Prima è toccato alla chiesa. Poi alle case, a una strada e al terreno sotto i piedi degli abitanti. Nel sottosuolo l’acqua scioglie lentamente il gesso e crea vuoti che possono trasformarsi in voragini
È una situazione che fa mancare il terreno sotto i piedi. Letteralmente.
A Quinis, frazione del comune udinese di Enemonzo dove vivono circa 1.200 persone, l’acqua continua a sciogliere le vene di gesso presenti nel terreno. E i vuoti sotterranei che si creano sono chiaramente percepibili anche in superficie.
Una situazione non nuova: le prime voragini di cui si ha memoria risalgono addirittura agli anni ’60 del secolo scorso. Ma adesso il fenomeno sembra accelerare.
“La situazione – ammette Chiara Calligaris, professore associato del Dipartimento di Matematica, informatica e geoscienze dell’Università di Trieste – è in progressivo deterioramento. Perché, purtroppo, in un sito complicato e compromesso in maniera naturale, qualsiasi intervento con perdite nelle reti acquedottistiche e fognarie inevitabilmente incide”.

Il campanile pendente, simbolo di un paese a rischio
Per raccontare quel che sta avvenendo a Quinis si può partire da quello che, nell’immaginario collettivo, è considerato come una sorta di simbolo visibile: il campanile, da anni “orfano” della chiesa, che si è dovuta abbattere negli anni ’70, che appare sempre più pendente.
“Ma non dobbiamo dimenticare – riprende Calligaris, che sta portando avanti il lavoro dei suoi predecessori, i professori Cucchi e Zini – che sono state già rese inagibili alcune case, per le quali si è purtroppo deciso di procedere con l’abbattimento, come del resto già successo anche negli anni ’70”.

Il pericolo sotto terra che nessuno sa prevedere
Quello che si sta verificando a Quinis è il fenomeno chiamato “sinkhole”, conosciuto anche come doline, ovvero le voragini che si vengono a creare nel terreno. Riguardo alle quali, precisa l’esperta, “le previsioni sono molto difficili, perché sono tante le cause che concorrono alla loro formazione. Direi quasi impossibili, al pari di un terremoto, visto che le zone di fragilità, che presentano una propensione in tal senso, si possono identificare, ma non nel tempo né in uno spazio preciso ”.
Ciò nonostante, Chiara Calligaris ritiene che “non si dovrebbe arrivare al punto di dover abbandonare l’intero paese. Per quanto, nonostante nessuno si prenda la responsabilità di dirlo, in alcuni casi la delocalizzazione è l’unica soluzione”. Nello specifico, una delle zone più complesse è quella di via Tarquinius, nel centro del paese, che non a caso è stata anche chiusa dopo la comparsa di uno sinkhole in mezzo alla strada. “Qui – conferma Calligaris – il suolo è stato molto compromesso, nel tempo. Per questo servirebbero interventi molto importanti che non so nemmeno quanto senso potrebbero avere”.

L’evoluzione del caso di Quinis
La prima testimonianza storica del fenomeno dello scioglimento del gesso nel sottosuolo da parte dell’acqua, nel piccolo paese carnico, fu la formazione, tra il 1963 e il 1964, di 2 voragini molto importanti: 2 cilindri, tra loro molto simili, di una quindicina di metri di profondità e una quarantina di diametro. La prima si presentò a sud del centro abitato, nella zona dell’alveo del fiume Tagliamento, la seconda a monte, in località Ponte di Preone.
Dal punto di vista scientifico, però, la svolta arrivò nel 2009.
“Alcune case – racconta la professoressa dell’Università di Trieste – presentavano una serie di lesioni, per cui i proprietari si rivolsero a uno studio ingegneristico per procedere con la messa in sicurezza e il ripristino delle unità abitative. L’ingegnere incaricato, però, non se la sentì di portare avanti il progetto, avendo trovato una situazione più complessa del previsto. Il contributo per lo studio di ingegneria, così, fu utilizzato per iniziare il percorso di studi all’Università di Trieste, che poi se ne occupò in maniera sistematica dal 2015”.
E, adesso, l’accelerazione.

“Nessuno potrà mai sapere – analizza l’esperta – quale sia stato il fattore specifico che ha provocato il collasso. Di certo, una commistione di fattori ha aggravato la situazione. Per esempio, tornando a via Tarquinius, le perdite d’acqua hanno agevolato l’evoluzione. Allargando la prospettiva, sicuramente la modificazione della gestione del territorio iniziata negli anni ’60 con la realizzazione di invasi a monte ha abbassato le falde e può aver provocato sprofondamenti. Così come i lunghi periodi senza piogge legati ai cambiamenti climatici sono una delle cause. Perché qualsiasi modifica dell’equilibrio può creare i presupposti dell’instabilità”.
Una situazione con cui si può solo convivere
Dal punto di vista tecnico, la vera questione è che non si può parlare di vere e proprie soluzioni. “L’attenzione – riprende Chiara Calligaris – va sicuramente concentrata nelle zone che presentano, nel substrato, rocce evaporitiche come gessi, sali e salgemma, che si sono create in situazioni ben diverse da quelle attuali. Al tempo stesso, con questa situazione si può pensare solo di cercare una convivenza, per esempio impermeabilizzando canaletti e scoli: un lavoro importante, ma l’unico possibile. E poi, grazie a monitoraggi e studi, si può capire con che tipo di fenomeno abbiamo a che fare”.
Gli sinkhole, infatti, sono di 2 tipi. I più gravi sono quelli in cui la volta della cavità collassa improvvisamente, creando una voragine. In altre situazioni, invece, si verificano le cosiddette soffusioni, ovvero il progressivo fluire dei materiali nei condotti carsici, da cui deriva un abbassamento della superficie.
“Sono questi che possono essere monitorati in un contesto urbano. In primis con oggetti, come tetti delle case, guardrail e pali della luce, che mantengono posizione e forma, per i quali si possono effettuare misurazioni ogni 15 giorni attraverso i satelliti, seguendo così l’andamento di questi punti nel tempo, visto che gli evaporitici si sciolgono molto rapidamente”.
In tal senso, l’Università di Trieste ha sperimentato l’inserimento di campioni di gesso, materiale già presente nel sottosuolo, all’interno di tubi piezometrici.
“Si trattava – racconta Calligaris – di parallelepipedi alti 10 cm con una base quadrata di 4 cm. E, in alcuni punti particolari, si sono sciolti in appena 3-6 mesi. Il che significa che il continuo flusso di acque è il motore del fenomeno in questo contesto specifico.
Ed è per questo che è importante anche il secondo tipo di monitoraggio, utilizzando una strumentazione topografica di estrema precisione, per capire fino a che punto è possibile resistere.
Il futuro di Quinis
“Quando si verificano tali fenomeni in alcune porzioni di territorio non ci sono grandissimi margini di intervento. Si può pensare a un’opera di drenaggio, come fatto in una situazione simile a Ovaro. Anche se bisogna stare sempre attenti, quando si toglie l’acqua, perché si mutano gli equilibri. Fermo restando anche che in certi contesti, in cui le falde permeano il sottosuolo, è impossibile allontanare l’acqua”.
Intanto, allora, il Comune di Enemonzo sta portando avanti il progetto di installare inclinometri sul campanile. Mentre l’Università di Trieste, sfruttando fondi Pnrr, ha installato una stazione generale in centro paese, attraverso cui monitorare 17 caposaldi nella zona maggiormente interessata. “Non è un sistema di allerta – conclude Calligaris – ma di semplice monitoraggio. Che, comunque, può aiutare”.
Alberto Minazzi



