Il nuovo impianto, ad anello unico, apre una strada inedita per l’allenamento giovanile e per il modo di concepire le infrastrutture sportive
L’idea è semplice e radicale: consentire agli atleti di allenarsi senza traffico, senza rischi, con un impianto che cambia il modo di pensare lo sport giovanile. Unendo in un unico giro di pista due sport che di solito si sfiorano soltanto: il ciclismo e il pattinaggio, che da sempre hanno trovato nel Veneto un bacino tra i più importanti nella tradizione agonistica nazionale.
Nel miranese, a Scaltenigo, si inaugura domani, 23 maggio, il nuovo ciclodromo.
Un impianto ambivalente intitolato ad Attilio Benfatto, ex corridore professionista e dirigente dell’Unione Ciclistica Mirano che fino al 2017 si è dedicato alle nuove leve.
L’inaugurazione è un segnale che va oltre il singolo impianto, aprendo una riflessione più ampia su come garantire sicurezza agli atleti in un territorio dove la rete di ciclabili è vasta ( la mappatura ufficiale della rete ciclabile regionale censisce circa 7.857 km di percorsi, di cui circa 2.563 in sedi riservate o proprie) ma non sempre sufficiente a eliminare i rischi della strada.

Un grande anello e tanti percorsi tortuosi
“Il nuovo ciclodromo di Scaltenigo nasce in continuità con la pista del pattinodromo, costruito una quarantina d’anni fa – spiega Paolo Bustreo, presidente dell’U.C. Mirano – L’impianto è stato prolungato, creando un percorso di circa un km all’esterno della struttura esistente. Dal punto di vista tecnico, la pista è stata approvata dalle Federazioni di ciclismo e pattinaggio“.
Lì potranno ora allenarsi sia la quarantina di ragazzi, dalla categoria “giovanissimi” agli “allievi”, provenienti soprattutto da Mirano e dai paesi limitrofi, sia i circa settanta soci agonisti di tutto il comprensorio tra Venezia e Padova che i trenta cicloamatori iscritti all’U.C. Mirano.
“All’interno dell’anello – aggiunge il presidente – sono stati creati percorsi più tortuosi per consentire un allenamento più tecnico dei giovani ciclisti”. Al momento, in attesa di eventuali decisioni del Comune su un’eventuale apertura anche al pubblico (che aprirebbe però la riflessione anche sul tema assicurativo), la gestione della struttura è affidata alle due associazioni sportive per la pratica agonistica, pur non essendo ancora stata sottoscritta la relativa convenzione.

Un’intitolazione che richiama la storia
Un richiamo alla grande tradizione ciclistica veneta si ritrova già nell’intitolazione del ciclodromo.
Attilio Benfatto, medaglia d’argento nell’inseguimento a squadre ai Mondiali di Parigi 1964 e bronzo sia nel mezzofondo a Montreal 1974 che nella cronosquadre di Nurburgring 1966, nel Miranese è un eroe delle due ruote.
Come il ciclismo, anche il pattinaggio ha del resto una fortissima tradizione in Veneto, soprattutto nelle aree comprese tra i poli di Bassano del Grappa e Rovigo.
E anche dal G.S. Scaltenigo, che conta oggi una cinquantina di pattinatori, sono usciti diversi campioni italiani, mondiali ed europei.

Un impianto che punta alla sicurezza
Il ciclodromo è stato pensato per promuovere la cultura dello sport su strada in un territorio che, oltre alla tradizione, offre un’ampia varietà di terreni adatti alla pratica ciclistica. Ma, al tempo stesso, presenta anche difficoltà strutturali. “Il problema principale – riprende Paolo Bustreo – è legato agli allenamenti in strada. È proprio per questo che molte famiglie allontanano i figli dalla pratica ciclistica a una certa età, quando la preparazione va fatta per forza su strada”.
“Il pericolo – continua l’analisi del presidente dell’U.C. Mirano – è continuo, su strade trafficate come le nostre. E i ciclisti vanno scortati con ammiraglie per proteggerli dal rischio. Finora, le soluzioni adottate per i giovanissimi, “di emergenza” in assenza di posti dedicati, guardavano a zone industriali meno trafficate. Ma anche in questi contesti la situazione non si può assolutamente definire al di fuori dei pericoli”.

Due sport, un solo problema
E se, sulla carta, lo spostamento dalla pianura a colline e montagne in Veneto è tutto sommato agevole, il trasferimento è comunque un rischio. “È vero – illustra Bustreo – che nelle zone collinari, per esempio sul Montello o sui Colli Euganei, c’è meno traffico. Ma il tragitto per arrivare dove far allenare i giovani in salita è piuttosto pericoloso. E va fatto in bici, non in macchina, per non vanificare la necessità di allenamenti attorno a 130 km al giorno”.
Lo stesso vale, in modo diverso ma altrettanto concreto, anche per il pattinaggio, dove la crescita tecnica dei giovani deve fare i conti con la sicurezza quotidiana e con la mancanza di infrastrutture davvero dedicate.
Il Veneto è uno dei territori più vivaci, a livello nazionale, anche per questa disciplina.
Si è distinto in particolare nel pattinaggio artistico a rotelle, nella corsa su pattini, nell’hockey pista e nelle discipline più moderne come il freestyle, confermando una vocazione sportiva trasversale e molto radicata sul territorio. Il pattinaggio è diventato uno sport popolare già dal secondo dopoguerra quando, partendo dalle piste parrocchiali ai piazzali delle scuole, si è sviluppato un tessuto diffuso di società sportive che ha formato generazioni di atleti soprattutto a Bassano, Treviso, Vicenza, Padova, Rovigo e Venezia.
Attenti anche alle ciclabili
La secolare cultura della bicicletta del Veneto, da cui sono emersi campioni come Giovanni Battaglin, Filippo Pozzato o Marzio Bruseghin, solo per citare alcuni nomi noti, emerge anche da una serie di aspetti più popolari, dalla mobilità quotidiana al cicloturismo. E ha trovato di recente una valida sponda anche dal punto di vista amministrativo.
La rete strategica prevista dal Piano regionale della mobilità ciclistica, per esempio, prevede circa 2 mila km di grandi ciclovie regionali.
La crescita della disponibilità di percorsi dedicati, però, secondo Paolo Bustreo incide solo parzialmente, nella prospettiva della sicurezza di chi si sposta in bici. “Chiaramente avere tante ciclabili è meglio che niente, ma questo non significa che si possa parlare di tragitti perfettamente sicuri. A differenza della situazione per esempio dell’Olanda, le attuali piste ciclabili nostrane non sono state infatti pensate autonomamente, ma aggiunte alla strada”.
Alberto Minazzi



