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La guerra dei confini. Venezia e Padova antagoniste nella storia

Torre-Civica-di-Mestre

Una mostra ripercorre le tappe di un cruento fatto storico che oppose Venezia e Padova

Tutto iniziò nel 1372. L’avreste mai detto che la storica rivalità tra Venezia e Padova avesse radici tanto lontane?
Oggi si manifesta sporadicamente negli stadi ed è retaggio rimasto ancorato a qualche battuta.
Ma è nata da un tragico conflitto che, nel biennio 1372/1373, ha insanguinato la gronda lagunare: la “Guerra dei confini”.
Una mostra, aperta al pubblico fino al 20 ottobre alla Torre civica di Mestre, in Piazza Ferretto, ne illustra le cause e la drammaticità con reperti e un excursus espositivo che arriva all’obiettivo finale della Serenissima: costruire il primo nucleo dello “Stato de Tera”. Ma facciamo qualche passo indietro.

Venezia e le sue azioni di conquista

La Repubblica di Venezia nacque sulle isole della sua laguna. Prosperò e fondò il suo impero commerciale sull’alto Adriatico, ne conquistò le principali basi per poi espandersi in tutto il Mediterraneo orientale, diventando un punto di riferimento tra le potenze del Basso Medioevo, nonché spina nel fianco di tutti quei regni e imperi che cercavano di imporre la loro supremazia sull’area.
L’attenzione della Repubblica era tutta sul mare ma lasciava che nell’immediato entroterra altri padroni estendessero i loro dominii.
Per la propria sicurezza militare, ma anche per la sopravvivenza nel fragile equilibrio lagunare, questo stato di cose non poteva restare inalterato.
Iniziò così la cosiddetta “guerra dei confini contro quelli che, prima, erano alleati e poi diventano i nemici giurati: i Carraresi, signori di Padova.

Il castello dei Carraresi a Este

Un conflitto drammatico, segnato dalla prima vittoria di Venezia con la pace del 21 settembre 1373, ma ripreso qualche anno più tardi e conclusosi con la definitiva conquista prima di Chioggia e poi di Padova (1405).

Il dramma tra paludi e acquitrini

La mostra “La guerra dei confini. 1372-1373” racconta questa parte di storia locale sconosciuta ai più ma di fondamentale importanza per i destini del territorio veneziano e veneto.
La Pro Loco di Mestre e il Gruppo Archeologico Mino Meduaco hanno unito le forze per mettere a disposizione mappe, modellini, materiali e la riproduzione delle armi e delle corazze utilizzate nel biennio bellico.
«La guerra che oppose Padova e Venezia, passata alla storia come guerra per i confini, si svolse in gran parte nel territorio a ridosso della Laguna sud, terreno paludoso e malsano in cui si concentrarono i due eserciti – spiega Francesco Coccato, responsabile del Mino Meduaco – In mezzo agli acquitrini si svolsero le principali operazioni d’armi, si combatté accanitamente con morti, feriti e grandi sofferenze per la popolazione locale».

Il confine veneziano-patavino è puntellato da tantissime fortificazioni, le cosiddette bastie (e questo spiega perché moltissimi comuni hanno una “via bastia”), ma il punto nevralgico della scacchiera risultava essere Gambarare, la più fortificata della zona, dove sorge l’Abbazia di Sant’Ilario, spesso oggetto delle dispute diplomatiche e belliche.

Il fallimento della diplomazia: è guerra

La guerra del 1372 era destinata a scoppiare; la diplomazia era disposta a cedere il passo ai giochi di potere di entrambi i contendenti.
«Considerato che non c’era certezza sul dove passassero i confini  – spiega Marco Giraldi, archeologo e curatore della mostra – le parti sfruttavano vari cavilli giudiziari per occupare terre altrui o di dubbia appartenenza; e anche quando tentarono di accordarsi non ci riuscirono mai: ognuno voleva i terreni reclamati dalla controparte. Prima della guerra era stata nominata una commissione mista di 10 arbitri ma non si raggiunse mai un’intesa a causa dell’intransigenza di entrambe le parti, anzi si pensa che i Veneziani fecero apposta a provocare la guerra».

Cavalieri in battaglia. Pannello espositivo.

Vittime e battaglie della Guerra dei confini

La diplomazia fallì di proposito, entrarono quindi in scena gli eserciti; iniziò una guerra devastante per le persone, i villaggi e l’ambiente dell’entroterra lagunare.
Venne sparso molto sangue. «Fare una stima delle vittime è piuttosto difficile – aggiunge Giraldi – tenuto conto che le fonti non sono così precise e non parlano quasi mai delle vittime civili, restando sul generico. Però si può dare un’idea con che numeri abbiamo a che fare: a maggio 1373, durante una sanguinosa battaglia nel territorio tra le bastie di Serraporci e Cavalieri (tra Lova e Campagna Lupia) i Veneziani furono annientati da un esercito di 15.000 tra Padovani e Ungheresi».
Venezia perse la battaglia ma non la guerra: il 1 luglio 1373 infatti le armi veneziane si imposero su quelle nemiche. Una vittoria che portò la Serenissima a imporre condizioni di pace pesanti nei confronti di Padova. Si trattava però di una tregua: la guerra ricominciò qualche anno più tardi e terminò solamente quando nel 1405 il Gonfalone di San Marco fu issato a Padova.

Tecnica e tattica: l’atipicità di una guerra anfibia

Prima di arrivare alla fine della vicenda è utile scoprire come la guerra è stata combattuta perché segna delle interessanti innovazioni sul piano tecnologico e tattico.

Esempio di bastia realizzato da Sergio Benesso

«Sicuramente è stato un conflitto caratterizzato dall’uso massiccio di un nuovo tipo di fortificazioni, comparso già ad inizio ‘300: le bastie, fortezze in legno, circondate da un fossato e un terrapieno, utili nel terreno anfibio perilagunare, veloci da erigere per garantire un efficace sistema di difesa – spiega ancora l’archeologo Marco Giraldi -Sul piano tattico i Veneziani usarono una guerriglia anfibia, sfruttando al massimo tutti i corsi d’acqua, anche i più piccoli, attraverso barche a fondo piatto, strumento utilissimo e fondamentale per la vittoria finale. Ma soprattutto i due eserciti sfruttarono molto le prime, rudimentali ma fondamentali, armi da fuoco: bombarde, bombardelle e schioppi».

Bombarde prodotte e di proprietà di Sergio Benesso

 

Brevi tregue per un conflitto esplosivo

Dopo la pace del 1373 le dispute tornano all’ordine del giorno. La conflittualità tra padovani e veneziani aumentò sempre di più e il punto di svolta arrivò nel 1404, quando Venezia si impossessò della bastia padovana di Gambarare a seguito di un tradimento.
«Appena ricevuta la notizia della caduta di Gambarare – racconta Giraldi – Francesco II da Carrara montò subito a cavallo e, passando in mezzo alla piazza del mercato di Padova, gridò: “Chi me ama me siegua!” Alle sue parole si chiusero i negozi, si presero le armi, si riempirono i carri di vettovaglie e munizioni e si partì verso Gambarare. Uscito dalla città, Francesco II “tanto cavalcò che fu in la villa dele Ganbarare dove atrovò giente viniciana che rubava, e sonando le tronbete cararexe e gridando: – Ala morte! Ala morte! – si miseno Viniciani in fuga perfino ala bastia, ma molti de loro fu prexi e morti”». Nonostante la riconquista di Gambarare, la guerra iniziava a volgere a favore di Venezia: prima cadde Chioggia e poi, dopo un assedio, anche Padova. Nacque così ufficialmente lo “Stato de Tera” della Repubblica di Venezia.

Mappe e modellini, spade e bombarde: i reperti in mostra

Protagonisti, luoghi, modalità di combattimento. Grazie a mappe e modellini, pannelli e reperti, la mostra svela gli scenari di un evento storico affatto secondario, anche se poco noto. Strutturata in due piani, presenta fedeli riproduzioni delle armi e delle armature in uso all’epoca di fanti e cavalieri:  spade, lance, alabarde, azze, balestre, bombarde, bombardelle e proiettili litici. Tra le riproduzioni, anche i veri reperti, ovvero resti di schioppi del XV-XVI secolo forniti dai collezionisti.

 

4 commenti su “La guerra dei confini. Venezia e Padova antagoniste nella storia”

  1. L’articolo apparso ricopia in gran parte testi già utilizzati dal sottoscritto nel descrivere quegli avvenimenti tanto da configurare un quadro di furto di proprietà intellettuale. Sarò ben lieto di allegare documentazione comprovante quanto sostenuto alla vostra redazione.

    1. Gentile Benesso, i contenuti relativi a un fatto storico non sono proprietà intellettuale. Non sono fatti inediti quelli relativi alla guerra dei confini, sono raccontati dalla mostra realizzata a Mestre (mostra peraltro itinerante, che nel territorio padovano ha già fatto le sue tappe) e resi quindi pubblici. Fra l’altro le dichiarazioni riportate nell’articolo sono quelle del Gruppo di archeologi e storici di cui lei fa parte.
      Sicuramente le sue ricerche avranno contribuito ad arricchire lo scenario e noi, come cittadini prima ancora che giornalisti ne siamo contenti, perché vanno apprezzati la passione e lo studio di persone che, terminato il proprio lavoro, come lei, dedicano cuore e anima alla ricerca.
      Detto questo, le consigliamo di risolvere alcune evidenti asperità del rapporto con il gruppo di cui è parte, prima di consigliarle, questa volta con più determinazione, maggior prudenza nei toni e nei giudizi.
      La redazione di Metropolitano.it sarà felice di dimostrarle, ancora una volta, con la medesima cortesia e con le fonti che abbiamo già usato, perché si sta sbagliando.

  2. Francesco Coccato

    Il sig. Benesso come socio del gruppo Mino Meduaco ha collaborato sul tema della Guerra dei Confini e come tale quello che ha prodotto fa parte integrante del gruppo stesso e non è proprietà esclusiva di un socio. Pertanto risulta fuori luogo quanto asserito dal sig. Benesso soprattutto nei confronti del dott. Giraldi che sull’argomento ha dedicato la sua tesi di laurea molto prima che il gruppo (e Benesso) si dedicasse all’argomento. Pertanto si invita il sig. Benesso ad abbandonare i personalismi, almeno finché si fa parte di un’associazione
    Il presidente MINO MEDUACO

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