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Dallo Stretto di Hormuz all’Artico: come il Medio Oriente influenza il Grande Nord

Dallo Stretto di Hormuz all’Artico: come il Medio Oriente influenza il Grande Nord

Marco Ghisetti (Università della Lapponia): “La regione è ormai parte di una nuova Guerra Fredda tra blocchi. Russia, Cina e Occidente si contendono equilibri e risorse sotto i ghiacci”

Stretto di Hormuz chiama, Circolo Polare Artico risponde.
Non è uno scherzo, ma un paradosso sì. Una raffigurazione plastica degli equilibri geopolitici del XXI secolo.
Marco Ghisetti insegna all’Università della Lapponia ed è ricercatore presso il Centro Artico di Rovaniemi, nel profondo nord della Finlandia. Recentemente a Venezia, dove ha partecipato come relatore al panel della conferenza “La Russia e l’Artico” organizzata dall’Osservatorio di Politica e Relazioni Internazionali (Opri) dell’Università Ca’ Foscari, ha accettato di rispondere alle nostre domande per spiegare perché l’Artico — regione poco frequentata e ancora meno conosciuta, al di là di appassionati di aurore boreali, viaggi alle isole Svalbard o cinefili affezionati a Caccia a Ottobre Rosso — sia oggi cruciale negli equilibri geopolitici globali.

  • Il rinnovato interesse per l’Artico è legato al georisiko di Donald Trump su Groenlandia e Canada?

«Tutt’altro. La guerra in Iran ha mostrato che Israele e Stati Uniti non sono stati in grado di infliggere una sconfitta strategica alla Repubblica Islamica tramite mezzi convenzionali.
Questo clima di tensione potrebbe effettivamente spingere Trump a rilanciare o irrigidire le proprie mire sui territori nordici».

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Marco Ghisetti
  • La crisi dello Stretto di Hormuz — ovvero il conflitto con l’Iran — si collega quindi direttamente agli equilibri strategici nell’Artico, a migliaia di chilometri di distanza? In che modo?

«La guerra mediorientale e, prima ancora, quella in Ucraina, hanno avuto un effetto stabilizzatore per l’Artico. Dallo scoppio di questi conflitti, infatti, non si sono più registrate nella regione esercitazioni militari o atti provocatori di particolare rilievo, né da parte russa né da parte dei Paesi Nato, cui oggi appartengono tutti gli Stati artici ad eccezione della Russia».

  • La Russia è il Paese con il perimetro costiero più esteso — oltre 24mila chilometri, più del 53% delle terre che si affacciano sull’Artico — e con la maggiore capacità di proiezione di potenza. Basta osservare il Polo Nord su un mappamondo e per capire cosa vuol dire. Ma chi sono i primari attori artici e quali i loro proxy?

Del Consiglio Artico fanno parte otto membri permanenti: cinque europei (Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia e Danimarca tramite la Groenlandia), oltre a Canada, Stati Uniti (con l’Alaska) e Russia, unica non appartenente alla Nato. I rapporti di forza sono oggi chiaramente sfavorevoli a Mosca, che condivide oltre 1.300 chilometri di confine con la Finlandia e quasi 200 con la Norvegia.

  • Quali sono le conseguenze di questo isolamento?

«Interrotta quasi ogni forma di cooperazione nel Consiglio Artico, Mosca si è trovata costretta a rafforzare i rapporti con la Cina, osservatore dal 2013 insieme ad altri Paesi. Oggi Pechino è l’unico attore di rilievo disponibile a una collaborazione significativa con la Russia nell’Artico. Tuttavia, nessuna delle due parti vuole una dipendenza esclusiva: Mosca cerca quindi di attrarre altri investitori, ad esempio tra i Paesi Brics+. In sostanza, la Russia sta favorendo la globalizzazione delle questioni artiche e l’ingresso di attori geograficamente lontani, per compensare il proprio isolamento. È per questo che parlo di un grande “risiko artico”».

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L’Arctic Centre dell’Università di Lapponia a Rovaniemi
  • In Europa cresce l’attenzione per energia e trasporti: la nuova Guerra Fredda sarà anche artica?

«In un certo senso, nell’Artico è già in corso una nuova Guerra Fredda, con la netta contrapposizione tra blocco occidentale e blocco orientale emersa con il conflitto in Ucraina. Per questo motivo, la regione non può più essere considerata “l’angolo dimenticato della Guerra Fredda”, come si diceva fino agli anni ’90. La sua importanza strategica è aumentata significativamente ed è destinata a crescere».

  • A circa 130 chilometri dal confine norvegese — quindi dalla Nato — la Russia mantiene in piena efficienza la base di Severomorsk, centro nevralgico della Flotta del Nord. Qual è il suo ruolo strategico?

«Garantire alla Russia la capacità di secondo colpo nucleare, nel caso in cui il Paese venisse attaccato, e tutelare i propri interessi di sicurezza e controllo nell’Artico, anche in vista dello sviluppo economico della regione».

  • Parafrasando l’ex premier Mario Draghi: meglio una Russia troppo forte o troppo debole?

«Mosca mira a garantire la stabilità regionale, ritenuta essenziale sia per lo sviluppo dell’Artico russo sia per evitare di distogliere risorse da altri fronti, come quello ucraino, con il rischio di un progressivo indebolimento — a sua volta fattore di instabilità. Allo stesso tempo, ritiene che il diritto e il quadro giuridico internazionali favoriscano in larga misura le sue rivendicazioni nell’area, in particolare per quanto riguarda l’esplorazione e lo sfruttamento delle ingenti risorse energetiche sotto la calotta polare e nelle zone di sua giurisdizione».

Agostino Buda

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