L’apertura del ministro dell’Ambiente dopo gli ultimi sviluppi bellici. I temi delle scorte di gas e delle chiusure previste per le centrali più inquinanti
Le conseguenze sul piano degli approvvigionamenti energetici prodotti dall’esplosione del conflitto in Ucraina è stata una lezione di cui l’Italia ha fatto tesoro.
Per evitare di subire pesantemente gli effetti di un nuovo improvviso e repentino rincaro dei prezzi di gas e petrolio, è stata infatti riscritta interamente la strategia in materia. E così, adesso, a fronte degli effetti che la nuova guerra mediorientale sta causando in particolare nel nodo fondamentale dello stretto di Hormuz, il nostro Paese si trova in una condizione tutto sommato ancora gestibile.
Grazie alla diversificazione delle forniture di metano, che ha visto l’Italia puntare in particolare su Algeria, Norvegia e Azebaigian per supplire ai tagli del gas russo, unita a un inverno che non è stato particolarmente rigido, gli stoccaggi di materia prima nel nostro Paese sono attualmente a livelli sufficientemente elevati.
“Sul fronte della sicurezza energetica – ha dichiarato sul tema il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, in un’intervista televisiva – il nostro Paese è abbastanza sicuro dal punto di vista quantitativo. Abbiamo i livelli di stoccaggio più alti d’Europa, abbiamo fonti diversificate e quindi possiamo dire che non esiste una situazione estremamente grave per quanto riguarda le quantità di risorse, e mi riferisco principalmente al gas”.
La nuova apertura dell’Italia alle centrali a carbone
Ciò non toglie che, in prospettiva, bisogna comunque essere pronti a eventuali “piani B”. E, in tal senso, il ministro dell’Ambiente non ha escluso la possibilità, qualora la crisi nel Golfo peggiorasse, di un ritorno della produzione energetica in Italia sfruttando le centrali elettriche alimentate a carbone. In un’intervista televisiva ripresa anche dalle agenzie di stampa internazionali, Pichetto Fratin ha infatti espressamente spiegato come l’Italia disponga di “centrali a carbone che non vorrei riattivare, ma sono lì in riserva per salvaguardare il nostro Paese”. Il tema delle centrali a carbone è del resto alquanto delicato e dibattuto.

Il piano nazionale ne prevedeva l’uscita entro il 2025, ma proprio la crisi energetica ha portato a mantenere alcuni impianti in standby. Delle ultime 4 centrali storiche non dismesse o riconvertite a gas (tra cui quelle di Fusina, Monfalcone e La Spezia), a partire dal 1° gennaio 2026 non sono state più autorizzate, dopo la scadenza dell’autorizzazione ambientale alla combustione di carbone quelle di Brindisi Sud e Torrevaldaliga/Civitavecchia, peraltro nei fatti già ferme. Sono rimaste così in funzione solo quelle di Portovesme/Sulcis e Fiume Santo, entrambe in Sardegna, regione in cui questo tipo di produzione di elettricità risulta tuttora fondamentale per la sicurezza energetica.

La produzione di elettricità in Italia attraverso il carbone
Complessivamente, prima della chiusura, le 4 ultime centrali a carbone producevano circa 4,7 gigawatt di elettricità, coprendo una quota variabile tra l’1,7% e il 4,9% del fabbisogno totale nazionale.
Lo stop alle centrali pugliese e laziale è stato previsto dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima dell’Italia (Pniec) in materia di decarbonizzazione. Già da fine 2025, però, il Governo aveva ripreso a valutarne il mantenimento in riserva e la possibilità di pensare a percorsi alternativi per i due impianti.
Il 29 dicembre era stata proprio un’informativa svolta a Palazzo Chigi dal ministro dell’Ambiente a spiegare che si stava “valutando con attenzione la possibilità e le modalità di interventi che consentano di evitare una dismissione anticipata degli impianti rispetto a quanto potrebbe risultare opportuno sotto il profilo strategico, nel rispetto del quadro normativo e degli obiettivi di decarbonizzazione, assicurando un equilibrio tra sostenibilità ambientale, sicurezza energetica e tutela del nostro sistema produttivo”. Una dichiarazione che dava seguito all’intervento di Adolfo Urso nel question time in parlamento dell’8 agosto, in cui il ministro delle Imprese aveva spiegato: “Il Pniec prevede per l’Italia la cessazione della produzione elettrica da carbone entro il 31 dicembre di quest’anno. Ancora una volta confermiamo questo impegno, prevedendo unicamente il posticipo del phase out del carbone al 2038. Sarà quindi attuata una fermata a freddo delle centrali, finalizzata a garantire la sicurezza energetica nazionale”.
Gas: a che punto siamo
Per il momento, comunque, l’Italia continuerà a produrre elettricità utilizzando il gas.
Secondo le stime, a inizio marzo le strutture di stoccaggio del metano risultavano piene tra il 47% e il 50%: una quota considerata “nella norma stagionale” e dunque ancora lontana da livelli critici di emergenza. Molto peggiore, per esempio, è la situazione di realtà-chiave sui mercati del gas come la Germania (attorno al 20%-22%) o l’Olanda (al 10%-11%). La situazione italiana è più tranquilla anche nel confronto rispetto a un anno fa, quando il livello di riempimento era attorno al 40%, comunque sopra la media Ue del 36%. Un risultato reso possibile anche dalle strategie applicate durante l’estate, con le scorte che a settembre erano arrivate al 92%. Ciò, in ogni caso, non elimina completamente le preoccupazioni. L’Unione Nazionale Consumatori, per esempio, ha denunciato un “concreto rischio di bollette in forte aumento”. Sono intervenuti nel dibattito anche l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ribadendo ai parlamentari la necessità di creare coerenza tra le misure di alleggerimento delle bollette e gli obiettivi europei di decarbonizzazione, Confagricoltura, chiedendo di non sacrificare la spinta alle rinnovabili, e varie associazioni delle energie rinnovabili, che hanno auspicato politiche strutturali stabili nel lungo periodo per ridurre definitivamente la dipendenza da fonti fossili e far calare i prezzi.
Alberto Minazzi



