Uno studio sui resti umani dell’Età del Ferro rivela una società sorprendentemente moderna, con le sue migrazioni, differenze sociali e trasformazioni
Per capire una società, a volte basta guardare cosa finisce nel piatto.
È questo il punto di partenza di una ricerca internazionale condotta da studiosi delle università di Padova, Roma, Cardiff e Modena-Reggio Emilia, che ha analizzato i resti umani provenienti dalla necropoli del CUS-Piovego di Padova, uno dei più importanti contesti funerari dell’Età del Ferro nel Nord Italia.
Attraverso lo studio degli isotopi stabili di carbonio e azoto conservati nelle ossa, i ricercatori sono riusciti a ricostruire la dieta di uomini e donne vissuti tra il VI e il IV secolo avanti Cristo.
A prima vista potrebbe sembrare una delle tante ricerche archeologiche destinate agli specialisti.
In realtà, dietro l’analisi di alcune ossa emerge un racconto molto più ampio, che parla di migrazioni, integrazione, disuguaglianze sociali e nascita delle città.
Temi che attraversano il presente e che, a quanto pare, erano già parte della vita quotidiana nell’Italia di 2.500 anni fa.
Dietro un pugno di chicchi di miglio
Il cibo lascia una sorta di impronta chimica nel nostro corpo.
Secoli o millenni dopo, quella traccia può ancora raccontare quali fossero le principali risorse alimentari di una popolazione.
Nel caso della necropoli padovana è risultato che la dieta era fortemente basata sull’uso di cereali, in modo particolare il miglio, diffusissimo nell’Italia settentrionale dell’Età del Ferro.
Ma il dato alimentare è solo il primo livello della storia.

Quando il cibo divideva le classi sociali
Oggi il miglio compare nei negozi biologici, nelle diete salutistiche e nei menu gluten free. Viene presentato come un alimento sostenibile, nutriente e persino moderno.
Duemilacinquecento anni fa la situazione era molto diversa.
In gran parte dell’Europa antica questo cereale era considerato il cibo delle classi meno abbienti.
Era un cereale economico, robusto e produttivo, fondamentale per garantire la sopravvivenza di intere comunità ma raramente associato al prestigio delle élite.
Ed è qui che la ricerca padovana apre una finestra affascinante sulla società veneta preromana.
Gli individui studiati, a differenza della maggior parte della popolazione, che alla morte veniva cremata, furono inumati. Appartenevano dunque a una minoranza particolare il cui ruolo sociale resta però ancora da chiarire.
Dieta e disuguaglianze nella necropoli
“Si tratta di un gruppo particolarmente importante dal punto di vista archeologico – spiega Giusy Capasso, prima autrice dello studio, ex dottoranda dell’Università di Padova e ora ricercatrice alla Sapienza Università di Roma –. Nell’Età del Ferro in Veneto, infatti, prevaleva il rito della cremazione, pratica che non consente la conservazione del collagene osseo necessario per lo svolgimento delle analisi della paleodieta. Le rare sepolture a inumazione di questo periodo rappresentano quindi una preziosa opportunità per ricostruire aspetti della vita quotidiana altrimenti inaccessibili, come appunto i regimi alimentari, ma anche per approfondire il significato sociale e culturale attribuito a questi individui all’interno della comunità padovana, nella quale alla maggioranza della popolazione era riservato un diverso rito funerario”.

Finora si è guardato al mondo preromano attraverso principi, guerrieri e aristocratici. Oggi la bioarcheologia permette di raccontare anche l’altra parte della medaglia: la vita delle persone comuni.
Il consumo di miglio potrebbe essere infatti il segnale di una posizione sociale diversa, meno prestigiosa e quei resti umani, e il cibo di cui si sono nutriti, potrebbero raccontare una storia di gerarchie sociale e differenze economiche molto prima dell’arrivo di Roma.
“In altri contesti europei coevi, un elevato consumo di miglio è stato spesso associato a individui considerati di rango subalterno – spiega Melania Gigante, coautrice dello studio e ricercatrice del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova –. Anche nel caso di Padova questa possibilità merita attenzione sebbene al momento resti un’ipotesi, poiché non disponiamo di dati isotopici relativi alla dieta degli individui cremati, che rappresentavano la maggioranza della popolazione».

La ragazza arrivata da lontano
Tra tutti gli individui studiati, uno in particolare ha attirato l’attenzione dei ricercatori.
Si tratta di una giovane donna sepolta in posizione prona, probabilmente con gli arti legati. Una modalità di sepoltura insolita che suggerisce una condizione particolare probabilmente percepita come diversa dalla comunità.
Le analisi isotopiche indicano che quella ragazza non era originaria dell’area padovana. Era arrivata da un altro territorio poco prima della morte e aveva conservato abitudini alimentari differenti rispetto agli abitanti locali.
Era una straniera e la sua presenza fa rivalutare una delle convinzioni più radicate del passato: quella di comunità chiuse, isolate e immobili.
Invece no: i resti umani dell’Età del Ferro di Padova sembrano confermarci il contrario, ossia che già all’epoca il territorio fosse attraversato di spostamenti di persone e scambi commerciali e culturali. Proprio come oggi.

Padova stava diventando una città
La necropoli del CUS-Piovego racconta anche un’altra storia.
Mentre quelle persone mangiavano miglio, lavoravano e venivano sepolte nella necropoli del Piovego, Padova stava vivendo una trasformazione epocale: stava diventando una vera città.
Gli archeologi considerano infatti questo periodo come una fase decisiva nella formazione della Patavium preromana, uno dei principali centri del Veneto antico.



