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2028: l'uomo ritorna sulla luna. Due italiani nell'equipaggio

2028: l'uomo ritorna sulla luna. Due italiani nell'equipaggio

Dopo 56 anni, con Artemis IV la Nasa riporta gli astronauti sulla Luna. Con una nuova prospettiva: costruire le fondamenta per le prime missioni con equipaggio su Marte

Non uno solo (che sarebbe già di per sé una notizia straordinaria), ma addirittura due.
Tanti saranno infatti gli astronauti italiani che avranno il privilegio di poter camminare sulla superficie della Luna.
“La notizia non è ancora tangibile, non è stata ancora formalizzata ufficialmente, ma è sostanzialmente vera – ha confermato Teodoro Valente, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) nel corso della conferenza di Roma dal titolo “Abitare lo Spazio. Il caso Luna” – Questo è il risultato dell’ultimo negoziato con la Nasa, che si è svolto nell’ambito dello Space Symposium a Colorado Springs”.
I nomi dei possibili astronauti italiani non sono stati ancora resi noti, anche se la selezione avverrà all’interno del corpo astronauti e fra le riserve dell’Agenzia Spaziale Europea.

 

La ripresa della corsa alla Luna

Il 20 luglio 1969, momento del primo piede umano posato sulla superficie lunare, è entrato nella storia, così come il nome del protagonista dell’impresa: il comandante della missione Apollo 11, Neil Armstrong, seguito subito dopo da Buzz Aldrin. Pochi, però ricordano che, dopo i primi 2, altri 10 astronauti, tutti statunitensi, hanno camminato sul nostro satellite, raggiunto con successo grazie le missioni Apollo 12, 14, 15, 16 e 17 tra il 1969 e il 1972.
E ancor meno è ricordato il nome dell’uomo, il comandante Eugene Cernan, che, sceso dalla navicella con il geologo Harrison Schmitt, ha lasciato l’ultima impronta umana sulla Luna.

lunaEra l’11 dicembre 1972 e, da allora, pur essendo stati inviati diversi robot, le “visite umane” al nostro satellite si sono interrotte. Una scelta dettata da una serie di motivi, tra cui i costi insostenibili e gli elevati rischi, ma anche ragioni politiche come la fine della “guerra fredda” tra Usa e Urss.
Anche l’interesse pubblico alla conquista della Luna, dopo il raggiungimento del traguardo, è via via scemato. Almeno fino agli ultimi anni, quando la Nasa ha ripreso il ragionamento. Ma è cambiata la prospettiva. Non si tratta più di una semplice volontà di scoperta, ma, come spiega l’agenzia spaziale statunitense, le esplorazioni ora puntano a “scoperte scientifiche, benefici economici e per costruire le fondamenta per le prime missioni con equipaggio su Marte”.

marte

Il programma Artemis

Il nuovo programma della Nasa che guarda alla Luna si chiama Artemis e comprende 5 missioni. La prima è stata lanciata nel 2022 senza equipaggio, mentre la seconda si è completata negli ultimi giorni, segnando una nuova pagina di storia dell’astronomia: la raccolta delle prime immagini del cosiddetto “lato oscuro della Luna”, ovvero la faccia del satellite che non si mostra mai alla Terra, scelta tra l’altro dai Pink Floyd, nel 1973, come titolo di un famoso album.
Il programma prevede ora, per il 2027, “Artemis III”, cioè una nuova missione dimostrativa in orbita terrestre bassa che è previsto testi uno o entrambi i lander commerciali di SpaceX e Blue Origin. La data dell’atteso ritorno dell’uomo sulla Luna è stata invece fissata, dalla metà del 2025, all’inizio del 2028.

Lancio Artemis@ Facebook NASA

“Dopo aver raggiunto l’orbita lunare – spiega la Nasa riguardo ad Artemis IV – l’equipaggio si trasferirà in un lander lunare commerciale per la discesa sulla superficie”.
Sarà un passo fondamentale, il penultimo previsto nel programma, che prevede, entro la fine del 2028, il lancio di Artemis V. La missione utilizzerà “la configurazione standard del razzo Sls (Space Launch System)” e precederà una serie di successive missioni, pianificate all’incirca una volta all’anno. Il 27 febbraio scorso, infatti, la Nasa ha annunciato che, proprio grazie alla standardizzazione della configurazione del razzo Sls, sarà aumentata la cadenza di missioni.

Il ruolo dell’Italia

Il programma si basa su una serie di accordi sottoscritti dagli Stati Uniti con altre 7 Nazioni nel 2020 e ora estesi a oltre 60 firmatari. Gli accordi Artemis, illustra la Nasa, “forniscono una serie comune di principi per migliorare la governance dell’esplorazione civile e dell’uso dello spazio esterno poiché molti paesi e aziende private conducono missioni e operazioni intorno alla Luna”. In questo ambito, l’Italia sta giocando e giocherà un ruolo di primo piano.

Al riguardo, nei giorni scorsi, una delegazione guidata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha incontrato a Washington l’amministratore della Nasa Jared Isaacman, firmando una dichiarazione di intenti sulla cooperazione bilaterale italo-statunitense proprio per le future missioni lunari Artemis. E proprio l’incontro al Mimit ha offerto l’occasione di presentare il contributo che verrà fornito grazie alla tecnologia italiana.
“Il Made in Italy – ha sottolineato Urso – ha sempre più una valenza anche nel settore dello spazio. La nuova stagione dell’esplorazione spaziale ci invita a ripensare la Luna: non più semplice meta di esplorazione, ma reale estensione della presenza umana oltre la Terra”. Vanno quindi definite le condizioni per una permanenza umana nello Spazio sempre più a misura d’uomo e individuati nuovi modelli per la progettazione di ambienti e infrastrutture delle future missioni.

Il modulo abitabile Mph

Con il progetto “Space Habitat”, Asi e Mimit puntano così a sostenere questa trasformazione, integrando competenze scientifiche, industriali, economiche e umanistiche.
In concreto, l’Italia fornirà quindi alla base lunare soprattutto il primo modulo abitabileMulti-Purpose Habitat” (Mph). Pesante 14 tonnellate, con un diametro di 3 metri e una lunghezza di circa 7, come ha illustrato Valente “potrà ospitare 2 astronauti per missioni di almeno 7 giorni”.

Base lunare (@www.oris-space.com)

Progettato per operare in condizioni estreme, con temperature tra -173 e +127 gradi, è previsto che il modulo, non solo una semplice struttura abitativa, ma un vero e proprio centro operativo multifunzione, abbia una vita operativa minima di 10 anni. Sarà costruito a Torino da Thales Alenia Space Italia e, ha anticipato sempre il presidente dell’Asi, “dovrebbe essere pronto nel 2032 e lanciato nel 2033” dal Kennedy Space Center della Nasa.
Un gioiello tecnologico per realizzare il quale verrà sfruttata la competenza accumulata nella costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Proprio per questi motivi, l’industria aerospaziale italiana è stata coinvolta anche nella realizzazione di Argonaut, il primo lander lunare europeo per trasportare carichi verso e dalla superficie lunare, e sarà capofila di Moonlight, il sistema per le telecomunicazioni e la navigazione sulla Luna.

Tra 10 anni la prima nostra colonia sulla Luna

La prospettiva con cui si guarda alla Luna, insomma, sta decisamente cambiando. “Dopo tanti anni in cui ci siamo abituati a vederla come un obiettivo lontano da raggiungere – sottolinea Massimo Comparini, managing director della Divisione spazio di Leonardo – ora Luna e Terra saranno connesse. Non ci andremo per starci qualche giorno, ma dovremo imparare a starci e a viverci”.
Fra circa 10 anni – prosegue Comparini – dovremo immaginare sulla Luna avamposti in cui saranno presenti in pianta stabile circa 15 persone impegnate a realizzare la nostra prima colonia fuori dalla Terra, in un ambiente dove uomini e donne dovranno cooperare continuativamente anche con macchine e robot sempre più intelligenti”. Proprio per questo, Asi e Mimit hanno avviato un percorso sull’umanesimo spaziale per la permanenza umana oltre la Terra.


Si punta cioè a connettere la filiera scientifica, industriale ed economica dello spazio con quella umanistica. È infatti questa, nell’idea di fondo, la chiave per integrare innovazione tecnologica e dimensione umana nella progettazione di ambienti e attività per la permanenza di lungo periodo nello spazio. Una visione che pone la persona, e non solo l’astronauta, al centro delle future missioni.

Alberto Minazzi

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