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Alzheimer: il cervello è solo il punto d'arrivo

Alzheimer: il cervello è solo il punto d'arrivo

Uno studio danese in pre-print ipotizza che la malattia dipenda maggiormente dal sistema immunitario e da altri organi

Il morbo di Alzheimer, insieme alle altre forme di demenza, è una malattia la cui diffusione, a causa dell’invecchiamento della popolazione ma anche per stili di vita sbagliati e mancati interventi su fattori di rischio modificabili (come ipertensione, problemi di udito, depressione, inquinamento e isolamento sociale), è in forte e continuo aumento.
In Italia, per esempio, si contano oggi oltre 1,4 milioni di persone con demenza, ma le proiezioni a metà secolo indicano il superamento di quota 2 milioni di casi. E l’Alzheimer è tradizionalmente considerato una malattia “del cervello”.
In realtà, ipotizza ora uno studio del Novo Nordisk foundation center for basic metabolic research danese, pubblicato in preprint su Rxiv, il rischio genetico di sviluppare la malattia potrebbe dipendere, ancor prima, dal sistema immunitario, dal metabolismo e da altri organi del corpo come polmoni e intestino.
Sarebbe a questo livello, attraverso cambiamenti genetici che provocano un’infiammazione cronica e sistemica, che inizierebbe l’evoluzione verso l’Alzheimer.
Rendendo il cervello la parte del nostro organismo in cui la malattia si manifesta ma non necessariamente il luogo dove nasce il problema.

Alla ricerca delle origini dell’Alzheimer

A spingere i ricercatori a mettere in discussione l’idea che l’Alzheimer sia una malattia del cervello sono state alcune anomalie emerse negli ultimi anni, tra cui l’aumento del rischio tra i soggetti diabetici o con malattie cardiovascolari, con il possibile coinvolgimento anche di infezioni e forme di infiammazione cronica. Il team danese si è allora concentrato sull’analisi di database genetici di 85 mila persone con l’Alzheimer e quasi 500 mila senza malattia.
Si è allora provato a capire, attraverso il confronto di 100 regioni del cervello, 40 tessuti del corpo e milioni di cellule analizzate singolarmente, in quali tessuti sono attivi i geni che aumentano il rischio di Alzheimer. E, un po’ a sorpresa, è emerso che la maggior parte dei geni associati all’Alzheimer non è attiva soprattutto nei neuroni, bensì in cellule del sistema immunitario, sangue, milza, midollo osseo, polmoni, intestino e tessuti metabolici.
Inoltre, le cellule più coinvolte sono quelle che fanno parte del sistema immunitario innato, con la sola microglia, cellula immunitaria specifica del cervello, a mostrare un segnale genetico forte tra quelle dell’organo al centro del nostro sistema nervoso. È piuttosto il polmone, ritiene lo studio, a poter giocare un ruolo importante, mostrando un forte segnale genetico. L’ipotesi avanzata riguardo a questo risultato è che il polmone sia coinvolto in quanto grande organo immunitario esposto a virus e inquinamento che, oltretutto, comunica con il cervello tramite il sistema immunitario.

La vulnerabilità del cervello che aumenta con l’età

Un altro risultato interessante emerso dallo studio è il fatto che l’attività dei geni di rischio nel sistema immunitario aumenta molto tra 55 e 60 anni, con una sorta di “finestra critica” che coincide proprio con la fascia d’età in cui spesso inizia il declino cognitivo lieve. Anche a questi dati i ricercatori hanno provato a dare una spiegazione, teorizzando che il tutto parta dall’instabilità del sistema immunitario, che aumenta l’infiammazione e, col tempo, provoca il danneggiamento del cervello, attraverso la comparsa di beta-amiloide, grovigli di proteina tau e degenerazione dei neuroni fino alla loro morte.
In altri termini, all’esatto contrario rispetto a quanto ritenuto finora, le placche di amiloide, su cui si sono concentrati molti studi sull’Alzheimer, potrebbero essere una conseguenza e non la causa iniziale della malattia. Un cambio di prospettiva che, se confermato, si tradurrebbe anche in un radicale cambiamento delle strategie terapeutiche, puntando per esempio maggiormente anche sul ruolo del microbiota intestinale. Va però ricordato, come fa lo stesso studio, che si tratta ancora solo di un preprint non sottoposto a revisione paritaria attraverso un controllo formale da parte di altri scienziati. Insomma, non si può ancora parlare di conclusioni definitive, essendoci bisogno di verifiche e conferme attraverso nuovi studi clinici, ricerche sperimentali e modelli biologici. Inoltre gli stessi autori ammettono, tra i limiti del loro lavoro, che si tratta di una semplice analisi statistica dei geni, oltretutto in gran parte di persone sane o estratte da database genetici, e per di più manca ancora la dimostrazione di una causalità diretta.

La teoria infettivo-immunitaria dell’Alzheimer

Lo studio danese, in ogni caso, si inserisce perfettamente nel solco della sempre più diffusa teoria infettivo-immunitaria dell’Alzheimer, che ha provato a spingersi oltre l’idea che vede la causa della malattia nell’accumulo nel cervello di proteine anomale. Beta-amiloide (da considerarsi non solo una proteina tossica in caso di accumulo, ma prima ancora una molecola antimicrobica in grado di intrappolare gli agenti infettivi esterni impedendone la diffusione) e tau, secondo i sostenitori della nuova teoria, potrebbero invece essere una risposta di difesa del cervello a infezioni o infiammazioni croniche.
Lo stimolo del sistema immunitario del cervello potrebbe cioè derivare dall’ingresso o dall’attivazione nel cervello di microorganismi come virus, batteri o funghi. E un’attivazione troppo prolungata delle cellule immunitarie cerebrali della microglia aumenta l’infiammazione, portando poi gradualmente all’accumulo di placche e grovigli proteici e successivamente a perdita delle sinapsi, morte dei neuroni e comparsa dei sintomi cognitivi. Si tratta di una teoria che potrebbe tradursi nella possibilità di prevenire, almeno in parte, l’Alheimer o pensare di trattare la malattia attraverso nuove metodologie, come il controllo delle infezioni croniche, la modulazione dell’infiammazione cerebrale, un rafforzamento delle difese immunitarie del cervello, ma anche terapie antivirali o antimicrobiche mirate.

Alberto Minazzi

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