LA CULLA DI VENEZIA

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Il Museo Archeologico di Altino celebra i 50 anni con una mostra dedicata al vetro. Storia, acqua e terra si fondono assieme lì dove tutto ha avuto origine

Si chiama “Altino vetri di laguna” la mostra-evento nata, in occasione del 50°anniversario del Museo Archeologico Nazionale di Altino, con lo scopo di evidenziare una sorta di filo conduttore tra i vetri di Altino e quelli di Murano, tra la città romana e Venezia. Quindi da un lato il patrimonio vetraio del Museo, in termini di reperti archeologici, e le tecniche di produzione usate ai tempi dei Romani e, dall’altro, l’attualità con un’istallazione del maestro Lino Tagliapietra. La mostra, visitabile fino al 30 novembre 2010, è promossa da Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, Comitato Nazionale Italiano Association Internationale pour l’Histoire du Verre, Scuola del Vetro “Abate Zanetti”, Stazione Sperimentale del Vetro, Studio D-Archeologia Didattica Museologia, Stevanato Group Spa, Carlo Moretti Srl, MT Forni Industriali Srl, Ferro Murano Srl. Curatrici della Mostra la storica del vetro Rosa Barovier Mentasti e Margherita Tirelli, direttrice del museo di Altino, che hanno dato vita ad un percorso interdisciplinare per dimostrare i rapporti tra le tecniche dei maestri artigiani che lavoravano il vetro durante l’Impero romano e quelle poi ereditate dalla grande tradizione del vetro veneziano. Questa mostra apre una grande finestra su quella che doveva essere la vita quotidiana della splendida città romana che sorgeva a due passi dalla laguna. Sorta agli inizi del I millennio a.C., già agli inizi del VI secclo a.C. costituiva uno dei grandi scali commerciali dell’Impero, per poi essere ampliata a partire dal 131 a.C. a seguito della costruzione della via Annia, una delle più importanti atrerie stradali romane che andava da Adria aa Aquileia. Gli scavi effettuati fino ad oggi nell’area urbana attestano l’esistenza di una cinta muraria, probabilmente non continua, di porte monumentali a due torri, di banchine d’ormeggio, di strutture portuali e magazzini porticati connessi a piccoli scali fluviali. Già a partire dal II sec. d.C. traffici e commerci si sono ridotti dando inizio ad un irreversibile processo di decadenza economica e culturale. Nel 452 d.C. a seguito dell’invasione degli Unni e della successiva distruzione da parte di Attila la città ha subito un iniziale calo demografico, ma è solo nel VII sec. d.C. che viene definitivamente abbandonata dai suoi abitanti, che, una volta trasferitisi a Torcello, creano le basi per la nascita di Venezia. I resti della città romana, per secoli, si sono trasformati in una sorta di cava di materiali da costruzione per Venezia e le isole della laguna, e Altino, unico caso nel Veneto, non è stata mai più abitata nel corso dei secoli. Giovannella Cresci, professore ordinario di Storia romana presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e la dottoressa Margherita Tirelli, già citata direttrice del Museo archeologico nazionale di Altino, sono di sicuro le persone che conoscono meglio questa realtà e che tanto stanno facendo per valorizzarla.
Altino nasce come centro di smistamento merci dell’alto adriatico, fulcro commerciale di un’importanza più che rilevante, come doveva essere la vita in un centro urbano come questo? «Doveva essere connotata dalla presenza di un forte ceto mercantile che movimentava le merci soprattutto via acqua e le stoccava nei magazzini rinvenuti in varie parti della città – racconta la professoressa Cresci – dunque, i canali (soprattutto quello che attraversava la città ben visibile dalle foto aeree) dovevano essere gremiti da imbarcazioni fluviali che trasportavano e smistavano i prodotti scaricati dalle grandi navi onerarie. In questa comunità portuale la mobilità sociale risultava accelerata (come dimostrano i molti schiavi emancipati documentati nella necropoli) e anche le donne godevano di un protagonismo assente nei centri rurali». Difficile immaginare che Altinum sia ancora perfettamente nascosta sotto la terra. Gli studi hanno stabilito con certezza che la città fosse in un punto preciso del territorio, ma non riuscivano a vederla semplicemente perché, l’intera zona è ricoperta da coltivazioni di mais e soia. Durante la siccità del 2007 è stato possibile, tramite fotografie aeree scattate all’infrarosso, rilevare tutte le strutture presenti nel sottosuolo, mostrando quello che doveva essere l’aspetto originario della città sepolta. A seguito di questo è stata data vita ad un convegno, inserito nell’ambito del cosiddetto Progetto Altino, propedeutico sicuramente per generazioni di archeologi che si occuperanno dello studio della città progenitrice di Venezia.
Altino è quindi come e dove vi aspettavate che fosse? «Certo, perché precedenti foto aeree, scavi in alcuni contesti urbani, e, soprattutto, lo studio approfondito dei sepolcreti che circondavano la città avevano già consentito di delimitare l’area occupata dalla città – continua la professoressa Cresci – oggi però possiamo ubicare con certezza alcune componenti edilizie della città: il foro con le sue botteghe, il teatro, l’anfiteatro, l’odeion, il percorso della via Annia, quello della via Claudia Augusta, i quartieri residenziali». «I limiti ci erano già noti – aggiunge la dottoressa Tirelli – ma quella che ci ha stupito maggiormente è la complessa articolazione del nucleo urbano, nonché la massiccia presenza di edifici monumentali». L’insediamento che, secondo la consuetudine romana, è sorta all’intersezione delle antiche via Annia e Augusta, appare come una piccola Venezia. Dal punto di vista della superficie costituisce il più vasto insediamento romano dell’Italia Settentrionale, pari a Pompei per estensione, si parla di quasi un chilometro quadrato, ed è tra i pochi in tutta Europa a non essere stato “ricoperto” da città medievali o moderne.
A che punto sono gli scavi archeologici in città? «Questi scavi hanno portato al rinvenimento di più di 2.000 corredi tombali, di numerosissimi monumenti funerari ed all’acquisizione di un bagaglio pressoché unico di informazioni relative alla cultura funeraria romana. E nonostante questo – continua la dottoressa Tirelli – l’area urbana è scavata ancora solo in parte minima, soprattutto per la continua carenza di fondi. Le nostre energie si stanno convogliando tutte nell’allestimento della nuova sede museale». Il Museo Archeologico Nazionale di Altino nasce infatti nel 1960, come piccolo antiquarium, una sorta di collezione di reperti. La particolarità che contraddistingue questo Museo dagli altri è il rapporto diretto con la vastissima area archeologica circostante, nel cuore della quale il museo stesso venne costruito alla fine degli anni ’50. A causa dell’ininterrotto afflusso di una quantità eccezionale di materiale di scavo, si sono resi indispensabili, nel corso degli anni, successivi ampliamenti del settore dei depositi del Museo, fino all’acquisto da parte dello Stato di due edifici rurali come nuova sede.
Quali sono, ad oggi, i pregi e le difficoltà del Museo di Altino? « È un Museo dentro un museo – continua la professoressa Cresci, in questo caso parlando da semplice “utente” della struttura – perché a cinquant’anni dalla sua inaugurazione il numero dei reperti è enormemente cresciuto; la maggior parte di essi sono conservati nei magazzini in attesa che il nuovo allestimento museale ne consenta un godimento per il pubblico. L’attuale esposizione è però molto interessante e fruibile, soprattutto se si ricorre all’ausilio di guide organizzate per visite didattiche. Per gli studiosi e gli studenti è poi una miniera perché la perfetta organizzazione dei magazzini consente sempre di reperirli e studiarli, grazie alla disponibilità della direttrice e del personale». «Quest’ anno proprio per celebrare il 50° anniversario dalla nascita del Museo stesso – le fa eco la dottoressa Tirelli – è stata allestita la mostra sui vetri della laguna, per consolidare una volta di più il legame tra la città romana e Venezia».
Quanto influisce e in che modo proprio la vicinanza tra la città romana e Venezia? «Purtroppo le tante attrattive di Venezia penalizzano le potenzialità enormi del sito dal punto di vista turistico ma molte iniziative sono state messe in atto per attirare soprattutto il pubblico delle spiagge. Altino – continua la dottoressa Tirelli – è inserita nel circuito APT di Venezia, quindi da un lato è messa in concorrenza con le tante altre attrattive della città ma al tempo stesso questo è il veicolo più immediato per far sapere a tutti che a due passi dalla città esiste un polo archeologico di grandi dimensioni».
Qual è la forza di un sito come quello di Altino? «Altino – aggiunge la dottoressa Tirelli – è uno dei pochissimi siti in cui si può trovare un’area archeologica tutelata, inclusa in un contesto naturale intatto e del tutto particolare, in cui è totalmente inserito un Museo in cui sono conservati esclusivamente reperti del luogo». «Quando sarà allestito il nuovo museo – conclude la professoressa Cresci – si è progettato da tempo di suggerire, soprattutto a chi arriva a Venezia in aereo, un approccio alla città dall’acqua, seguendo quel percorso Altino, Torcello, Venezia che è stato quello della nascita e dello sviluppo degli insediamenti in zona. Dunque una scoperta della città a partire dalla sua storia e valorizzando l’elemento acqua che è quello che l’ha sempre connotata». Uno sguardo al futuro senza dimenticare il luogo dove tutto ha avuto origine.
DI CHIARA GRANDESSO
 
 

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