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Medio Oriente: colpita in Iraq la base italiana di Camp Singara

Medio Oriente: colpita in Iraq la base italiana di Camp Singara

Si sarebbe trattato di un drone e non di un missile. Crosetto: “Nessun ferito”. Intanto, il rilascio straordinario di scorte non frena la corsa del prezzo del petrolio

L’allarme di minaccia aerea è scattato verso le 20.30 e questa si è concretizzata poco prima dell’1, nella notte tra mercoledì 11 e giovedì 12 marzo 2026. La base italiana di Camp Singara, nella città di Erbil, nel Kurdistan iracheno al confine con Siria, Turchia e Iran, è stata colpita: probabilmente non da un missile, come era sembrato in un primo momento, ma da un drone che avrebbe perso quota. Secondo le prime ricostruzioni, l’impatto avrebbe coinvolto un mezzo militare e causato danni materiali alle infrastrutture, ma senza coinvolgere, come ha rassicurato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, né militari né personale italiano. E, come ha dichiarato il comandante della base, Stefano Pizzotti, a Sky Tg24, l’allarme è ora cessato, mentre gli artificieri stanno mettendo in sicurezza l’area.

La base colpita e la reazione del Governo italiano

La base di Erbil è stata creata, all’interno di un comprensorio che comprende anche basi di altri Paesi, nell’ambito dell’operazione internazionale contro l’Isis e si è occupata, negli ultimi anni, di addestrare migliaia di militari curdi su richiesta del Governo iracheno. Poco prima dell’inizio della crisi, ha ricordato lo stesso Pizzotti, il contingente stanziato a Camp Sinagra era stato alleggerito, con la presenza attuale che è dunque inferiore a quella che vi è normalmente dislocata, anche se sarebbero presenti circa 120 connazionali, che si sono rifugiati nei bunker appena scattato l’allarme. Il primo a commentare l’episodio, con un post pubblicato su “X” subito dopo che si era verificato l’attacco aereo, è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: “Ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil. Ho parlato con l’Ambasciatore d’Italia in Iraq. Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria”. Lo stesso vicepremier, in un’intervista a RealPolitik su Rete4, ha quindi definito “inaccettabile” l’attacco, annunciando comunque che “dobbiamo valutare bene quello che è accaduto, successivamente decideremo i passi da compiere”.

L’escalation nello stretto di Hormuz e sul fronte petrolio

La situazione, intanto, si è fatta ancor più tesa nello stretto di Hormuz. In quest’area marittima, snodo fondamentale all’interno della più importante rotta mondiale di trasporto energetico, si è registrato nelle ultime ore un attacco dei pasdaran iraniani a una nave portarinfuse battente bandiera thailandese salpata dagli Emirati Arabi Uniti. A giustificare l’attacco, che avrebbe provocato almeno 3 dispersi, le autorità iraniane hanno sottolineato il fatto che l’equipaggio avrebbe ignorato una serie di ripetuti avvertimenti. L’Iran ha attaccato anche il Bahrein, prendendo di mira e dando alle fiamme, come ha spiegato sui social il locale ministro dell’Interno, alcuni serbatoi di carburante in una struttura nel governatorato di Muharraq. Nel frattempo, dopo gli attacchi iraniani a 2 petroliere, i terminal petroliferi marittimi dell’Iraq hanno sospeso tutte le loro attività, mentre il Governo Usa ha deciso di sospendere le scorte militari per le petroliere che attraversano lo stretto. E la Cina, come riferisce l’agenzia di stampa Reuters, ha intanto ordinato alle proprie raffinerie di interrompere immediatamente le esportazioni di carburanti raffinati per tutto il mese di marzo, al fine di salvaguardare le forniture interne in un contesto di rischi di carenze legate al conflitto.

Petrolio: il rilascio di scorte non basta

Insieme a quello degli attacchi bellici sul territorio, il tema-petrolio resta dunque tra le primissime preoccupazioni internazionali legate alla situazione in Medio Oriente.
Non a caso, i 32 Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) hanno deciso il maggior rilascio coordinato della storia, il sesto dall’istituzione dell’Aie nel 1974, sbloccando dalle riserve strategiche ben 400 milioni di barili dagli 1,2 miliardi che compongono le scorte di emergenza da loro detenute.
La mossa, però, non sembra aver rassicurato a sufficienza gli investitori, visto che il prezzo al barile del Brent del Mare del Nord, punto di riferimento globale per il petrolio, ha superato la soglia dei 100 dollari, con il benchmark statunitense Wti poco al di sotto (94,92 dollari) per un rialzo del +8,8%. E la corsa dei prezzi rischia purtroppo di non fermarsi qui. Il portavoce del comando unificato iraniano Khatam al Anbiya, Ebrahim Zolfaqari, ha avvisato di prepararsi a un petrolio a 200 dollari al barile.

Alberto Minazzi

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Tag:  guerra, petrolio