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Covid: con Cerberus, verso 90 mila casi al giorno a Natale

Covid: con Cerberus, verso 90 mila casi al giorno a Natale

I modelli matematici prevedono una nuova ondata. Ma i sintomi, con la nuova variante, sono sempre più simili all’influenza

Il Covid non è finito: è cambiato.  E la possibilità di una nuova ondata si fa sempre più concreta, col progressivo diffondersi di quella che, a poco a poco, si sta avviando a diventare la nuova variante dominante: la BQ.1.1, più conosciuta come Cerberus.
“A dicembre, per Natale, si potrebbero raggiungere i 90 mila casi al giorno”, ha dichiarato il virologo Fabrizio Pregliasco, intervenendo in radio alla trasmissione “Un giorno da pecora” e basando la valutazione sui modelli matematici a 50 giorni.
Attenzione massima, dunque, in un momento in cui la strategia di gestione sanitaria ha svoltato verso un’ulteriore riduzione delle restrizioni, a partire dalla riammissione in servizio del personale sanitario non vaccinato.
Al tempo stesso, solo le prossime settimane ci diranno se, come sembra, pur mostrandosi maggiormente elusiva delle barriere di protezione dell’organismo, Cerberus causa sintomi meno gravi delle versioni precedenti del virus, avvicinandosi maggiormente a un’influenza.

I sintomi di Cerberus

L’evoluzione dei sintomi del Covid è stata monitorata, utilizzando i dati raccolti con una app, dai ricercatori del Massachusetts General Hospital e del King’s College di Londra.
Se, inizialmente, a caratterizzare l’infezione da Sars-CoV-2 erano perdita di gusto e olfatto, febbre alta e tosse persistente, nei casi più recenti questi sintomi si sono fatti via via più rari. E sono stati sostituiti da altri che si avvicinano maggiormente a quelli tipici di un’influenza.
Il Covid si manifesta così ora soprattutto con raffreddore, starnuti e mal di gola. E questo, se da un lato sembra tradursi in una minore necessità di ricorrere a cure ospedaliere e a trattamenti di terapia intensiva, dall’altro rende più complicato distinguere quando si è in presenza di una vera e propria influenza e quando, al contrario, a causare l’infezione è stato il coronavirus. Tanto più che, tra le caratteristiche di Cerberus, c’è anche la capacità di sfuggire alle rilevazioni attraverso tamponi rapidi.

Cerberus: previsioni e rischi

Tra nuove varianti e calo delle temperature, considerando che ormai la scuola è tornata in presenza e che si è detto addio all’obbligo di mascherine sui mezzi pubblici, la possibilità di una nuova ondata era attesa. Le previsioni sono dunque quelle di una curva di contagi ancora in ascesa nei prossimi 2 mesi.
“La fase attuale è abbastanza buona – ha detto ancora Pregliasco a Rai Radio 1 – ma purtroppo le previsioni a breve termine sono al rialzo”.
Oltre ad attendere la conferma che si tratta di una variante meno cattiva, si cercherà ora di capire se, in effetti, Cerberus ha sviluppato la capacità di superare le difese immunitarie, sia naturali legate a un’infezione pregressa, sia determinate dalla vaccinazione.
Al riguardo, però, i medici sottolineano che, sul fronte Covid, quest’inverno la differenza potrà farla la quantità di anziani e fragili che si sottoporranno a un nuovo richiamo. Anche perché, in ogni caso, chi ha completato il ciclo vaccinale presenta sintomi comunque più lievi e di minor durata.

Covid: il rapporto dell’Iss

L’Istituto Superiore di Sanità ha intanto pubblicato il nuovo rapporto sul Covid, relativo al periodo compreso tra il 28 ottobre e il 3 novembre.
Il dato sull’incidenza di nuovi casi si è attestato a 283 ogni 100 mila abitanti, in discesa dai 374 della scorsa settimana.
L’indice Rt medio, calcolato sui casi sintomatici, è passato sotto il valore di soglia di 11, scendendo da 1,11 a 0,95.

In calo, dal 10,8% al 10,4%, il tasso di occupazione delle aree mediche degli ospedali da parte dei pazienti Covid, quello delle terapie intensive è invece leggermente risalito: da 2,2% a 2,4%. A livello di regioni e province autonome, solo 4 superano la soglia d’allerta del 15% per i reparti ordinari e nessuno quella del 10% per le rianimazioni.
La percentuale più alta, in entrambi i casi, è quella dell’Umbria (33,5% e 7,1%), con anche Valle d’Aosta (20,9% in area medica), Friuli Venezia Giulia (17%) e Liguria (15%) classificate a rischio moderato.

Alberto Minazzi

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