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Vaiolo delle scimmie: Oms riunisce il Comitato di emergenza

Vaiolo delle scimmie: Oms riunisce il Comitato di emergenza
Il direttore generale dell'OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus

Gli scienziati  definiscono la nostra “l’era delle pandemie”. E gli studi evidenziano che i cambiamenti climatici creano situazioni ideali per la nascita di nuovi virus. La “mappa per il futuro” degli esperti della Commissione Europea

Nel silenzio dell’ultimo mese, il vaiolo delle scimmie ha continuato la sua azione di contagio.
Oggi, denuncia l’Oms, si registrano più di 6mila casi in 58 Paesi, l’80% dei quali in Europa, diventata l’epicentro della malattia. L’evoluzione è stata attentamente valutata e ora il Comitato di emergenza dell’Oms si riunirà nuovamente per decidere se i dati impongano o meno di individuare nel virus una nuova emergenza pubblica di portata internazionale.
“Continuo a essere preoccupato per le dimensioni e la diffusione del virus del vaiolo delle scimmie – ha detto il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus – anche in Africa si registrano casi in Paesi non precedentemente colpiti e numeri record in luoghi senza esperienze passate di focolai di Monkeypox.  Ho intenzione di convocare nuovamente il Comitato di emergenza – in modo che” gli esperti “siano aggiornati sulla situazione epidemiologica attuale e sulla sua evoluzione, e sull’attuazione delle contromisure – ha annunciato -. Li riunirò nella settimana del 18 luglio o prima, se necessario“.

vaiolo delle scimmie

Omicron 5 oramai prevalente

L’altra preoccupazione resta il dilagare di Covid 19.
La sottovariante BA.5 si afferma come la Omicron prevalente sul Pianeta.
“La prima è stata rilevata in 83 Paesi e nella settimana dal 19 al 25 giugno, rispetto alla precedente, è salita dal 37% al 52% circa. Non ci sono ancora prove in merito a un cambiamento di gravità della malattia provocata da Omicron 4, 5 e BA.2.12.1, rispetto a quella legata a Omicron 2 – rende noto l’Oms -. Tuttavia l’aumento della loro prevalenza ha coinciso con un aumento dei casi in diverse regioni. E in alcuni Paesi l’incremento dei contagi ha anche provocato un aumento delle ospedalizzazioni, dei ricoveri in terapia intensiva e dei morti”
Secondo i dati , Omicron BA.4 si diffonde in maniera più lenta ed è stata rilevata in 73 Paesi. In calo sono invece Omicron BA.2, che dal 16% è scesa a un tasso di contagiosità del 9% e la BA.2.12.1, passata dal 19% all’11%.

Siamo nel “pandemicene”

E’ indubbio: non ne possiamo più di sentirci dire che siamo minacciati da questo o da quell’altro virus.
Secondo la scienza, tuttavia, non solo dovremo farcene una ragione ma, rispetto a questa consapevolezza, siamo anche in ritardo di una quindicina d’anni.
Ed Yong, vincitore del premio Pulitzer per le sue pubblicazioni sul Sars-CoV-2, ha definito l’era che stiamo vivendo Pandemicene.
E la sezione dell’Onu che si occupa di biodiversità e di ecosistemi (Ipbes), sulla base dell’analisi di ben 600 studi pubblicati, ha avvallato che l’aumento delle temperature, l’alterazione del grado di umidità, la siccità, gli uragani e le alluvioni,  creeranno le condizioni per il diffondersi di nuovi virus.

 

Il ruolo dei cambiamenti climatici

L’ultima ricerca scientifica pubblicata, “Climate change increases cross-species viral transmission risk”, lo conferma: i cambiamenti climatici stanno facendo emigrare 3000 specie di mammiferi verso luoghi meno caldi, spesso abitati dall’uomo.
D’altra parte lo vediamo nelle nostre città, dove diventano sempre meno rari gli avvistamenti di animali inconsueti.
Secondo gli autori dello studio, Gregory Albery e Colin Carlson, biologi dell’Università di Georgetown, a un eventuale aumento della temperatura globale di 2 gradi, nei prossimi 50 anni corrisponderà l’affermarsi di almeno 15 mila nuovi virus.
Non tutti saranno trasmissibili all’uomo ma molti potranno essere pericolosi.
Il salto dei virus tra specie diverse non è una novità e, sottolinea Carlson nello studio, “dobbiamo prepararci all’idea che le pandemie saranno sempre più frequenti”.

La “Mappa del futuro” per far fronte alle emergenze sanitarie

Gli scienziati lo sanno e lo denunciano da tempo. Ma hanno anche già fissato delle “buone pratiche” e delle azioni urgenti per far sì che le nuove emergenze sanitarie non determinino crisi mondiali come accaduto con il Coronavirus.
La parola d’ordine è prevenzione e per questo 26 esperti nominati dalla Commissione Europea hanno elaborato una sorta di “mappa del futuro” identificando le aree prioritarie per un’azione immediata.
“Le epidemie di malattie infettive, in particolare zoonosi e malattie trasmesse da vettori – si legge nel rapporto elaborato, dal titolo “Scienza e innovazione per un mondo più sicuro” – sono aumentate nel tempo e si prevede che emergeranno sempre di più con il peggioramento dei cambiamenti climatici. La frequenza e la natura delle future epidemie dipenderanno quindi fortemente dalla nostra capacità di limitare e invertire i danni ambientali e di adottare modi di vita più sostenibili”.

La Dichiarazione di Roma

Le indicazioni degli scienziati sono state recepite nella “Dichiarazione di Roma”, con la quale i leader mondiali hanno sottoscritto una serie di impegni per la salute del pianeta.
Tra questi, oltre ai necessari finanziamenti, anche equità e cooperazione multilaterale e solidarietà globale.

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