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Femminicidi e stragi in famiglia, Crepet: “Non ci amiamo più”

Femminicidi e stragi in famiglia, Crepet: “Non ci amiamo più”
Paolo Crepet

Drammatico conto delle vittime: 11 persone solo nelle ultime 2 settimane. Crepet: “È giusto chiedersi che cosa sta succedendo agli adulti per capire cosa sta succedendo ai nostri figli”

A Finale Ligure, un 60enne avrebbe sparato a sua moglie e al figlio 15enne prima di togliersi la vita.
A Barberino del Mugello, un 36enne avrebbe lanciato da un viadotto autostradale l’ex compagna 45enne e poi si sarebbe gettato nel vuoto.
Quelle registrate nelle ultime ore sono solo le più recenti tra storie di tragedie in famiglia e femminicidi di un momento particolarmente delicato su questo fronte.
Perché, in attesa dei dati ufficiali del Viminale, basta scorrere le cronache per capire l’entità del fenomeno.
Dal 21 agosto a oggi, ovvero nelle ultime 2 settimane, a perdere la vita per queste cause sono state ben 11 persone, tra 4 stragi familiari e 2 femminicidi.
E c’è un elemento che rende ancora più difficile da comprendere questa escalation: la violenza esplode proprio all’interno delle relazioni più strette, tra persone che condividono la vita, la casa, gli affetti.
Ne abbiamo parlato con Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e scrittore, da anni impegnato nell’analisi delle relazioni familiari e dei fenomeni sociali.

  • Ci stiamo uccidendo tra persone che si vogliono bene?

“No: stiamo uccidendo persone a cui non vogliamo bene, perché condividere la quotidianità non vuol dire volersi bene”.Un padre che uccide il proprio figlio di 14 anni gli vuole bene? L’amore non si può mai trasformare in violenza. La risposta a come si possono trasformare i propri familiari nei bersagli della propria violenza è allora semplice: tutto questo succede perché non ci amiamo più”.

  • Il passo successivo, allora, è chiedersi: perché non ci amiamo più?

“Ormai siamo sempre più anestetizzati: non ci fanno più paura né il dolore, né la morte, ne niente altro. Come si fa, altrimenti, a spiegare il gesto di buttare la propria ex da un cavalcavia? È sbagliato parlare di un raptus: l’unica possibilità è una totale indifferenza al mondo. Non c’è molto da aggiungere”.

  • Questi episodi si verificano sempre più spesso all’interno delle famiglie…

“Vi fermo subito: ma quale famiglia? Sono famiglie scoppiate, amori scoppiati. Persone che stanno insieme solo statisticamente, ma le storie reali sono molto diverse. Se vogliamo trovare un fil rouge, lo possiamo individuare nell‘indifferenza, nella solitudine. Viviamo in un mondo che non ti guarda, che non ti ascolta”.

  • Si parla continuamente della fragilità dei giovani. Ma chi si occupa della fragilità degli adulti?

“La differenza tra adolescenti e adulti non esiste più. Questo è un mondo di adolescenti che giocano, che sono irresponsabili. E questo, direi, vale soprattutto per i presunti adulti. È allora giusto chiedersi che cosa sta succedendo agli adulti per capire cosa sta succedendo ai nostri figli. Anche se delle fragilità degli adulti non se ne occupa più nessuno: la percentuale di chi ha problemi e si rivolge ai servizi sociali è bassissima”.

  • Le cause del disagio, anche quelle dei giovani, vanno allora ricercate allora nella generazione che dovrebbe occuparsi dell’educazione?

“Le si cerchino dove si vuole. Generalizzare è sbagliato, perché gli episodi di cronaca coinvolgono generazioni tra loro molto diverse, con autori dei gesti che possono avere 18, 35 o 60 anni. Ritengo comunque che un filo comune tra la violenza degli adulti sui familiari e la crescente incapacità dei genitori di gestire i propri figli adolescenti ci sia. Perché se un genitore non capisce che la frustrazione è fondamentale e la toglie dal percorso di crescita è chiaro che, a 35 anni, non si è più in grado di reggere di fronte alla prima frustrazione a cui mamma non può porre rimedio. È un percorso devastante e logico, che denuncio ormai da una ventina d’anni”.

  • A proposito, lei ha parlato in passato di una famiglia “implosa”.

“L’ho scritto 15 anni fa e continuo a scriverlo. Ma non mi legge nessuno. Eppure, basterebbe saper leggere Instagram…”.

  • Instagram?

“Fatti come quello di ieri in Toscana sono prevedibili, perché ormai finisce tutto su Instagram.
Dietro l’orrore che si ripete c’è sempre la solita storia: un lui violento e una lei che non dice niente.
E le frasi scritte sui social sono ovvie, di banale interpretazione. Ma oggi non c’è più nessuno che le legge per capirle, totalmente anestetizzato dal continuo scroll”.

  • Torniamo al tema della solitudine?

“Sì. Ma come si fa? Queste persone non hanno amici, conoscenti, qualche amico o un collega che percepisca il disagio e li inviti a bere un caffè, a fare due chiacchiere per capirne di più? Per tacere, ma in una fase successiva, della complicità maschile, che porta a capire una reazione dopo essere stati lasciati e a non intervenire. Il fatto è, comunque, che, appunto, siamo soli. Anche nel rapporto tra padri e figli. E così, anche quando c’è un disagio manifesto, nessuno dice niente e tutto viene fuori dopo”.

  • Si riferisce per esempio, guardando alle cronache, al caso in cui l’autore di una strage possedeva tante armi?

“Cosa c’è di normale nell’avere 7 revolver? Chi possiede un’armeria in casa? Eppure, e fa venire i brividi, i vicini intervistati hanno parlato di una famiglia “normale”. Ma la normalità non esiste, non dimentichiamolo.
E invece si preferisce ottenere un livello di normalizzazione quasi come gettando un centimetro di asfalto sopra a tutto per livellare le cose”.

  • Ma quando, allora, una famiglia dovrebbe chiedere aiuto? Quali sono i segnali da non ignorare?

“Non c’è un gong: si dovrebbe intervenire quando si vede manifestare disagio da una persona. E non c’è bisogno di psichiatri o psicoterapeuti, per rendersene conto.
Il fatto è che non capiamo più quello che, molto semplicemente, capiva anche mio nonno. Basterebbe parlare, per stemperare il principio dell’odio. Tornando all’ultimo caso toscano, probabilmente la ragazza avrà intravisto o sentito frasi che potevano portare alla giusta interpretazione della situazione. Ma questo, mi ripeto, purtroppo non è avvenuto per quanto tutto fosse previsto o prevedibile”.

Alberto Minazzi

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