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Malati di Ai: punta dell’iceberg di una pandemia di solitudine

Malati di Ai: punta dell’iceberg di una pandemia di solitudine

Al Serd di Venezia il primo caso di una ragazza dipendente da chatbot. Graziottin: “Fotografia di una vulnerabilità diffusa e sottovalutata”

Fortunatamente, non siamo ancora al livello del caso che ha sconvolto lo scorso anno gli Stati Uniti, dove un 16enne, secondo la denuncia dei suoi genitori, sarebbe stato spinto al suicidio da un chatbot.
Al tempo stesso, non bisogna però commettere l’errore di sottovalutare il caso di una ventenne veneziana seguita dal Serd dell’Ulss 3, primo caso ufficiale in Italia di una dipendenza comportamentale da intelligenza artificiale.
Perché, alla base del progressivo isolamento della ragazza dal mondo reale, ci sono solide ragioni che devono spingere a interrogarci non solo dell’uso dell’Ai, come ci spiega la psicoterapeuta e ginecologa Alessandra Graziottin.

Le fragilità dei giovani di fronte all’Ai

“Il caso riportato negli ultimi giorni dalle cronache – esordisce Graziottin – è solo la punta dell’iceberg di una pandemia di solitudine, un fenomeno che conta già migliaia di giovani che hanno un certo grado di dipendenza dal dialogo con un interlocutore che ha una serie di caratteristiche fortemente seduttive. L’Ai, infatti, “imparando” proprio dal dialogo diventa uno specchio estremamente seduttivo e personalizzato di risposta ai bisogni dei ragazzi”.
La capacità seduttiva dell’Ai, prosegue l’analisi, nasce proprio dalla “capacità di plasmarsi sui bisogni dell’interlocutore, a km di distanza dalle relazioni umane reali”. Graziottin definisce queste situazioni “illusioni d’amore”. Perché “come diceva la mia professoressa, nel bisogno di amare ed essere amati mettiamo gli abiti dell’imperatore, o della principessa, sul palo della luce. Ovvero proiettiamo i nostri bisogni sull’interlocutore, facendone l’unico”.
“La caratteristica generale dell’innamoramento nella vita reale – chiarisce però subito – è quella di una progressiva disillusione di fronte a quella che è la verità della vita e dell’altro, a cui chiediamo di cambiare. È da qui che nasce l’altissimo grado di rotture di coppia e l’ingresso in una spirale di delusione. Nei chatbot, invece, accade esattamente il contrario, perché sono costruiti non solo per adattarsi alle illusioni, ma anche per creare un dialogo sempre più persuasivo”.

Il potere di seduzione dell’Ai contrapposto alla vita reale

L’Ai, in questo modo, secondo Graziottin diventa “l’unica fonte certa di conferma del nostro valore, tanto più di fronte a una vita che invece è fonte di frustrazioni continue”. La sottovalutata grande vulnerabilità dei giovani, così, si lega a un “indice di vita reale molto basso”. Un risultato che la dottoressa spiega a partire dal fatto che molti dei giovani attuali “fin da bambini hanno giocato poco. Ed è nel gioco libero che si allena non solo l’intelligenza motoria, ma anche quella emotiva”.
È proprio quest’ultima la “regista di relazioni umane sane. Perché, quando si sviluppa naturalmente, crea una crescita condivisa straordinaria”. Invece, sottolinea la psicoterapeuta, “noi abbiamo amputato questa fase, specie nelle città, dove la vita di comunità è meno tranquilla e sono rare le possibilità per i bambini di svolgere attività senza la custodia di un adulto. Bisogna tornare ai giardini, agli oratori. E trovo geniale il trend di tornare a pensare a case con spazi interni”.
È proprio attraverso questo ritorno alla vita reale, allo sport, al teatro, alla musica, che si può ricreare una sorta di “alfabeto emotivo”. “Un consiglio che mi sento di dare – riprende Graziottin – è quello di leggere le fiabe alla sera ai bambini, ma anche di farli leggere e parlare a voce alta. E ascoltarli con attenzione e dedizione, perché è in questo modo, ponendo anche delle giuste regole, che, oltre a permettere loro di acquisire competenze, si crea una relazione profonda”.

Creare fin da giovani le basi per usare al meglio l’Ai

Alessandra Graziottin non è contraria all’Ai, di cui apprezza anzi le grandi possibilità. “Ma, per diventare uno strumento di crescita, tutto va ricontrollato attraverso un’intelligenza indipendente. E gli adulti, in questo, possono affiancare i giovani, dando loro con grande pazienza dei feedback fondamentali. Dobbiamo quindi domandarci cosa possiamo fare in concreto per prevenire la nuvola illusoria, non lasciando i giovani di fronte a uno specchio potentissimo e seduttivo”.
Secondo il medico, gli strumenti che possiamo dare ai nostri figli chiedendoci cosa pensano e cosa vogliono possono infatti rivalutare anche la sensibilità, dall’attuale idea di vulnerabilità a quella di eccellenza, evitando di esporli a un “vero e proprio massacro”. “Conversare e porre i bambini al centro dell’attenzione dialogica – sottolinea – è per loro fondamentale, anche per evitare la pochezza delle riflessioni e la bassissima conoscenza della lingua”.
Coltivare le proprie passioni, qualunque esse siano, aiuta poi i giovani a esprimersi, senza che nulla vada perduto. “Sono tutti elementi – chiude il cerchio Alessandra Graziottin – per riconquistare l’autostima nella vita reale e poi poterne trarre gratificazioni. Le persone, al contrario, oggi sono sempre meno capaci di interrogarsi criticamente, risultando così anche più facilmente manipolabili. Anche i genitori, in ogni caso, devono mettersi in discussione e ricordare che hanno dei doveri”.

L’Ai: un “ansiolitico” a cui è difficile dare risposte

Se i giovani, di fronte a un profondo senso di solitudine, disvalore e frustrazione sui fondamentali della vita sociale, tendono a rifugiarsi in sostanze artificiali come alcol e cannabis, anche l’Ai, per Graziottin, “pur non essendo ancor qualificata come tale va considerata un ansiolitico per le situazioni in cui i ragazzi si sentono inadeguati”. Anzi, “è molto più pericolosa, perché, a differenza delle risposte chimiche, migliora anche in maniera incrementale l’immagine di sé”.
Pur congratulandosi con chi “giustamente inquieto” ha inviato al Serd la ragazza veneziana, la psicoterapeuta si dice al tempo stesso “limitatamente preoccupata per una situazione di vulnerabilità intensa per fronteggiare la quale esistono pochi strumenti”. “Per gli operatori del Serd la vedo come una sfida esponenziale. Andare per ore a rispecchiarsi in uno specchio seduttivo come l’Ai crea infatti autostrade nei circuiti neurobiologici”.
“E se questo – prosegue – ha alla base una situazione in cui famiglia e scuola sono assenti, non dando risposte valide alla solitudine, il gap tra illusione e realtà è ancor più profondo. Trovare alternative rischia così davvero di diventare una tragedia, per cui mi chiedo come si possano cambiare certi circuiti. Dalla drammaticità dell’evento, dobbiamo trarre spunto per far emergere un sommerso che si presenta ancor più inquietante”.

Le possibili risposte preventive

Alessandra Graziottin conclude allora con una riflessione su quelle che possono essere le risposte da mettere in campo per prevenire il rischio di arrivare a certi eccessi. “La responsabilità di tutti noi è quella non di pontificare, ma di dire cosa possiamo fare. In primo luogo, noi adulti, genitori e insegnanti, dobbiamo fare un autoesame e provare a migliorarci, individuando poi i giovani più vulnerabili e i loro talenti per costruirvi un progetto di crescita della loro autostima nella vita reale”.
Sono proprio queste capacità la chiave per riscoprire il valore: “La prima risposta è cambiare, puntando su modalità sane di affrontare la realtà. Poi, rimettiamo in discussione alcuni pilastri. In Italia, abbiamo un vantaggio, legato al fatto che il senso della famiglia è ancora molto buono e vi si possono allora trovare negli stili educativi quei riferimenti, persi invece nelle moderne famiglie mononucleari, che offrano con un baricentro emotivo piazzato”.

Alberto Minazzi

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