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Alessio Trabuio, l’ingegnere aerospaziale veneziano che collabora con la NASA

Alessio Trabuio, l’ingegnere aerospaziale veneziano che collabora con la NASA

I suoi genitori, scherzando, gli dicevano: “Con questo percorso di studi, finirai alla NASA”. Poi a Cape Canaveral ci è entrato davvero e, negli storici lanci del programma Artemis, c’è anche il suo contributo

Se gli avessero detto che dalla frazione veneziana di Favaro Veneto sarebbe finito a entrare come collaboratore nei centri operativi della NASA negli Stati Uniti, probabilmente non ci avrebbe creduto.
Poi, con l’impegno, l’ambizione e la disponibilità a vivere “seguendo un modulo”, due anni fa ha fatto il suo primo ingresso nel mitico headquarter di Cape Canaveral.
Il percorso di Alessio Trabuio, ingegnere aerospaziale veneziano classe 1995, oggi coinvolto nel programma Artemis, è comune a tanti ragazzi partiti dalla provincia.
“Facevo il barista nel ristorante di famiglia a Favaro Veneto, una frazione di Venezia”, ci racconta.
Poi l’università, con le idee ancora poco chiare. Laureato in Ingegneria Aerospaziale all’Università di Padova, non aveva l’ambizione di una carriera che l’avrebbe portato anche oltreoceano.
“Sapevo dell’esistenza NASA, che nel 1969 aveva portato per la prima volta l’uomo sulla Luna – racconta – ma anche dopo l’università le mie conoscenze trasversali erano piuttosto generiche”.

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Dall’aeronautica allo spazio: la svolta verso il programma Artemis

Il primo passo nel mondo del lavoro arriva in Leonardo, dove, nella sede veneziana, si è occupato di manutenzione velivoli. Un’esperienza positiva e stimolante durata circa un anno: “Qui mi sono appassionato al settore aeronautico, ma sentivo, che in quel ruolo, non stavo esprimendo tutto il mio potenziale”.
La svolta giunge quasi per caso, con l’ingresso in Thales Alenia Space, joint-venture tra Thales e Leonardo impegnata nel settore spaziale con sede del dipartimento di esplorazione a Torino.
“In pochi sanno che l’Italia è un importante produttore di veicoli spaziali. E proprio a Torino passa circa il 50 per cento del volume pressurizzato della Stazione Spaziale Internazionale”.
È qui che Trabuio entra nel vivo delle attività: assemblaggio, integrazione e test di moduli spaziali, fino al coinvolgimento nel programma MPCV-Orion (il modulo di servizio usato per le missioni di Artemis), parte integrante del piano internazionale di ritorno sulla Luna. “Non sapevo che si stesse lavorando a un progetto di esplorazione lunare, né che l’Italia avesse un ruolo così importante”.

Tra Europa e NASA: un lavoro senza confini

Il suo lavoro, altamente specialistico, lo porta a spostarsi frequentemente tra diversi poli internazionali, in particolare Brema, in Germania – uno dei centri dell’aerospazio europeo – dove passa circa metà dell’anno e gli Stati Uniti. “La mia presenza dev’essere vicino al modulo, che si sposta continuamente”.
Due anni fa il primo ingresso negli stabilimenti NASA a Cape Canaveral.
“Le aspettative erano altissime. Quello che sappiamo della NASA arriva da film e riviste, ma essere lì è qualcosa di diverso: non tanto per ciò che vedi, ma per ciò che rappresenta”.
Un esperienza, ci racconta Trabuio, memorabile: “Gli stabilimenti sorgono in una sorta di riserva naturale, tra lagune e aree selvatiche, con alligatori e moltissimi uccelli. Per accedere ci sono quattro ingressi controllati dalla sicurezza della NASA”. L’accesso è rigidamente regolato: badge temporanei, aree limitate e spostamenti consentiti solo in auto. “La nostra palazzina è la stessa in cui la Nasa ha lavorato alle missioni Apollo e allo Space Shuttle”.

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Nel cuore delle missioni Artemis

Qui la quotidianità è molto diversa da quella che si potrebbe immaginare: “La mia è una giornata molto operativa, ma con responsabilità di coordinamento”. Trabuio lavora infatti con team variabili, a seconda delle attività, in un contesto altamente internazionale che coinvolge NASA, ESA e aziende come Lockheed Martin.Le missioni possono durare settimane, talvolta oltre un mese. “Si lavora intensamente, spesso concentrando le attività in periodi brevi”. Un’esperienza che si inserisce nel più ampio programma Artemis, il nuovo piano internazionale per il ritorno dell’uomo sulla Luna, che coinvolge Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada, con una visione di lungo periodo. “La cosa più bella è sapere di partecipare a qualcosa che resterà nella storia”, racconta. Un traguardo che, da ragazzo, sembrava solo un’utopia: “I miei genitori scherzando mi dicevano: ‘Se studi questo, finirai alla NASA’. E poi, è successo davvero”.

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Costruire il futuro restando sulla Terra

Finora il programma Artemis, che ha l’obiettivo di far sbarcare “la prima donna e il prossimo uomo” sulla Luna entro il 2028, è progredito con due dei sei lanci previsti. Il primo, nel 2022, senza equipaggio, e il secondo, l’1 aprile 2026, con quattro membri dell’equipaggio. “Il primo lancio l’ho visto nel mio appartamento di Torino”, ci dice Trabuio, “mentre il secondo, rimandato rispetto alle previsioni, l’ho visto dal luogo in cui ero in vacanza all’estero”. Un momento quindi non condiviso con i colleghi: “So che hanno organizzato una visione collettiva a Torino, ma nonostante fossi in vacanza sono riuscito a coinvolgere altri turisti e ho condiviso con loro quel momento”.
E quando gli chiediamo se un giorno si immagini sullo spazio, preferisce rimanere con i piedi per terra: “Mi va benissimo costruire le cose e mandare altri nello spazio. Ma rimango ambizioso: non voglio fermarmi, cerco continuamente nuove sfide”.

Matteo Sportelli

 

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