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Luci fantasma della laguna: così Venezia ha trasformato i fuochi fatui in una leggenda

Luci fantasma della laguna: così Venezia ha trasformato i fuochi fatui in una leggenda

Per secoli pescatori e viandanti hanno raccontato di fiammelle azzurre sospese tra nebbia e barene. Le chiamavano anime dei morti. Oggi la scienza parla di microfulmini invisibili. Ma a Venezia il confine tra chimica e leggenda continua a essere sottilissimo

Prima della scienza, c’era la paura. E nella laguna veneziana la paura aveva spesso la forma di una piccola luce blu. Compariva nelle notti senza luna, quando la nebbia cancellava i confini tra acqua e terra. Una fiammella tremolante, sospesa sopra le barene, capace di apparire all’improvviso e sparire pochi secondi dopo.
Per chi viveva tra canali, velme e paludi erano anime, spiriti, presagi.
Luci ingannatrici. Fuochi fatui che attiravano verso zone pericolose: acque basse, canali sbagliati, l’ignoto.
Pochi luoghi sembrano più adatti della laguna veneziana a trasformare un fenomeno naturale in leggenda.
Dal punto di vista chimico, Venezia con le sue barene, velme, zone salmastre dove la materia organica si deposita e decompone lentamente, è l’habitat perfetto per la formazione dei gas associati ai fuochi fatui.
Oggi uno studio americano, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, ci spiega cosa accende davvero i fuochi fatui: microscopiche scariche elettriche invisibili dentro bolle di metano.

isola SantAndrea
isola di SantAndrea

Il teatro ideale del mistero

Nella tradizione orale della Pianura Padana e del Nord Italia ricorrono spesso racconti di “fiammelle sulle paludi”, di “luci nella foschia” o di bagliori sospesi sopra l’acqua calma.
A Venezia, soprattutto le barene paludose di Torcello, erano considerate per questo luoghi abitati da anime senza pace. Non è un caso che proprio qui ci sia il Ponte del Diavolo, legato a racconti di apparizioni e presenze notturne.
Ora la scienza spiega che, in quelle stesse zone paludose, il metano prodotto dalla decomposizione organica avrebbe potuto davvero generare piccole luci spontanee.
Che il metano fosse coinvolto nei fuochi fatui era già noto. Il vero problema era capire come il metano, che a temperatura ambiente non prende fuoco spontaneamente, poteva accendere quelle luci blu.

I microfulmini

Secondo i ricercatori, l’innesco non sarebbe una normale combustione ma una reazione chimica provocata da microscopiche scariche elettriche.
Il fenomeno avverrebbe dentro minuscole bolle di metano che risalgono lentamente dall’acqua stagnante. Durante il percorso, queste microbolle si caricano elettricamente.
Quando si avvicinano abbastanza tra loro, scatta una microscarica: una specie di mini-fulmine invisibile.
Una scintilla minuscola, ma sufficiente ad avviare una reazione luminosa.

fuochi fatui

Non sono vere fiamme

Secondo lo studio, i fuochi fatui non sarebbero vere fiamme nel senso classico del termine.
Si tratterebbe invece di un processo di “ossidazione non termica”: una reazione chimica eccitata elettricamente che produce luce e solo una minima quantità di calore.
Questo spiegherebbe molte delle caratteristiche raccontate nei secoli dai testimoni: luci fredde o tiepide, bagliori intermittenti, fiammelle azzurre che sembrano galleggiare nel vuoto e apparizioni capaci di svanire in pochi secondi.
In laboratorio, i ricercatori sono persino riusciti a filmare queste microscariche utilizzando telecamere ad altissima velocità. Minuscoli lampi tra bolle contenenti metano e aria immersi nell’acqua. I fuochi fatui potrebbero quindi essere piccolissimi temporali invisibili nati nel fango.

Burano, Malamocco, Poveglia: la geografia del mistero

Nella laguna ogni isola sembra avere il suo rapporto con le luci misteriose.
A Burano, i pescatori raccontavano di bagliori sospesi sull’acqua calma durante le notti umide. Per alcuni erano anime dei naufraghi. Per altri, spiriti del mare che accompagnavano — o disorientavano — le barche nella foschia.
Anche a Malamocco sopravvivono storie di pescatori che parlavano di bagliori nella foschia del Lido, interpretati come segnali di tempesta o spiriti del mare.
A Poveglia, oggi considerata l’isola dei fantasmi, il mito è più moderno: racconti di ombre, luci improvvise e presenze tra gli edifici abbandonati hanno trasformato il luogo in una leggenda contemporanea.

fuochi fatui
L’isola di Poveglia

Venezia tra chimica e mistero

Oggi la scienza può spiegare gran parte del fenomeno. Può parlare di decomposizione anaerobica (in mancanza di ossigeno), metano e microcariche elettriche. Ma non può cancellare l’effetto che una piccola luce azzurra produce ancora quando compare nel buio.
Naturalmente molti fenomeni luminosi della laguna possono avere altre spiegazioni: riflessi nella nebbia, fosforescenze marine, bioluminescenza, perfino luci delle fornaci di Murano distorte dalla foschia. Ma proprio questa sovrapposizione tra natura, atmosfera e immaginazione ha costruito nei secoli una vera geografia del mistero veneziano, contribuendo a creare illusioni ottiche e racconti destinati a sopravvivere nei secoli. Sapere oggi che quelle luci possono davvero nascere dal fango, dall’acqua stagnante e da invisibili scariche elettriche non le rende meno inquietanti. Le rende soltanto più reali.

 

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Tag:  fuoco, natura, ricerca