Pioniere della videoarte italiana,aveva trasformato acqua, fuoco, oro e tecnologia in un linguaggio unico. Metropolitano.it lo aveva incontrato per la prima volta nel 2020, davanti alle sue Cascate d’oro in Piazza San Marco. «Venezia mi ha reso fluido, elastico e mobile come lei»
È morto Fabrizio Plessi. E con lui Venezia perde uno dei suoi artisti più visionari, uno di quelli capaci di prendere la tecnologia e farla diventare emozione, di accendere uno schermo e trasformarlo in acqua, di far colare l’oro dalle finestre di un museo nel cuore di Piazza San Marco. Aveva 86 anni.
Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, era arrivato in laguna giovanissimo e qui aveva costruito non soltanto la sua carriera, ma il suo modo di guardare il mondo.
Studiò all’Accademia di Belle Arti, dove sarebbe poi diventato titolare della cattedra di pittura, e dalla fine degli anni Sessanta cominciò una ricerca che avrebbe portato l’acqua dentro film, videotape, performance e gigantesche installazioni.
Metropolitano.it lo ha incontrato diverse volte negli ultimi sei anni.
La prima intervista è del 2020, l’anno forse più difficile per una Venezia appena uscita dall’acqua granda e improvvisamente precipitata nel silenzio della pandemia.
Eppure Plessi, davanti a Piazza San Marco ferita, parlava di oro, di luce e di rinascita.

Il cordoglio di Venturini: “Perdo un amico e Venezia perde un pioniere”
Fabrizio Plessi aveva stretto con la città un rapporto così profondo da averla definita “la grammatica del mio lavoro”.
Ma anche Venezia aveva stretto un profondo rapporto con questo artista che dell’acqua aveva fatto il suo elemento e che, come diceva, era riuscita a rendere “fluido” un marchigiano “squadrato”.
“Perdo un amico e Venezia perde un pioniere, un visionario che ha sempre avuto il coraggio di seguire un linguaggio personale, senza cercare il facile applauso – dichiara il sindaco Simone Venturini -. Le sue opere portavano sempre luce: una luce fisica e insieme un’idea di energia, futuro e rinascita. Fabrizio ha saputo guardare Venezia senza nostalgia, mettendo in dialogo la sua storia con il contemporaneo. Le mie più sentite condoglianze, a nome anche dell’Amministrazione comunale, ai familiari di Fabrizio e a tutti coloro che hanno incrociato il loro cammino con la sua persona e la sua poetica. Lavoreremo affinché il suo messaggio continui a riverberarsi nelle opere e nelle iniziative di tanti altri artisti che produrranno arte seguendo il suo esempio”.

Il nostro primo incontro, davanti alle Cascate d’oro
Era il 2020 quando Metropolitano.it incontrò Fabrizio Plessi in Piazza San Marco.
Gli occhi puntati sul Museo Correr e, davanti a lui, la sua nuova installazione: L’Età dell’Oro.
Dalle finestre del palazzo sembravano scendere enormi cascate luminose.
Oro liquido, digitale, impossibile da afferrare.
“L’oro è il mio colore ed è anche simbolo della città. Venezia è d’oro: la Basilica di San Marco è ricca di mosaici d’oro e io ho pensato che questi elementi che la compongono si potessero sciogliere e diventare delle grandi cascate”, aveva spiegato.
Vent’anni prima, nello stesso luogo, Plessi aveva presentato Waterfire, mettendo al centro i suoi due grandi elementi: acqua e fuoco.
Nel 2020 tornava congrandi cascate d’oro che sgorgavano dalle finestre del Museo Correr “per rendere omaggio a Venezia, la mia città, dopo il periodo buio trascorso prima per “l’acqua granda” e poi per la pandemia che ancora sta vivendo”.
E dentro quelle cascate aveva nascosto un messaggio. Un augurio: Pax Tibi.«Pace a te Venezia».
“Venezia mi ha reso fluido”
Fabrizio Plessi aveva una capacità rara: riassumere concetti enormi con immagini semplici.
Per spiegare il suo rapporto con Venezia, dov’era arrivato a 14 anni, diceva che lui “un emiliano molto squadrato, plastico, abitando qui con il tempo” era “diventato invece fluido, elastico e mobile come la città”.
Venezia lo aveva cambiato. Lo aveva costretto a pensare al movimento, alla fluidità, all’acqua.
E l’acqua sarebbe diventata il suo elemento.
Acqua elettronica, mari verticali, flussi luminosi, fuochi digitali, monitor trasformati in sorgenti, cascate, paesaggi impossibili.
Fabrizio Plessi è stato uno dei pionieri della videoarte italiana e, nel corso della sua lunga carriera, ha attraversato la scena internazionale portando avanti una ricerca fondata proprio sull’incontro tra gli elementi primordiali e la tecnologia.
Fu presente 14 volte alla Biennale di Venezia.

L’artista che faceva convivere passato e futuro
Plessi non vedeva nessuna contraddizione tra la Basilica di San Marco e un led.
Anzi.
Era proprio lì che trovava il suo spazio.
Davanti alle Cascate d’oro, spiegando il rapporto tra i mosaici millenari della Basilica e la sua installazione digitale, ci disse: “I mosaici della Basilica continuano a vivere da millenni di fronte a quest’opera che è invece altamente tecnologica, legata al nostro tempo. Quindi passato e futuro si incrociano e convivono perfettamente”.
Perché non gli interessavano gli effetti speciali: la tecnologia non doveva raccontare quanto era moderna, ma gli archetipi: l’acqua, il fuoco, la luce, il tempo, il movimento, la natura.
Le sue opere, anche quando erano fatte di monitor e circuiti, avevano qualcosa di profondamente fisico.
Da Venezia al mondo, senza mai smettere di sperimentare
La sua carriera era cominciata alla fine degli anni Sessanta e lo aveva portato nei grandi spazi dell’arte internazionale.
Biennale di Venezia, Documenta di Kassel, musei e istituzioni in tutto il mondo.
Più di quattrocento mostre personali.
Nel 1993 realizzò le scenografie elettroniche per il concerto di Luciano Pavarotti a Central Park, a New York, e nello stesso anno inaugurò Liquid Time, una monumentale videoinstallazione prodotta da Philips per la Fiera di Berlino.
Ma Venezia restava sempre il punto di ritorno.
Nel 2011 il Padiglione Venezia della Biennale riaprì con la sua imponente installazione Mari Verticali. E poi Piazza San Marco, ancora una volta, con L’Età dell’Oro.
Fino al Natale digitale del 2020.
Quello che fece discutere tutti.
L’albero di Natale che divise Venezia
C’è chi lo ricorda per le grandi installazioni nei musei internazionali.
Chi per le sue videoopere.
E chi, inevitabilmente, per quell’albero di Natale in Piazza San Marco.
Non un abete tradizionale, ma una gigantesca struttura composta da 80 monitor luminosi dorati. Alta dieci metri, pesante nove tonnellate.
E Venezia, come spesso accade quando qualcosa rompe una tradizione, si divise.
C’era chi lo considerava arte contemporanea. E chi, molto più semplicemente, avrebbe preferito palline rosse e rami verdi.
Plessi non si scompose.
Anzi, ci scherzava sopra. Plessi, amplessi, perplessi.
Il suo albero, spiegava, era fatto di tecnologia e di digitale. Ma aveva una precisa idea di Venezia alle spalle: ottanta flussi di luce rivolti in ottanta direzioni per raccontare “l’intreccio secolare di culture che c’è sempre stato a Venezia”.
E tutto era d’oro, perché “è un metallo incorruttibile, come questa città”.
Anche in quel caso, la discussione era diventata parte dell’opera.
“Non sopportavo il vetro”. E poi lo trasformò in acqua
Negli ultimi anni Metropolitano.it lo aveva incontrato ancora.
E ancora una volta Plessi era riuscito a sorprendere.
Questa volta il protagonista era il vetro.
Proprio il materiale che, ci confessò, non aveva mai amato. “Non sopportavo il vetro”, confidò.
Eppure, a 85 anni, era proprio il vetro a diventare il centro della sua nuova, monumentale sfida artistica.
Nasceva così Perdersi in un bicchier d’acqua, una mostra costruita attorno agli archetipi più semplici della produzione muranese: bottiglie e bicchieri.
A modo suo.
“Ho voluto cimentarmi proprio con il bicchiere e la bottiglia, da sempre simboli ed elementi primari dell’arte vetraia muranese, per rendere questi oggetti più fluidi, più agili, più liquidi”, aveva spiegato.
Insomma, tutto tornava ancora all’acqua. Anche il vetro doveva imparare a muoversi.
L’arte come un respiro
Negli ultimi anni Plessi continuava a progettare, immaginare, disegnare.
Nel 2024, raccontando una nuova stagione di mostre, Metropolitano.it aveva scritto di un artista che continuava a immaginare e visualizzare arte in un turbinio di impegni, con esposizioni già programmate fino al 2027.
E’ strano pensare che ora debba fermarsi un artista che, nella memoria di chi lo ha incontrato, resta movimento, acqua che scorre, luce che pulsa.
Quando nel 2020 gli chiedemmo se L’Età dell’Oro fosse un messaggio di rinascita, rispose con parole che oggi sembrano quasi un testamento artistico: “La luce di queste cascate spero dia un po’ di nuova luce a questa città di eterna, incorruttibile bellezza che a tutto sopravvive”.
Venezia, oggi, sopravvive anche a lui.
Ma lo farà con il ricordo di quelle cascate d’oro che sembravano non avere origine né fine.
Del suo albero digitale. Dei suoi mari verticali.
Della sua capacità di prendere il passato e spingerlo, senza paura, dentro il futuro.















