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Insonnia fatale: un caso trevigiano potrà aiutare la ricerca

Insonnia fatale: un caso trevigiano potrà aiutare la ricerca

Il Ca’ Foncello contribuirà alla creazione della biobanca, promossa dall’istituto Mario Negri, sulla rarissima malattia genetica . Il punto sugli studi internazionali

Troppo spesso sottovalutato, il sonno è un bisogno biologico vitale che permette al nostro organismo di “ripararsi” sotto tutti i punti di vista: da muscoli e tessuti alle difese immunitarie, dagli ormoni al cervello.
Da una mancanza di riposo prolungata può così derivare una serie di problemi a livello cardiaco e metabolico, ma anche sotto forma di vulnerabilità alle infezioni e di perdita di salute mentale.
Ma se brevi periodi di insonnia, nell’arco di una vita, possono capitare a tutti, esiste una condizione genetica ereditaria che provoca una patologia neurodegenerativa che non solo sconvolge la vita, ma può addirittura portare in pochi anni fino alla morte. Chiamata “insonnia familiare fatale” è causata da una mutazione del gene Prnp e rientra tra le cosiddette “malattie da prioni”, causate da versioni alterate di proteine normalmente presenti nel corpo.
Fortunatamente la malattia, per la quale ancora non esiste una cura, è rarissima: sono una sessantina i casi in tutto il mondo e 27 le famiglie in cui è stata individuata. Di queste, 2 sono italiane, una delle quali trevigiana. Per questi motivi, l’ospedale Ca’ Foncello del capoluogo della Marca, è stato coinvolto nel progetto dell’istituto Mario Negri di Milano mirato alla creazione di una biobanca di campioni biologici di persone a rischio per approfondire gli studi specifici.

L’insonnia familiare fatale

L’insonnia familiare fatale (Ffi) fu descritta per la prima volta negli anni ’80 del secolo scorso da un gruppo di neurologi italiani guidato da Elio Lugaresi dell’Università di Bologna e risale al 1992 l’identificazione della mutazione genetica che è responsabile di questa malattia, ma anche del morbo di Creutzfeldt-Jacob familiare a seconda delle diverse varianti presenti in un codone dello stesso gene. L’esordio della malattia avviene in genere tra i 40 e i 60 anni.

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Il meccanismo che si innesca è una sorta di reazione a catena attraverso la proteina divenuta patologica che induce le proteine normali a ripiegarsi nello stesso modo. Il bersaglio principale della Ffi è la parte del cervello chiamata talamo, in particolare i nuclei coinvolti nella regolazione del sonno. Per questo, l’evoluzione della malattia comprende in primo luogo un’insonnia progressivamente intrattabile e la perdita dell’architettura normale del sonno.
La sopravvivenza media dopo l’esordio varia tra i 6 mesi e i 2 anni. Tra i sintomi rientrano crisi di panico, ansia e allucinazioni, alterazioni del sistema nervoso autonomo sotto forma di tachicardia, ipertensione e sudorazione intensa, perdita di peso, disturbi motori e dell’equilibrio e deterioramento cognitivo, fino al coma seguito dal decesso. Attraverso la biobanca si punta però a capire la dinamica della malattia anche prima della comparsa dei sintomi.

Il progetto italiano di biobanca e il caso trevigiano

La diagnosi genetica è ritenuta infatti fondamentale dagli esperti per poter pensare a individuare future strategie terapeutiche. Per questo, i materiali raccolti attraverso il progetto dell’istituto Mario Negri saranno condivisi con la comunità scientifica internazionale. L’attività di raccolta dei campioni di sangue, plasma, urine e lacrime, insieme a quelli prelevati attraverso biopsie cutanee, inizierà dopo l’estate e proseguirà con una cadenza semestrale.
Il gruppo trevigiano comprenderà circa 25 persone tra portatori della mutazione e loro familiari. Questo perché la trasmissione del gene Prnp mutato avviene in modo autosomico dominante, cioè facendolo prevalere sul gene sano e determinando in tal modo un’elevata probabilità di sviluppare la malattia. Che è quanto successo alla famiglia trevigiana a partire dal primo inspiegabile caso degli anni ’60 del secolo scorso, fino alla riproposizione negli anni ’80.
Fu proprio questo caso, che colpì una giovane donna di appena 36 anni, a essere approfondito dal dottor Ignazio Roiter, tra Treviso e Bologna, portando nel 1986 alla diagnosi ufficiale di insonnia familiare fatale. Attraverso il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, le generazioni successive della famiglia hanno quindi continuato a riprodursi grazie alla possibilità di mettere al mondo figli sani, non portatori della mutazione.

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@Gina Sanders

Insonnia fatale: gli ultimi sviluppi della ricerca

Pur rarissima, questa malattia è tra quelle prioniche più studiate. Sul fronte delle terapie, oltre ai test che impiegano farmaci come la doxiciclina per provare a rallentarne il decorso, tra le linee promettenti ci sono un paio di molecole già in fase di sperimentazione clinica. Gli obiettivi a cui si punta sono la riduzione o la rimodulazione dell’espressione del gene della proteina prionica, il favorirne l’eliminazione o la stabilizzazione della sua forma fisiologica.
Negli ultimi anni, sono stati creati topi geneticamente modificati, si stanno studiando biomarcatori per la diagnosi precoce e si sta provando a capire il motivo dell’elevata vulnerabilità del talamo.
La frontiera più promettente appare però quella dello spegnimento del gene Prnp, spingendo non solo a eliminare il gene mutato, ma anche inducendo il cervello a produrre meno proteina prionica normale, non indispensabile per la sopravvivenza, per ridurre il materiale da convertire in forma patologica.
Tra gli studi più recenti, il lavoro pubblicato a febbraio 2026 su The Lancet Neurology sottolinea come la mutazione genetica sia solo la scintilla che fa partire la malattia, ma non l’unico fattore che determina quando questa comparirà, quanto velocemente progredirà e quali sintomi svilupperà il paziente, facendo presupporre l’esistenza di altri geni e meccanismi biologici che modificano il decorso.
E un lavoro sperimentale pubblicato su Nucleic Acids Research ha costituito la base per l’avvio del primo studio clinico sull’uomo basato su un Rna interferente. Nei topi, infatti, è bastata una somministrazione dopo la comparsa dei sintomi per ridurre di circa il 49% la proteina prionica nel cervello e aumentare del 64% la sopravvivenza rispetto agli animali non trattati.

Alberto Minazzi

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