fbpx

La “fraìma”: ogni anno si rinnova l’antica tradizione dei pescatori

Nella foto in alto: Valnova di Caorle. Foto di Elisabetta Facchetti

Alle porte dell’inverno, per i pesci nelle valli scatta il richiamo del mare

Visto dall’alto l’ambiente vallivo di Caorle assomiglia a un dedalo di lunghe e sottili strisce di terra, canali e canalette, barene, paludi, zone d’acqua più ampie, qualche casone sparso qua e là.
E’ invece dalla prospettiva acquea, tra la ricca macchia mediterranea, i canneti e le salicornie e i silenzi interrotti dallo scorrere lento delle imbarcazioni a motore, che si capisce subito che ci si trova immersi in un ecosistema tanto fragile quanto complesso e affascinante.
E’ qui che a metà autunno si ripete la “fraìma”, ovvero la cattura del pesce che cerca di uscire dalle valli e raggiungere il mare.
Una tradizione secolare che per i pescatori di Caorle è diventata quasi un rito che si perpetua nei gesti tramandati di generazione in generazione.

Una delle fasi della fraima. Foto di Matteo Poja.

La “fraìma” oggi

E’ al peggiorare delle condizioni meteo-climatiche che i pesci sentono il naturale richiamo del mare e si preparano per una sorta di miracolo: una migrazione contraria – la cosiddetta smontata – che li porta ad incanalarsi in massa verso la bocca della valle, pronti a raggiungere le acque salate.

 

Si concentrano nei lavorieri, postazioni fisse fatte apposta per raccogliere il pesce entrato nelle valli da giovane, ed è qui che i pescatori si ritrovano di prima mattina per la fraìma.
Per pescare si tirano delle reti “tratte” le cui maglie variano in funzione della grandezza del pesce da catturare, dal novellame al pesce più grande. La cattura avviene su selezione perchè soltanto i pesci di taglia commerciabile andranno alla vendita; i più piccoli vengono messi in peschiere di sverno fatte apposta per consentire loro di sopravvivere alle temperature più rigide.

La cattura dei pesci durante la fraima.Foto di Matteo Poja.

Le valli da pesca, un modello sostenibile

La vallicoltura è un modello unico al mondo, un esempio di allevamento ittico sostenibile in cui vengono mantenuti inalterati ecosistemi delicatissimi e protetta la biodiversità.
In provincia di Venezia esistono 24 valli. Questi specchi d’acqua salmastri, dove l’afflusso di acqua dolce e salata è regolato da un sistema di chiuse, sono delimitati da sistemi di argini artificiali.

Vi si allevano numerose specie ittiche: orate, branzini, cefali, anguille, latterini su cicli di accrescimento annuali naturali.
In primavera le valli ospitano gli esemplari più piccoli dell’anno precedente, mentre dal mare arrivano le specie che migrano in maniera spontanea verso le acque più dolci delle lagune (la cosiddetta “montata”). Non vengono utilizzati mangimi, antibiotici o fertilizzanti.

Foto di Matteo Poja.

“Il pesce delle nostre valli – ci dice Matteo Poja, vallicoltore e Presidente della sezione Itticoltura di Confagricoltura della provincia di Venezia – si ciba soltanto di quanto trova nei fondali ma purtroppo nelle pescherie viene scambiato per quello proveniente da allevamento intensivo”.
Che tradotto significa: allevato in gabbie super affollate, trattato con farmaci e alimentato con mangimi super ingrassanti.
“Stiamo lavorando per istituire un marchio di tutela che garantisca provenienza e qualità, di conseguenza i consumatori saranno tutelati perchè sapranno cosa stanno mangiando e da dove viene il pesce di valle”, conclude Poja.

Fraìma in Valnova

In questi giorni la Valnova di Caorle ha voluto mostrare cos’è la fraima, il momento clou per chi vive di pesca.
Raggiungibile soltanto via acqua, ha un’ estensione di 562 ettari. Pochi sanno che questi ambienti rappresentano una ricchezza straordinaria anche dal punto di vista naturalistico e che fare il vallicoltore costituisce una sfida quotidiana. “E’ un mestiere che rischia di scomparire – ci dice Matteo Poja – facciamo di tutto per preservare l’ambiente e la biodiversità, ma negli ultimi anni il pescato si è molto ridotto per via della massiccia presenza di cormorani e di altre specie di uccelli migratori”.
“Noi siamo vocati esclusivamente all’allevamento estensivo – racconta Elisabetta Facchetti, proprietaria di Valnova, avvicinatasi da un paio d’anni nella gestione della valle – ma è davvero faticoso e costoso mantenere questi ambienti e questo modello produttivo perchè sono necessari continui lavori e manutenzioni”.

La fraìma, gesti tramandati da generazioni

E’ una tradizione secolare ma non è una rievocazione folclorista. La fraìma è un rito antico dal significato sociale perchè riguardava – e riguarda – un aspetto fondamentale della vita economica di Caorle: la pesca. In queste zone la tradizione dell’acquacoltura risale al XVI secolo, quando la Repubblica Serenissima cominciò a separare parti di laguna con staccionate di canneti, creando di fatto le prime valli da pesca. La fraìma dunque viene praticata da secoli. L’etimologia fa derivare la parola dal latino “Infra-Hieme”, che significa “sotto l’inverno” o “alle porte dell’inverno”. Ed era infatti alle porte dell’inverno che i pescatori caorlotti si trasferivano insieme alla propria famiglia verso le valli per catturare il pesce che migrava al mare. Per circa tre mesi i casoni, costruzioni di canna palustre con al centro un focolare, diventavano il loro rifugio invernale, quegli stessi casoni resi celebri nel 1950 dal romanzo di Ernest Hemingway Di là dal fiume e tra gli alberi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi su facebook
Condividi su twitter

Potrebbe interessarti anche: