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Paralisi: un anticorpo “riaccende” il midollo spinale

Paralisi: un anticorpo “riaccende” il midollo spinale

Uno studio internazionale presenta gli incoraggianti risultati di rigenerazione del midollo ottenuti attraverso l’ anticorpo sperimentale NG101

Quando, per esempio in seguito a un incidente stradale o sportivo, il midollo spinale viene gravemente lesionato, la drammatica conseguenza è la paralisi. Una condizione finora considerata irreversibile anche perché, per decenni, il midollo adulto è stato considerato dai neurologi praticamente incapace di rigenerarsi.
Un primo cambio di rotta rispetto alla possibilità di ricrescita nervosa iniziò tra gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo grazie ai risultati ottenuti da alcuni ricercatori, a partire dal neuroscienziato svizzero Martin Schwab, che individuarono la capacità della proteina “Nogo-A” del sistema nervoso centrale di bloccare la ricrescita dei neuroni.
Si sono così aperte le porte a nuovi filoni di ricerca, iniziando cioè a sviluppare anticorpi “anti-Nogo”, lavorando sull’impiego di cellule staminali, biomateriali e interfacce tra cervello e computer, provando a puntare sulla stimolazione elettrica epidurale e su riabilitazioni neuroplastiche intensive.
Un lavoro che, come testimonia lo studio internazionale guidato dall’Università di Zurigo e dall’Ospedale Universitario Balgrist pubblicato su Nature Communications, ha permesso ora di individuare un anticorpo monoclonale sperimentale, chiamato NG101, che potrebbe aiutare la rigenerazione del midollo spinale dopo una grave lesione traumatica.

 

Verso una possibile nuova terapia per le lesioni del midollo

Premettendo che sono gli stessi autori a sottolineare che non si può ancora parlare di una cura definitiva della paralisi, i risultati raggiunti nel tentativo di tradurre nell’uomo una strategia che aveva dimostrato di funzionare sugli animali sono però estremamente incoraggianti. Perché indicano come la degenerazione del midollo dopo un trauma possa non essere del tutto irreversibile, prospettando al contrario un sistema parzialmente recuperabile e modulabile.
Nello specifico, NG101 opera rimuovendo il freno biologico alla riparazione dei neuroni. Nelle 126 persone con lesioni del midollo a livello del collo coinvolte nello studio, nei 6 mesi seguiti all’iniezione effettuata direttamente nel liquido spinale nei pazienti trattati con l’anticorpo, rispetto al gruppo di controllo a cui è stato somministrato un placebo, il midollo si è ristretto meno rapidamente rispetto a quanto avviene normalmente con una sorta di “degenerazione a cascata”.
A provocare danni, infatti, non è solo il trauma iniziale, ma nei mesi successivi i neuroni perdono connessioni e molte fibre nervose smettono di funzionare. Grazie all’anticorpo, invece, il volume della lesione si è ridotto più rapidamente, con una migliore conservazione dei principali fasci nervosi motori e sensitivi insieme a minori atrofie del midollo spinale e un minore deterioramento della mielina, che funge da guaina isolante dei nervi.

L’importanza della conservazione di “ponti” nervosi

Tra i risultati più significativi emersi, i ricercatori hanno notato un miglior funzionamento dell’anticorpo nei pazienti che hanno conservato intatti alcuni piccoli “ponti”, strisce di tessuto che consentono la trasmissibilità dei segnali elettrici nei circuiti nervosi della zona lesionata. È cioè molto più probabile un esito positivo del trattamento quando il midollo non è completamente isolato, mostrando diversi potenziali biologici di recupero a seconda della gravità della lesione.
Oltre alla possibilità di riattivare o potenziare questi collegamenti, gli scienziati ipotizzano inoltre che, anche nell’uomo come negli animali, l’anticorpo possa anche favorire, più che una ricrescita completa del midollo, una riorganizzazione cerebrale. Le fibre possono cioè creare circuiti alternativi attraverso cui compensare parzialmente i danni e ristabilire alcune comunicazioni, recuperando almeno in parte le connessioni necessarie ai movimenti di braccia e gambe.
Inoltre, anche nei casi più gravi in cui non sono emersi dai test clinici chiari miglioramenti nei movimenti, la risonanza magnetica ha mostrato comunque nei pazienti trattati con l’anticorpo una riduzione della degenerazione, una maggior conservazione delle fibre e una perdita di mielina più ridotta. E questo suggerisce, tra le ipotesi, tanto la possibilità che i cambiamenti biologici precedano quelli clinici, quanto la necessità di sviluppare nuovi biomarcatori di imaging.

Alberto Minazzi

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