Uno studio analizza i dati sull’andamento delle malattie trasmesse da questi artropodi e sulle possibili cause che ne hanno favorito la crescente diffusione
Chi pensa alla zecca come a una possibile insidia solo per chi frequenta i boschi purtroppo si sbaglia.
Negli ultimi 70 anni, in tutta Europa, Italia compresa, si è infatti sempre più ampliata la distribuzione dell’Ixodes ricinus. Ovvero la specie di questo artropode più diffusa nel continente, vettore primario di numerosi agenti patogeni che colpiscono la salute animale e umana.
Proprio l’espansione delle zecche verso quote più elevate, colline e aree urbane verdi, unita a una stagione di attività più lunga, ha aumentato le opportunità di interazione con gli uomini. Così, per escursionisti e cercatori di funghi, operatori forestali e ciclisti che praticano il fuoristrada, le fasce più colpite senza dimenticare i bambini, anche un weekend sulle Prealpi può diventare rischioso.
Nel contesto europeo, il Triveneto, terra di piste ciclabili, prati collinari, vigneti e frequentati sentieri turistici, è del resto una “zona calda” per le malattie trasmesse da zecche. Con una crescita soprattutto della Tbe, l’encefalite da morso di zecca.
Lo conferma lo studio sull’epidemiologia nei pazienti dell’Italia Nord-Orientale tra il 2015 e il 2022 pubblicato su Spinger Nature.

La diffusione delle infezioni da zecca a Nord-Est
I ricercatori hanno estratto i dati relativi a oltre 49 mila campioni analizzati negli ospedali di Padova, Vicenza, Belluno e Bolzano, studiando le 5 principali infezioni trasmesse dalla Ixodes ricinus (Tbe, malattia di Lyme, rickettsiosi, anaplasmosi e babesiosi) per capirne l’aumento, il cambiamento nel tempo le fasce della popolazione più colpite e i rischi emergenti.
Tra i principali risultati, è emerso un aumento significativo tanto del numero di test richiesti quanto dei casi positivi, specie per le prime due malattie. A essere maggiormente esposte sono le province montane, Bolzano e Belluno, quest’ultima una delle aree italiane storicamente più endemiche per le malattie trasmesse da zecche. Ma il fenomeno riguarda tutte le aree alpine e prealpine.
Dall’Alpago al Cadore, dal Feltrino alle Prealpi trevigiane, fino alla fascia pedemontana tra Vittorio veneto e il Monte Grappa, non si può più parlare di un caso “di nicchia”, ma di un vero e proprio problema sanitario emergente. Con un nuovo “fronte caldo” nella Marca trevigiana, con segnalazioni soprattutto da Cansiglio, Monte Cesen, Col Visentin, Valmareno e Quartier del Piave.
Il primato della Lyme, il boom della Tbe
Circa il 78% dei test effettuati nel periodo preso in considerazione dallo studio riguardava la borrelliosi di Lyme, con un aumento di casi e test positivi, ma anche un maggior numero di diagnosi precoci rispetto al passato. Tra i più colpiti, gli uomini tra 60 e 69 anni, probabilmente per le attività svolte, lavorative e non, con però anche un possibile calo dell’attenzione dovuto all’abitudine.
Il tema più importante è però l’aumento significativo dell’encefalite virale Tbe, causata, a differenza della Lyme, da un virus e non da un batterio, che può causare meningite e in alcuni casi lascia danni neurologici permanenti. I casi italiani di Tbe si concentrano quasi interamente in Triveneto, con incidenze molto elevate nel Bellunese. E probabilmente il problema è sottostimato.

Se la fascia più colpita è quella tra 40 e 49 anni, i test che hanno indicato infezioni recenti per Tbe sono risultati più frequenti tra i bambini piccoli, trovando una possibile spiegazione nella loro maggiore esposizione in prati e boschi, ma anche in una minore attenzione ai controlli dopo che hanno svolto attività all’aperto e in una diversa reazione da parte del sistema immunitario.
La Tbe e il suo vaccino
Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, i casi di Tbe, anche in questo caso con probabili sottostime, in Italia sono cresciuti dai 21 del 2020 ai 67 del 2025, con un trend di crescita anche in Liguria e Piemonte, mentre al Sud il fenomeno è sporadico e occasionale. E, ricorda la Regione Veneto, l’encefalite può essere trasmessa, oltre che dalle zecche adulte, anche da larve e ninfe.
La malattia è trasmissibile anche con il consumo di latte crudo o latticini infettati e, pur non documentato, non può essere escluso il passaggio interumano, per esempio con le trasfusioni.
L’incubazione, all’interno di un arco di tempo tra i 4 e i 28 giorni, dura mediamente 8 giorni.
L’infezione è asintomatica nel 70% dei casi, mentre la mortalità si attesta tra l’1% e il 5%.
I sintomi sono simil-influenzali, con un regresso normalmente senza conseguenze, anche se, tra il 10% e il 20% dei casi, inizia una seconda fase con coinvolgimento del sistema nervoso centrale. È comunque disponibile in Italia, anche in formulazione pediatrica, un vaccino inattivato in 3 dosi, le prime 2 da somministrare nei mesi invernali, che conferisce una protezione triennale.
Le zecche in Europa e i cambiamenti climatici
Ogni anno, secondo l’Oms, nel mondo vengono segnalati tra i 10 e i 12 mila casi di Tbe. Quanto all’Europa, l’aumento dei casi nel trentennio tra il 1974 e il 2003 è stato del +400% ed è proseguito anche dal 2017 in poi. I Paesi storicamente con più casi, secondo i dati Ecdc, sono Austria, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi baltici più alcune aree di Germania, Polonia e Scandinavia.
Le aree a rischio, però, sono in crescita, sia verso Nord che oltre i 1.400 metri, limite tradizionale dell’habitat delle zecche, probabilmente diventate oggi il vettore più importante in Europa per infezioni trasmesse all’uomo. L’aumento della diffusione si lega del resto ai cambiamenti climatici e agli inverni più miti oltre che alla maggior presenza di cervi e fauna selvatica.
Le Ixodes ricinus, estremamente sensibili al clima (secondo alcuni studi sono molto meno attive sotto i 7°), sfruttano insomma la tropicalizzazione, con temperature più miti, umidità elevata e vegetazione stabile, sopravvivendo meglio anche in montagna e dove prima faceva troppo freddo. Inverni non troppo freddi, primavere precoci e autunni più caldi ne prolungano poi l’attività.

Le altre malattie trasmesse dalle zecche analizzate dallo studio
Lo studio pubblicato su Springer Nature si è infine soffermato su altre 3 malattie trasmesse dalle zecche. La rickettsiosi, infezione batterica che si manifesta con febbre, brividi, debolezza ed eruzioni cutanee ha mostrato un trend stabile, con positività dell’11,5% nei test effettuati e un interessamento soprattutto di persone nella fascia 30-39 anni di entrambi i sessi.
Quanto all’anaplasmosi, anch’essa dovuta a un batterio e che, nei casi più gravi, può causare problemi di coagulazione del sangue, ha presentato un tasso di positività massimo del 9%. Pur con un numero limitato di test (64) la babesiosi, malattia causata da un protozoo e simile alla malaria, anche se spesso asintomatica, ha invece mostrato una positività fino al 50%.
Alberto Minazzi








