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Centrali nucleari: ritornano? Questione di tassonomie

Centrali nucleari: ritornano? Questione di tassonomie

A volta ritornano.
Valutazioni, riflessioni, decisioni.
Sembrano prese per sempre, ma la storia ci fa ritornare al punto di partenza.
Così, 34 anni dopo il referendum abrogativo che aveva portato l’Italia, l’8 novembre 1987, a non volere più il nucleare, la questione si ripresenta.

Atomo si o atomo no?

Cop26, la Conferenza delle Parti che è tenuta a Glasgow dall’1 al 12 novembre, ha riproposto il tema, sul quale deve esprimersi il 7 dicembre anche l’Unione Europea stabilendo se quello che viene definito “nucleare green” o “nucleare di quarta generazione” possa essere incluso nella tassonomia, ossia tra le energie “verdi” da finanziare.
Il dibattito politico è quanto mai aperto.
E l’Italia, che non ha partecipato alla conferenza stampa Cop26 durante la quale sette Paesi ( Germania, Austria, Portogallo, Spagna, Lussemburgo, Danimarca e Irlanda) hanno sottoscritto una dichiarazione contro l’inserimento del nucleare nella tassonomia Ue, dovrà prendere una posizione.

centrali nucleari

 

Il nucleare e gli obiettivi climatici

Dall’altra parte, stanno le nazioni che indicano anche nell’industria nucleare la strada verso la transizione ecologica. Sono quelle che le centrali le hanno già e che mirano a rinnovarle ritenendo che il nucleare di ultima generazione sia molto meno impattante, meno costoso e più sicuro:  Francia in primis, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Finlandia, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Romania.
Per il momento, il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani attende Bruxelles.
Le rinnovabili, per raggiungere la neutralità climatica nel 2050 e la riduzione delle emissioni del 55%, (rispetto al 1990 ) nel 2030, non sono sufficienti. Lo ha rilevato il presidente del Consiglio Mario Draghi e lo ha detto ancor a più chiare lettere la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen tirando in ballo il nucleare e il gas.

Cingolani: “dobbiamo cambiare il nostro modo di  produrre energia”

Dal canto suo, il ministro Cingolani, che ha pur sottolineato come, sul nucleare, ci siano posizioni molto diverse, ha spiegato che a determinare la maggior parte dell’anidride carbonica è il nostro meccanismo di produzione dell’energia.

bollette

“Noi estraiamo carbonati fossili dal sottosuolo e poi li bruciamo – ha detto il ministro – Il nostro primo obiettivo, ora, è cambiare la produzione di energia primaria ed elettrificare tutti i comparti che oggi producono Co2. Su questo – ha concluso – noi aspettiamo la tassonomia europea. In ogni caso – ha aggiunto il ministro – che in Italia e in altri Paesi si sia deciso di non utilizzare le centrali nucleari di  prima e seconda generazione con i vecchi referendum ha un suo senso. Quello che non ha senso è pensare che dietro l’aggettivo nucleare si celino solo ed esclusivamente tecnologie pericolose, poco efficaci e costose“.

Esiste un nucleare pulito?

In attesa che l’Unione Europea decida sulla tassonomia e quale tipo di impianti o attività eventualmente finanziare, l’atomo continua a dividere, perché non tutti sono così convinti che si possa oggi, grazie all’evoluzione della tecnologia, credere a un nucleare “pulito”.
Non lo è il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, che in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha dichiarato che per la quarta generazione degli impianti nucleari a fissione al momento esistono solo dei prototipi “che devono dimostrare la loro qualità” e che in ogni caso “sono sempre da escludere dove vive la gente”.

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Giorgio Parisi @Accademia dei Lincei

Non lo è  Legambiente, che bolla di “bufala” ogni rassicurazione in merito.
“Non esistono impianti industriali di quarta generazione – si legge in una delle faq pubblicate nella sezione UnFakeNews del sito dell’associazione- Le tecnologie di IV generazione, inoltre, prevedono lo sviluppo di reattori veloci, di tipo fastbreeder, che presentano criticità di sicurezza maggiori e usano il Plutonio, che è il più radio tossico degli elementi radioattivi”.
A favore del “No” all’inserimento del nucleare nella tassonomia Ue è stata promossa anche una petizione dall’Osservatorio per la transizione ecologica sulla piattaforma change.org
Il “no” all’atomo è stato ribadito anche dalla Germania, che ha ufficialmente dichiarato la chiusura, entro il 2022, della sua ultima centrale nucleare e ha approvato un piano energetico che, dal 2050, prevede l’uso esclusivo di energie rinnovabili.

Francia e Regno Unito verso gli Small Modular Reactors

E’ convinta invece che esista la possibilità di migliorare la produzione dell’energia con l’atomo, la Francia. Nonostante conti 56 centrali che producono il 70,6% dell’elettricità fornita al Paese e l’8% di rinnovabili, secondo l’ultimo rapporto Climate Transparency  la Francia non sarebbe comunque nelle condizioni di arrivare alla soglia massima di riscaldamento globale di 1,5°C previsto dagli obiettivi Ue e dovrebbe aumentare il ricorso all’atomo del 40% per raggiungerli entro il 2030. Per questo, in cantiere, ci sarebbe già un progetto: gli Small Modular Reactors.
I mini reattori nucleari rappresentano anche il progetto sul quale si sta concentrando al momento la Roll-Royce, che ha già incassato il finanziamento del Regno Unito per la realizzazione, entro il 2025, di 15 reattori modulari (SMR) per la produzione di “energia pulita” e la creazione di 40 mila posti di lavoro entro il 2050.

centrali nucleari
Oltre ai 200 milioni di sterline del Governo, Roll- Royce potrà contare su altre 195 messe a disposizione da investitori privati.
Gli small Modular Reactors sono sempre reattori a fissione nucleare ma hanno dimensioni più piccole (si dice equiparabili a quelle di due campi da calcio) e sarebbero in grado di generare 470 MW di potenza, alimentando circa un milione di case.

La “fusione controllata” del progetto Eni

In Italia, nel frattempo, Eni ha annunciato di aver concluso con successo il primo test di un “supermagnete che contiene e gestisce la fusione nucleare di deuterio e trizio”.
Il procedimento si chiama tecnicamente “fusione a confinamento magnetico” e si basa su una tecnologia che finora, a livello industriale, sostiene Eni, non è mai stata applicata e che “riproduce i princìpi tramite i quali il Sole genera la propria energia”.
La miscela di deuterio e trizio viene portata a temperature elevatissime (100 milioni di gradi) da fasci di onde elettromagnetiche. Dalla fusione dei nuclei atomici deriverebbe energia pulita da immettere nella rete elettrica.

@ Gretchen Ertl, CFS/MIT-PSFC, 2021

“Per Eni, la fusione a confinamento magnetico – ha detto l’ amministratore delegato Claudio Descalzi -occupa un ruolo centrale nella ricerca tecnologica finalizzata al percorso di decarbonizzazione, in quanto potrà consentire all’umanità di disporre di grandi quantità di energia prodotta in modo sicuro, pulito e virtualmente inesauribile e senza alcuna emissione di gas serra”.

Le centrali nucleari nel mondo

Mentre l’Europa discute sulla tassonomia e alcuni Paesi individuano nei mini reattori l’asso nella manica del futuro energetico, in Asia, soprattutto in Cina, si continuano a costruire grandi reattori nucleari.
Sono complessivamente 48 i nuovi impianti in costruzione e, al 30 dicembre 2020, erano 442 le centrali nucleari attive in 50 Paesi del mondo.

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Gli Stati Uniti restano sempre in pole position con 94, seguiti dalla Francia, che di centrali ne ha 56, dalla Cina (49 a Pechino, 15 in costruzione nella Repubblica Popolare e altre 100 pianificate per il 2035), dalla Russia (38) dall’India (22 e 7 di nuova generazione in fase di realizzazione) e dalla Corea del Sud (24 e 4 in costruzione).

La situazione italiana

In Italia, prima del 1987, anno del referendum, c’erano 5 centrali nucleari.
La prima fu realizzata nel 1963 ma già nel 1952 era stato istituito il Comitato Nazionale per le ricerche nucleari (CNRN), poi diventato Cnen (Centro per l’energia nucleare) nel 1962 e infine Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile).
Nonostante l’Italia sia stata tra i Paesi pionieri del nucleare, i fatti di Chernobyl del 1986 hanno lasciato un segno tangibile, tanto che al referendum dell’anno successivo votò per la chiusura delle centrali nucleari circa l’80% della popolazione.
Attualmente il Paese è di fatto diviso sull’opportunità di ritornare al nucleare, che non è percepito per lo più come green. I vantaggi di un sistema di produzione a emissioni zero, illimitato, che non dipende dalle condizioni atmosferiche vengono messi sulla stessa bilancia del rischio che potrebbe ancora comportare, nonostante le tecnologie più avanzate e delle scorie che continuerebbe a produrre.

Storia di scorie difficili da gestire

Quelle del passato, ancora rintracciabili nelle bollette dell’elettricità, sono distribuite tra i vari depositi regionali in attesa che venga realizzato il grande deposito nazionale che SOGIN (la Società Gestione Impianti Nucleari nata nel 1999) dovrà trattare e gestire in modo sostenibile e sicuro.
Secondo il report di Legambiente di marzo 2021 si tratta ancora di 31 mila metri cubi di rifiuti radioattivi collocati negli impianti di 8 Regioni.
Saranno i piccoli reattori nucleari modulari la nuova strada per la produzione di energia?
L’Unione Europea si esprimerà sulla tassonomia a dicembre. Poi, i singoli Stati decideranno il da farsi.

Consuelo Terrin

Leggi anche: https://www.metropolitano.it/energia-pulita-fusione-nucleare/

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