I risultati riportati nell’aggiornamento del trial Keynote-942 evidenziano l’efficacia della medicina personalizzata di precisione per ridurre il rischio di recidive e metastasi del tumore
La definizione tradizionale del tumore come “male incurabile” è per fortuna sempre meno corretta.
Da un lato, è vero, per ridurre il rischio di ammalarci di una neoplasia possiamo solo adottare stili di vita sani (e poi affidarci anche alla buona sorte), non esistendo per il momento in campo oncologico vaccini preventivi diretti classicamente intesi.
Al tempo stesso, però, la ricerca è riuscita a sviluppare una serie di trattamenti in grado di debellare molte forme tumorali. La sfida, in questi casi, diventa allora quella di rendere duraturi nel tempo gli effetti della cura, evitando il presentarsi di recidive o diffusione del tumore ad altri organi e riducendo nel contempo il rischio di morte.
In tal senso, uno dei progetti più promettenti è il trial Keynote-942, dedicato nello specifico al melanoma. I risultati ottenuti nei primi 5 anni di test, che sono stati ora aggiornati in un articolo scientifico pubblicato sul Journal of Clinical Oncology, aprono però la porta alla speranza sia per il cancro della pelle che per altri tumori, come quello al polmone.

La combinazione tra immunoterapia e vaccino personalizzato
A rendere concreta, in prospettiva, l’idea di prolungare i benefici di un trattamento basato sulla combinazione di tecnologie medico-farmaceutiche all’avanguardia sono gli sviluppi legati all’utilizzo dell’Rna messaggero (mRna). Ovvero la stessa tecnica utilizzata, in occasione della pandemia, per realizzare il vaccino anti Covid-19. Che, in questo caso, rende percorribile la strada della medicina di precisione attraverso lo sviluppo di vaccini personalizzati. Si riesce cioè a stimolare una risposta specifica per un preciso tumore in uno specifico paziente.
Lo standard per curare il melanoma si incentra attualmente sull’utilizzo di un farmaco immunoterapico, il pembrolizumab. Possiamo immaginare la sua azione, utilizzando l’efficace metafora utilizzata dal microbiologo Marco Zambianchi nel commento alla notizia postato su Facebook, come quella di “un meccanico che taglia di netto i cavi del freno ai nostri soldati immunologici, lasciandoli liberi di agire”. Il riferimento è ai linfociti T, che vengono bloccati, attraverso appunto una sorta di freno, dall’azione del melanoma.
“Tuttavia – prosegue Zambianchi – un esercito libero di correre serve a poco se non sa esattamente dove si nasconda il nemico”. I ricercatori hanno così provato a unire all’immunoterapia il vaccino intismeran, sviluppato sulla base di 34 neoantigeni estratti dal melanoma rimosso. Partendo da queste cellule, che caratterizzano esclusivamente quel tumore specifico, viene quindi sviluppato un frammento di mRna con cui “il vaccino – conclude il microbiologo – distribuisce ai linfociti T l’identikit perfetto, completo di foto segnaletica in altissima definizione, del bersaglio da colpire”.

Risultati, limiti e prospettive
Intismeran si è dimostrato uno dei primi esempi concreti di vaccino antitumorale personalizzato a mRna a mostrare effetti duraturi, fornendo solide prove sulla possibilità che questa strategia possa diventare fondamentale per l’oncologia futura. Concentrandosi su pazienti con melanoma già operati con successo per rimuovere il tumore, ma con ancora un rischio elevato di recidiva, è stata infatti osservata una serie di vantaggi importanti nella parte del campione che ha ricevuto l’innovativa terapia combinata rispetto a quelli sottoposti a sola immunoterapia.
In particolare, il rischio di ricomparsa del melanoma si è ridotto del 49% e quello di metastasi è diminuito del 59%, con anche indicazioni tendenziali positive, pur da confermare, su un aumento della sopravvivenza (92,2% contro 71,3% nei 2 gruppi). Il fatto che gli effetti delle terapie non si siano attenuati dopo i primi mesi suggerisce infatti l’idea che si stia creando una memoria immunologica duratura. Ed è importante, anche nella prospettiva di un’estensione della strategia ad altri tumori, il fatto che il vaccino non sembra limitarsi a una stimolazione generica del sistema immunitario.
Logicamente, essendo stato analizzato un campione di appena 157 pazienti, oltretutto appartenenti alla categoria molto specifica degli operati per un melanoma ad alto rischio, ed essendo la sperimentazione ancora a una fase IIb, serviranno ulteriori conferme prima di pensare a una diffusione clinica della strategia su vasta scala e alla nascita di una nuova categoria terapeutica, che peraltro sembra avere rari effetti collaterali. Riguardo ai test, va comunque ricordato che è già in corso uno studio internazionale, molto più ampio, di fase III, che vede l’Istituto Pascale di Napoli come capofila.
Alberto Minazzi











