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Termovalorizzatori: in Italia, secondo uno studio, troppo pochi. Il caso Fusina

Termovalorizzatori: in Italia, secondo uno studio, troppo pochi. Il caso Fusina
Il termovalorizzatore di Fusina, Venezia

Partiamo da un dato.
In Italia esistono 37 inceneritori che, nel corso del 2019, hanno trattato 5,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e rifiuti speciali urbani.
Troppi? Senz’altro, nonostante il nostro Paese risulti per molti aspetti tra i più virtuosi nella raccolta differenziata.
Ma pochi sarebbero gli impianti attualmente a disposizione secondo quanto risulta dal più recente studio sull’incenerimento dei rifiuti, il “Libro Bianco”, realizzato dai Politecnici di Milano e Torino con le Università di Trento e di Roma 3 Tor Vergata.
In Europa, per esempio, gli inceneritori sono circa 500.
In Germania sono 96, in Francia 126.
Nell’80% dei casi, basti pensare al termovalorizzatore di  Copenhagen, che al suo interno brucia 440 mila tonnellate di rifiuti mentre sul “tetto” ospita una pista da sci, pareti da arrampicata e una caffetteria con vista sul porto, distano meno di 5 km dal centro.

Termovalorizzatori
Il termovalorizzatore di Copenhagen, in Danimarca

In Italia, la loro scarsa presenza, secondo le risultanze del Libro Bianco, rischia di aumentare il danno ambientale in quanto rappresenterebbero la migliore alternativa alla discarica e a quello che viene definito il “turismo dei rifiuti”.

Il turismo dei rifiuti

Gli inceneritori, rilevano gli studiosi, producono lo 0,03% di Pm 10 contro il 54% prodotto dalle combustioni commerciali e residenziali.
I termovalorizzatori non solo manterrebbero gli stessi parametri  e quindi un impatto minimo sulla qualità dell’aria ma, a differenza degli inceneritori, attraverso la distruzione dei rifiuti, producono anche energia.
Tanta da poter far fronte, in Italia, al fabbisogno di 9 milioni di famiglie.
Ogni anno, nel nostro Paese, infatti, vengono prodotti 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani.
Abbiamo un ottimo livello di raccolta differenziata, anche se diversificata tra regioni. Ma, secondo quanto rilevato dal Libro Bianco, non basta.
Parte dei nostri rifiuti, infatti, viene sottoposta a un’azione di recupero, rendendo un rifiuto di nuovo utile attraverso la sostituzione di altri materiali. Un’altra parte, invece, viene riciclata per ottenere prodotti da riutilizzare nella loro funzione originaria. Ma resta sempre una quota importante da smaltire che, nella misura del 20%, in alcune zone d’Italia ancora finisce nelle discariche e, per il resto, incrementa  il cosiddetto “turismo dei rifiuti” emigrando in altri Paesi.

discarica

Tra viaggi e discariche

Il problema sta nel fatto che le discariche,  evidenziano gli autori dello studio, “hanno un impatto superiore di 8 volte rispetto a quello del recupero energetico degli inceneritori”.
Proprio per questo, secondo quanto previsto dal regolamento europeo (Waste Framework Directive WFD-Dir. 2008/981/EC)  lo smaltimento in discarica, nei prossimi 14 anni, dev’essere portato al massimo al 10%.
L’Italia, quindi, dovrebbe ridurlo esattamente della metà.
Non sono già molte le discariche rimaste attive nel Belpaese.
Così, i rifiuti che non vengono bruciati, sono costretti a emigrare altrove, spesso caricati in camion che producono inquinamento e un aumento dei costi di gestione.

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@Libro Bianco

I costi, ambientali ed economici

Una prima quantificazione l’ha fatta la multiutility veneta Veritas – una tra le più grandi in Italia – che, a quattro mesi dall’avvio di una delle linee del suo impianto di Fusina, nel veneziano,  ha trasformato in energia elettrica 9.897 tonnellate di Css, Combustibile solido secondario.
Prima di attivare la Linea 1, il 3% delle 60 tonnelate di Css finiva nelle disariche della Slovacchia.
Un percorso che richiedeva “412 viaggi, per complessivi 800.888 km e 280.311 litri di gasolio con indice TEp 257,33”, ha reso noto l’azienda. Proprio questo gasolio “avrebbe prodotto 2.098 tonnellate di CO2 che invece non sono state emesse in atmosfera”.

Un guadagno collettivo

Sempre secondo quanto rilevato dall’azienda veneziana, il guadagno, per tutti, sarebbe triplice: meno inquinamento nell’aria, “ 4 milioni 194 mila 432 KWh di energia elettrica  utilizzati per l’autofinanziamento dell’impianto, ma che sarebbero sufficienti a soddisfare il fabbisogno annuale di elettricità di circa 1500 famiglie e un risparmio di un milione di euro, dal momento che conferire e smaltire una tonnellata di Css nel cementificio slovacco costa 100 euro”. Va da sé che questo costo, rimarca l’azienda, è alla fine collettivo, visto che finisce nelle bollette che pagano i cittadini.

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“Sono solo fake news”

Come accade anche in altri luoghi d’Italia, tuttavia, sull’opportunità di utilizzare o meno inceneritori e termovalorizzatori, anche nel veneziano l’opinione pubblica è divisa.
Tanto che, per l’attivazione dell’altra linea dell’impianto, è stata richiesta una sospensiva, rigettata, al Tar, che definirà la questione con una sentenza di merito a luglio.

“Con la seconda linea potremmo ottenere il top in termini di basse emissioni, perché ci consentirebbe di abbinare alla prima tecnologie estremamente innovative – commenta il direttore generale del Gruppo Veritas, Andrea Razzini – Purtroppo, sui termovalorizzatori circolano informazioni errate. Nel nostro caso, quella che, a fronte delle 152 mila tonnellate di rifiuto secco residuo da eliminare nel nostro Bacino, con l’attivazione di entrambe le linee si andrebbe a trattare una quantità superiore comprendente anche rifiuti prodotti fuori dal nostro territorio”.

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Il direttore generale del Gruppo Veritas Andrea Razzini

Insomma, chi protesta lo farebbe urlando contro un ipotetico “obiettivo di business” e contro una soluzione ritenuta non idonea per la salute pubblica.

Termovalorizzatori: l’esito delle indagini epidemiologiche

Proprio su quest’ultimo punto, la salute di chi vive e lavora dove è attivo un inceneritore o un termovalorizzatore, si è concentrata soprattutto l’attenzione dei ricercatori che hanno realizzato il “Libro Bianco”.
Nella seconda parte, titolata “Indagini epidemiologiche condotte in Italia e all’estero nelle aree interessate dalla presenza di inceneritori”, il Libro Bianco giunge a sfatare l’idea che inceneritori e termovalorizzatori siano dannosi per la salute dei cittadini rilevando che “non si possono considerare fattori di rischio di cancro o di effetti negativi sulla riproduzione o sullo sviluppo umano”.

I termovalorizzatori di ultima generazione

Questo vale soprattutto per i termovalorizzatori di ultima generazione.
“E’ scientificamente riconosciuto che le preoccupazioni sui potenziali effetti sulla salute degli inceneritori riconducibili a inquinanti potenzialmente presenti nelle emissioni quali metalli pesanti, diossine e furani, sono da ricondurre a impianti di vecchia generazione e a tecniche di gestione utilizzate prima della seconda metà degli anni 1990 – si legge nello studio – La doverosa e corretta valutazione dello stato di salute della popolazione esposta a fattori di rischio derivanti da impianti di incenerimento deve esser fatta tenendo conto anche dell’evoluzione storica delle tecniche adottate. Un impianto di incenerimento ben progettato e correttamente gestito, soprattutto se di recente concezione -dagli anni 2000 in poi- concludono i ricercatori – emette quantità relativamente modeste di inquinanti e contribuisce poco alle concentrazioni ambientali e pertanto non si ha evidenza che comporti un rischio reale e sostanziale per la salute”.

Il Css

Proprio con questa motivazione si è espresso di recente anche il Tar del Lazio in merito a un ricorso contro l’uso del combustibile da rifiuto, il Css bruciato dai termovalorizzatori, nei cementifici.
Il Css è il tipo di rifiuto che viene bruciato nel termovalorizzatore di Fusina, a Venezia.
Si tratta di Combustibile Solido Secondario prodotto a partire da ciò che, dal Rifiuto Urbano Residuo (RUR) non si può recuperare o riciclare.
Non contiene metalli o diossine ma carta, cartone, legno, fibre e una percentuale del 12% di plastiche. Con la seconda linea, potrebbero bruciare anche i fanghi da depurazione civile, ora destinati alla discarica o all’agricoltura.

I fanghi da depurazione

E’ questo uno dei punti maggiormente contestati dai comitati che hanno chiesto al Tar di Venezia la sospensiva negata. “Temono la presenza di Pfass, ma nei nostri fanghi, provenienti da Venezia, Mestre Sud, Riviera del Brenta e Miranese, non ci sono e  non è nei nostri piani andare a termovalorizzare fanghi prodotti da altri territori – spiega Razzini – Quanto accaduto a Vicenza preoccupa le persone e lo comprendo ma non abbiamo nulla da nascondere. Il nostro obiettivo, per il nostro territorio, è di avere una prestazione ambientale eccellente spendendo il meno possibile. Se un giorno dovessero comparire i Pfass anche nelle nostre acque di depurazione affronteremo il problema, anche se esistono già due studi svizzeri secondo i quali sopra i 600 gradi anche i composti Pfass si scindono. Nel nostro caso lavoriamo a più di mille gradi, quindi, nel malaugurato caso, non dovremmo avere problemi”.

Il modello Veritas

Non tutti i termovalorizzatori bruciano solo CSS come facciamo a Fusina – rileva il direttore generale di Veritas  Razzini – Noi rivendichiamo questo modello. Le nostre 60 milia tonnellate di CSS sono il distillato delle 150 mila tonnellate di rifiuto secco residuo prodotto dal nostro territorio. Il fatto di primeggiare in Italia per raccolta differenziata e di essere citati dall’Europa per il nostro ciclo produttivo è importante. La raccolta differenziata infatti è l’imprescindibile base di partenza ma il nostro effettivo riciclo deriva anche dal fatto che dai rifiuti residui tiriamo fuori ancora rifiuti ed è quelli che andiamo a termovalorizzare”.
I rifiuti vengono quindi prima triturati e poi messi in biocelle dove sono sottoposti a biostabilizzazione dei residui organici. Il secco residuo che non può essere riciclato finisce nel termovalorizzatore.

Il CSS e la decarbonizzazione

Il CSS, quello che consente al termovalorizzatore di Fusina di dare autosufficienza all’azienda e quindi di non andare al rialzo dei costi, è in sostanza un combustibile alternativo e il suo utilizzo al posto di fonti fossili è considerato una delle migliori soluzioni in vista della decarbonizzazione che l’Europa e i suoi Stati membri intendono raggiungere entro il 2050.
D’altra parte, ha evidenziato un rapporto della Fondazione Ellen MachArthur, “gli obiettivi di neutralità climatica e di riduzione delle emissioni di gas serranon saranno raggiungibili solo grazie alle fonti di energia rinnovabili, il cui apporto è stimato al massimo del 55% .
Il CSS, quindi, potrebbe rappresentare un’alternativa di supporto per recuperare energia termica, quindi acqua calda ed elettrica utilizzabili dagli impianti industriali.

“Siamo convinti che bisogna andare avanti così – dice a questo proposito il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro – Il nuovo impianto brucia il CSS  che prima bruciava nella centrale elettrica Enel a carbone e sarà utilizzato solo per soddisfare le esigenze del territorio servito da Veritas. Questo è quello che abbiamo sempre detto e, finché ci sarò io, qua non si transige. Chi vuole far speculazione anche su questo rischia di portare anche Venezia in situazioni che abbiamo già visto altrove, dove la spazzatura finisce in discarica o resta magari in strada quando in discarica non ci sta più”.

Luigi Brugnaro
Il sindaco di Venezia e leader di “Coraggio Italia” Luigi Brugnaro

Dal rifiuto all’energia in casa

Non brucia solo Css, ma rappresenta comunque un esempio di risparmio, l’inceneritore di Brescia, il “TU“, uno dei più grandi in Italia. Produce energia elettrica per il fabbisogno di 200 mila famiglie, fornendo 60 mila appartamenti raggiunti attraverso una “rete di teleriscaldamento di oltre 630 km – spiega in una nota di presentazione Sistema Ambiente Energia di Brescia – Recupera ogni anno energia termica ed elettrica da circa 700 mila tonnellate di rifiuti non riciclabili e ha consentito di evitare 13 discariche da 1 milione di tonnellate di rifiuti”. Una superficie pari a 180 campi da calcio.

Consuelo Terrin

Un commento su “Termovalorizzatori: in Italia, secondo uno studio, troppo pochi. Il caso Fusina

  1. Rimane sempre il fatto che la pianura padana è uno dei posti con l’aria più inquinata al mondo, e che la cosa non dipende dagli autoveicoli (che sono controllati con revisioni periodiche): questi ultimi sono rimasti fermi durante il periodo di lock-down e i valori di inquinamento dell’aria sono invece rimasti alti.


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