Partito il progetto europeo “Halo-Force” che studia le piante alofite per coltivazioni sostenibili nelle zone umide
Ci sono Sidi Boughaba in Marocco, Burg El Arab in Egitto, la zona umida Alacati in Turchia e la Laguna di Venezia.
Sono i 4 siti nei quali si sviluppa “Halo-Force” (Halophyte-Driven Innovation for Sustainable Farming in Mediterranean Wetlands), il progetto europeo, coordinato dall’Università di Padova, finanziato nell’ambito del programma Prima (Partnership for Reasearch and Innovation in the Mediterranean Area) e cofinanziato dall’Unione Europea, che studia le piante resistenti al sale come risposta alla salinizzazione dei terreni causata dai cambiamenti climatici.
Tra i protagonisti dell’iniziativa c’è il Corila, il Consorzio per il coordinamento delle ricerche inerenti al sistema lagunare del capoluogo veneto.
Le alofite, una nuova risorsa alimentare
Come spiega il direttore generale di Corila, Pierpaolo Campostrini, la Laguna di Venezia rappresenta un contesto di straordinario interesse scientifico perché ospita da sempre piante spontanee commestibili naturalmente adattate agli ambienti salini.
“Oggi il cambiamento climatico, la riduzione della disponibilità di acqua dolce e l’intrusione del cuneo salino – precisa Campostrini – stanno facendo avanzare la salinizzazione del suolo in molte aree costiere del Mediterraneo. La conoscenza maturata in Laguna, può offrire indicazioni utili ai territori che solo ora si trovano ad affrontare questo problema”.
Il progetto che si sta sviluppando, della durata di 4 anni, parte da una risorsa già presente in natura: le alofite, piante spontanee che crescono naturalmente in ambienti salini e possiedono elevate qualità nutrizionali. In particolare si concentra su 3 specie con forte potenziale ecologico e nutrizionale: Beta maritima, Salicornia e Salsola soda.

Entro tre anni i primi alimenti a base di alofite
In Laguna di Venezia hanno giù preso il via le attività di studio individuando le future aree di prelievo dei semi. Si tratta di un passaggio preliminare per poi mappare gli habitat delle popolazioni selvatiche di alofite e raccogliere i dati necessari per la realizzazione di un vivaio. Halo-Force riunisce una dozzina di partner in Italia, Egitto, Marocco, Tunisia, Grecia, Croazia, Portogallo e Francia, con competenze multidisciplinari dall’ecologia all’agronomia, dal telerilevamento alle tecnologie omiche (discipline biologiche che studiano vaste raccolte di molecole cellulari nel loro insieme, ndr) fino all’innovazione alimentare. Proprio in tema di innovazione alimentare, l’obiettivo del progetto, entro il terzo anno, è di portare sulle tavole delle comunità locali coinvolte i primi alimenti a base di alofite.
Verso l’agricoltura del futuro
“Vorremmo offrire agli agricoltori – sottolinea Piergiorgio Stevanato, professore associato del Dipartimento di Agronomia, animali, alimenti, risorse naturali e ambiente dell’Università di Padova – nuove opportunità produttive in aree oggi considerate marginali. Se riusciremo a dimostrare che alcune alofite possono produrre alimenti di elevata qualità utilizzando acqua salmastra e con minori input agricoli, avremo posto le basi per sistemi agricoli più resilienti e sostenibili. Halo-Force non punta alla modifica genetica delle piante, bensì all’identificazione degli ecotipi migliori presenti in natura”.
Il Corila, da parte sua, ha il compito di contribuire alla caratterizzazione ambientale delle aree di studio e alla definizione di metodologie che consentano di svolgere la ricerca nel pieno rispetto degli equilibri ecologici delle zone umide.



