nell’arco dell’intera vita lavorativa.
La transizione è stata accompagnata dall’introduzione di un sistema “misto” per chi lavorava già prima del 1996, a cui è stato applicato un calcolo retributivo fino al 1995 e contributivo per i periodi lavorati successivamente. La riforma Fornero del 2012 ha poi completato il processo di cambiamento, estendendo il metodo contributivo, con il calcolo “pro rata”, a tutti i lavoratori, compresi quelli con oltre 18 anni di contributi al 1995, per le anzianità maturate dal 2012.

La Cassazione e l’integrazione al trattamento minimo

Una delle conseguenze legate all’applicazione del sistema contributivo è quella di determinare assegni spesso inferiori alla soglia minima della pensione, fissata attualmente attorno ai 611 euro. Con la mancata possibilità di accedere all’integrazione, sono dunque numerosi i pensionati che vivono con un assegno mensile alle soglie della povertà. Ma le ipotesi di introdurre una “pensione di garanzia” per chi ha redditi bassi o carriere fragili non si sono mai concretizzate.
Un passo avanti, allora, potrebbe arrivare ora grazie alla Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittimo il divieto di integrazione al minimo per gli assegni ordinari di invalidità calcolati interamente con il sistema contributivo. L’ambito della pronuncia è ancora limitato, visto che non si parla di pensioni di vecchiaia. Ma i princìpi alla base della decisione dei giudici, nella loro generalità, appaiono estensibili anche oltre le semplici pensioni di invalidità.
In concreto, si è calcolato che i pensionati il cui assegno attualmente è al di sotto della soglia di 611 euro, con casi documentati di pensioni da 200 o 300 euro al mese, potranno aumentare le entrate di circa 600 euro l’anno, tra i 50 e i 60 al mese, qualora si applicasse l’integrazione al trattamento minimo. E, in prospettiva, al raggiungimento di determinati requisiti anagrafici o contributivi, si aprirebbe anche alla possibilità di beneficiare di altre maggiorazioni.

Dall’assegno sociale alla pensione minima per tutti

Nel sistema in vigore, l’integrazione per i pensionati che ricadono interamente nel sistema contributivo avviene attraverso l’assegno sociale, concesso dall’Inps. Questo però non avviene automaticamente, bensì solo in presenza di alcuni requisiti economici. Oltretutto, il reddito complessivo a cui si arriva è comunque inferiore alla soglia minima, attestandosi a circa 546 euro grazie alle integrazioni garantite dallo Stato.
L’estensione della sentenza della Corte Costituzionale anche alle pensioni di vecchiaia aprirebbe il delicato tema delle risorse per coprire le maggiorazioni. E, in ogni caso, lascerebbe aperte le questioni legate ai requisiti richiesti dal sistema contributivo per la fuoriuscita dal lavoro. L’età minima, attualmente fissata in 67 anni, non è infatti sufficiente se, con gli almeno 20 anni di contributi, non si raggiunge un importo minimo pari all’assegno sociale. In caso contrario, bisogna attendere fino ai 71 anni.

Alberto Minazzi

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