Marco Michielli: il turismo guarda oltre il coronavirus

Venezia

Prima economia della regione e prima regione d’Italia nel settore.
Parliamo di 19 milioni e mezzo di arrivi nel 2018 (ultimo dato ufficializzato) e il superamento della soglia dei 70 milioni di presenze nel 2019 (dato che presto dovrebbe avere i crismi dell’ufficialità). Quello formato da “turismo” e “Veneto” è un binomio fondamentale per il sistema economico, non solo locale ma dell’intero Paese. Ed è il settore che sta soffrendo probabilmente più di tutti, per l’emergenza coronavirus. Ma, proprio per salvaguardare il comparto, i vertici del turismo sono già in fibrillazione per costruire il dopo. La cosiddetta “fase due”.
“Penso che, come tante disgrazie, anche questa possa essere trasformata in opportunità”, è il messaggio di positività che lancia Marco Michielli, presidente di Confturismo e Federalberghi Veneto.

Il presidente di Confturismo e Federalberghi Veneto, Marco Michielli
  • Presidente Michielli, quali sono per lei i pilastri sui quali costruire la ripartenza?

“Ne vedo tre. Il primo, e più urgente, è legato alla liquidità. Le aziende ferme da due mesi semplicemente non incassano un euro. E, per di più, la cassa integrazione, al momento, la stanno pagando i titolari. Senza dimenticare le scadenze di imu e compagnia bella nei prossimi mesi”.

  • Il secondo?

“Una moratoria sui mutui. Da abbinare a un provvedimento di sgravio fiscale in cambio di una riduzione degli affitti. Penso ad esempio a chi ha appena rilevato una struttura, anche piccola, a Venezia, che si trova a pagare un affitto importante, pur con un giro d’affari fermo al palo”.

  • E poi?

“Appena finita l’emergenza, ovvero quando sarà trovato un vaccino per il coronavirus, sarà fondamentale pensare a una massiccia campagna promozionale. Partendo dall’Enit, a livello nazionale, e declinandola poi nelle singole realtà regionali”.

  • Il sottosegretario del Mibact con delega al Turismo, Lorenza Bonaccorsi, ha appena annunciato un piano strategico sul “turismo di prossimità”: cosa ne pensa?

“Sospendo il giudizio. Si tratta solo di un annuncio: voglio prima vedere le carte”.

  • È però d’accordo con l’idea di puntare sul mercato interno?

“È l’unica strada percorribile. Il primo straniero lo vedremo timidamente a settembre, a Venezia, sempre se si farà la Biennale. Confrontandomi con i colleghi di tutta Italia, l’ipotesi di ripartenza del turismo estero non è prevista prima di ottobre”.

  • Nel frattempo, vanno riscritte le “regole”, contemperandole con le nuove distanze sociali…

“È il tema che, in questo momento, mi preoccupa di più. C’è un clima di caccia all’untore che non è certo il miglior viatico per il turismo. Credo che se molti non riapriranno, sarà proprio anche in considerazione di questi motivi”.

  • Ma si può pensare a scongiurare questo rischio?

“Stiamo lavorando proprio per questo, per mettere a punto linee guida ognuno nel proprio settore. Noi di Federalberghi per l’ospitalità alberghiera, l’associazione delle spiagge per gli stabilimenti balneari, la Fipe per i ristoranti e così via. Certo, le perplessità non mancano, perché, come si dice, “ad impossibilia nemo tenetur”. Cioè nessuno può fare cose impossibili”.

  • In che senso?

“Le nostre sono attività che, per natura, aggregano le persone. Anzi, sono fatte proprio per questo, altrimenti non esiste il concetto stesso di vacanza”.
Va pensato uno “scudo” penale e civile, per consentire agli esercenti di riaprire senza rischiare il patrimonio. Federalberghi sta studiando proprio un protocollo, insieme al Ministero della Sanità, per poter combinare gli aspetti sanitari con la gestione”.

  • Andare oltre le direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, insomma?

“La normativa attuale ragiona solo nella prospettiva delle regole dell’Oms.
Onestamente, non so quanti si arrischierebbero ad aprire, su queste basi. Non si può tenere il fucile puntato 24 ore su 24 su tutti i dipendenti. C’è tanto nervosismo, in giro, per questa emergenza: cosa succederebbe se un ospite facesse una scenata isterica vedendo un cameriere se si toglie un attimo la mascherina? Né possiamo essere i guardiani dei clienti: pensiamo soprattutto ai bambini. E poi ricordiamo che se un ospite si ammalasse, l’albergatore sarebbe considerato responsabile”.

  • Lei parla da albergatore. Ma i campeggi?

“Le tematiche sono le stesse. Il problema sono gli spazi comuni, come ristoranti e negozi”.

  • Intanto, qualcosa si è mosso almeno sul fronte spiagge, con l’apertura dell’ultima ordinanza regionale alla manutenzione degli spazi in concessione. Come la giudica?

“Decisamente in maniera positiva: sia in concreto che per il fatto che dimostra la sensibilità del presidente Zaia sul tema. Personalmente credo che i cantieri edili e il sistema-spiagge siano settori che possono operare in piena tranquillità, visto che si svolgono all’aria aperta. Basta un minimo di accortezza, anche se le distanze tra operatori mi sembra siano già applicate senza bisogno di norme specifiche”.

  • Possiamo allora pensare a un’estate al mare?

  • “Lo possiamo fare, ma costruendo bene il modo di farlo in ossequio alle nuove esigenze. Il che non sarà facilissimo, perché anche nei nostri stabilimenti ci sono posti, come docce o chioschi, che sono punti potenziali di aggregazione. E ci sono situazioni, come quelle in cui i bambini fanno il bagno in mare, che sono tutt’altro che semplici da normare”.
  • Quali sono, nello specifico, le linee guida da cui lei partirebbe?

“Il primo limite senza dubbio è quello della distanza tra gli ombrelloni. Questo significa, automaticamente, ridurre la capienza. Ma, in un certo senso, favorirebbe le realtà con una spiaggia larga e profonda, come le nostre. Basti pensare agli spazi che ci sono nelle spiagge del Lido di Venezia o di Bibione e confrontarli con quelli che, al contrario, hanno a disposizione quasi tutte le località liguri, dove si cerca di rubare centimetri quadrati alle rocce per creare le piattaforme di cemento”.

  • A proposito di numeri, questa emergenza può essere l’occasione per ripensare anche al turismo di Venezia?

“Assolutamente sì. Venezia è l’esempio paradigmatico di un turismo in cui non esiste la minima distanza sociale. Il dover applicare questi nuovi accorgimenti è un’ottima motivazione per cercare forme di turismo alternativo a quello di massa”.

  • Anche l’introduzione del “numero chiuso”?

“Io sono da sempre favorevole a questo tipo di regolamentazione. Ho sempre detto, a chi gestisce il turismo a Venezia, che prima o poi si troverà a scontrarsi con l’ipotesi del numero chiuso. Sarebbe impensabile farsi trovare impreparati qualora, in una mattinata arrivasse mezzo milione di persone sul ponte della Libertà. Sicuramente sarà uno dei temi per il futuro”.

  • Quindi puntare sulla qualità…

“Certamente. Numeri inferiori e qualità superiore sono un tema che non riguarda gli albergatori, visto che il loro conto, alla fine, sarebbe lo stesso. Sarebbe piuttosto una formula vantaggiosa per il territorio, per la salvaguardia dell’economia della regione e delle singole località. A parità di incassi, un minore affollamento darebbe benefici immediati”.

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