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Tra femminicidi e pregiudizi giudiziari: il duro rapporto della Commissione del Senato

Tra femminicidi e pregiudizi giudiziari: il duro rapporto della Commissione del Senato

Le donne muoiono accoltellate (32% dei casi) , colpite con oggetti contundenti (19% dei casi), per un ben mirato colpo di pistola (28%).
Perdono la vita per lo più dopo lunghe violenze spesso taciute (63% dei casi), a volte nascoste, altre tristemente denunciate senza aver trovato alcuna protezione.
Vengono uccise da mariti che non accettano di esser lasciati (23,9% dei casi), da ex compagni di vita che non perdonano il fatto di esser stati lasciati (12,7% dei casi) o da coniugi con i quali ancora condividono il letto, le mura domestiche, dei figli da crescere (57,4% dei casi).

Lasciano orfani figli segnati per sempre dalle violenze alle quali, impotenti, hanno assistito prima del femminicidio (46,7%) dall’indelibile ricordo del corpo della propria madre riverso a terra, morto, circondato dal sangue (17,2%) se non dalle terrificanti immagini dell’assassinio, durante il quale si sono trovati presenti(17,2% dei casi).

femminicidi

Femminicidi: “la più tragica mattanza del mondo contemporaneo”

E’ pesante il Rapporto della Commissione di inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere e sulla risposta giudiziaria ai femminidici in Italia presentato in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne.
E non risparmia nessuno, sottolineando, nero su bianco, quanto detto a proposito anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “la violenza contro le donne è un fallimento della nostra società nel suo insieme”.
Una vittima ogni tre giorni e mezzo.
La più tragica mattanza del mondo contemporaneo – ha dichiarato la presidente del Senato Elisabetta Casellati intervenendo in Aula all’evento “No alla violenza. Il grido delle donne”. “Oltre 100 femminicidi dall’inizio dell’anno a oggi e per di più all’interno delle mura domestiche. E’ solo la punta dell’iceberg. Dietro le stime ufficiali – ha sottolineato Casellati – c’è una quotidianità di violenze non dette, coperte da una subdola violenza psicologica ed economica, violenze barattate come atti d’amore.”

 

Un bando di 300 milioni di euro per i centri antiviolenza

Le radici sono dure da estirpare e affondano nella notte dei tempi. “Ma è fondamentale – ha rilevato il presidente Mattarella che le donne che hanno subito violenza sentano intorno a loro un mondo che le accoglie e le protegge, per consentire loro di uscire dal silenzio.

Sergio Mattarella
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Solo con una società pronta a sostenere le vittime sarà possibile sconfiggere la violenza contro le donne. Per questo è importante l’attività che ogni giorno portano avanti le istituzioni, le associazioni, le volontarie e i volontari, che tentano di costruire rifugi per curare e prevenire gli episodi di violenza“.
A questo proposito, hanno annunciato le ministre Mara Carfagna ed Elena Bonetti, è stato lanciato un bando da 300 milioni di euro per realizzare dei centri antiviolenza nei beni sequestrati alla mafia.
Dei luoghi di accoglienza e di protezione, non solo morale, per chi è in pericolo.

Un pacchetto di leggi per sostenere le vittime

Le istituzioni sono al lavoro inoltre per ottimizzare un testo di legge che prevederà misure più efficaci per chi commette reati di violenza di genere e una maggior protezione per le vittime, per le quali sarebbe prevista una sorta di “scorta“.
Ulteriori aiuti economici, infine, andrebbero a potenziare il “reddito di libertà” già in vigore.
Nel frattempo, l’imperativo resta quello di lavorare molto sulla prevenzione e sulla formazione di generazioni future che superino di fatto – e non solo a parole – il problema di una visione distorta dei rapporti uomo/donna.

“Un’ingiusta valutazione di credibilità” viziata dal pregiudizio

“Contro la violenza maschile serve una rivoluzione culturale e alle donne che denunciano si crede, punto e basta”, ha detto la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione di inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere che ha preso in esame 211 procedimenti penali di femminicidi perpetrati nel biennio 2017-2018.
Due anni di lavoro che hanno mostrato come troppo spesso le violenze denunciate dalle donne siano sottovalutate e come ancor più spesso le vittime siano dissuase dal farle, soprattutto nei piccoli paesi, dove, quando vengono comunque messe a verbale, a volte i reati vengono derubricati a semplici liti familiari, anche in presenza di lesioni.
«Le denunce delle donne vittime di violenza, specie se in fase di separazione, in alcuni casi non sono valutate come qualsiasi altra denuncia, ma subiscono una più approfondita valuta­zione di credibilità, nel presupposto che le donne mentono o esagerano», ha spiegato Valente.

Pochi hanno pagato davvero

Così, dei 211 procedimenti penali aperti nel biennio preso in considerazione, il 37% si è concluso con un’archiviazione e nei casi in cui si è arrivati a processo per femminicidio, solo il 35,7% di questi ha portato a sentenze definitive di ergastolo e di condanna a 30 anni di carcere.
Nel 40,8% dei casi si sono conclusi con pene inferiori ai 20 anni e in circa un terzo dei procedimenti, il giudice ha concesso le attenuanti per la condotta processuale dell’imputato, per il suo pentimento, per la sua età o perché incensurato.
Il 78% delle vittime, così come dei loro omicidi, è italiana. L’età media delle donne è di 51,5 anni, degli uomini appena di un anno in più.
Molti di loro (32,3%) già erano stati sottoposti a misure cautelari. Niente. Non è cambiato niente. Nonostante le denunce delle donne maltrattate e minacciate, nonostante le evidenti lesioni, i tentati strangolamenti.
In uno dei procedimenti penali presi in considerazione dalla Commissione d’inchiesta, la vittima, perché poi alla fine è stata uccisa, aveva denunciato il suo carnefice ben otto volte.

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