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Termovalorizzatore di Fusina: ecco perché il Tar boccia gli ambientalisti

Termovalorizzatore di Fusina: ecco perché il Tar boccia gli ambientalisti
Il termovalorizzatore di Fusina, Venezia

Venezia avrà la sua seconda linea per il termovalorizzatore di Fusina.
Il Tar (Tribunale amministrativo regionale), che aveva bocciato il ricorso delle associazioni ambientaliste, ha motivato le ragioni del provvedimento, considerato “inamissibile per carenza di interesse e per difetto di legittimazione degli enti collettivi e di interesse dei ricorrenti persone fisiche”.
Nella forma e nella sostanza, dunque.

Il Tar: “La seconda linea non varia il quadro emissivo autorizzato”

Le motivazioni depositate spiegano nel dettaglio che “ gli argomenti utilizzati dai ricorrenti si limitano ad affermazioni generiche su una pretesa contraddittorietà ed implausibilità delle valutazioni effettuate, fondate su riferimenti non del tutto pertinenti”.
Insomma: l’ampiamento dell’inceneritore di Fusina non determina, secondo i giudici, una “significativa variazione del quadro emissivo già autorizzato” e una “inevitabile dispersione e ricaduta dei fumi in uscita dai camini a diversi di km di distanza”, come hanno sostenuto le associazioni firmatarie del ricorso.

L’inceneritore di Fusina

Nessun documento scientifico a dimostrazione delle tesi sostenute

Le stesse, inoltre, non avrebbero prodotto riguardo a queste affermazioni una documentazione scientifica in grado di smontare l’esito dello studio “Lod” già sottoposto all’esame della Regione nell’ambito del procedimento di valutazione di impatto ambientale” .
Ancora: nel sostenere che l’ampiamento risulterebbe estremamente nocivo per la salute, avrebbero prodotto  “l’indagine epidemiologica sul rischio sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale da diossine emesse da impianti industriali e di incenerimento” commissionata dalla Provincia di Venezia alla Regione Veneto del 2007.

L’indagine epidemiologica sui dati del Petrolchimico

Un’indagine ritenuta datata e non conforme alla realtà attuale in quanto “riferita – rileva il Tar nella sentenza– all’intera situazione impiantistica dell’area di Porto Marghera, in un contesto giuridico e tecnologico risalente nel tempo”.
L’esito di quell’indagine riguarda infatti dati raccolti tra il 1972 e il 1986, quando a Porto Marghera c’era il Petrolchimico.
La stessa indagine del 2007 sottolineava tra l’altro che già allora si registravano livelli di inquinamento dell’atmosfera “da sostanze diossino-simili” significativamente scesi in seguito alla chiusura degli inceneritori di prima generazione e all’introduzione dei sistemi di post-combustione dei fumi.

02.11.2003 VENEZIA, TRAMONTO SULLA LAGUNA E SULLO SFONDO IL PETROLCHIMICO. © LAMBERTO FANO/UNIONPRESS

Un nuovo ricorso e l’idea del referendum

“In definitiva, quindi, se non è implausibile ritenere che il rilascio di un’autorizzazione ambientale per il potenziamento di un impianto e la modifica della sua alimentazione con rifiuti possa far presumere un qualche impatto pregiudizievole sulle condizioni di vita degli abitanti dell’intorno, tuttavia, nel caso di specie – hanno concluso i giudici -una siffatta presunzione non può affermarsi, essendo smentita da uno specifico studio (positivamente valutato dall’Amministrazione) la cui attendibilità non è stata efficacemente messa in dubbio dai ricorrenti che si sono limitati a contestarla con argomentazioni generiche”.
Le associazioni ambientaliste hanno dichiarato di non volersi fermare di fronte a questa sentenza e di esser pronte a presentare un nuovo ricorso al Consiglio di Stato.
Nel frattempo, c’è anche chi propone un referendum popolare.

Veritas verso la gara per la seconda linea

Veritas, che in attesa delle motivazioni del Tar aveva rallentato l’iter di avvio delle procedure per dar vita alla seconda linea, ora tira dritta per la propria strada.
“Sulla storia dei referendum nella nostra città farei calare un velo pietoso – ha commentato il direttore Andrea Razzini – E’ evidente che chi lo vuole e chi ribadisce le stesse posizioni non ha letto la sentenza. Il nostro – ricorda- è un termovalorizzatore che porta a combustione 60 mila tonnellate di Css, non rifiuti qualsiasi. Non è il grande inceneritore di Brescia, che brucia 750 mila rifiuti di tonnellate. E’ un inceneritore che tratta meno del 10% di quello che raccogliamo all’interno della Città metropolitana di Venezia e il 92% di ciò che è raccolto viene riciclato per portarlo a recupero energetico al fine di evitare la discarica.  Vengono da tutta Italia a vederlo, siamo molto attenti al territorio. Per quanto ci riguarda, noi siamo soddisfatti di aver operato correttamente e che il Tar lo abbia evidenziato. Ora procederemo con le gare per l’attivazione della seconda linea”.

La certificazione europea

Sul termovalorizzatore di Fusina si è recentemente espressa anche la Commissione Europea certificando in un documento non solo che l’impianto di Veritas agisce con le migliori tecnologie ma anche che interpreta i principi dell’economia circolare senza alcuna violazione delle direttive UE sulla gestione dei rifiuti.

Consuelo Terrin

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