Uno studio rivela che la risposta è nei nostri muscoli facciali che “partecipano” quando l’interpretazione si fa difficile
Le espressioni dei volti sono chiari segni di comunicazione quando la loro manifestazione non lascia dubbi interpretativi come nel caso di un sorriso o di un pianto. Ma cosa succede quando invece non sono così chiare? A questa domanda risponde uno studio dell’Università di Padova, ideato e coordinato da Paola Sessa con il team di ricerca del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Ateneo padovano, in collaborazione con Pie Francesco Ferrari dell’Università di Parma. La ricerca “Facial palsy reveals the sensorimotor contribution to facial emotion”, pubblicata su PNAS, la rivista ufficiale dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti, spiega come fa il nostro cervello a cogliere le sfumature e a riconoscere quale emozione è velatamente espressa nel volto degli altri.
Quando l’emozione è ambigua nl cervello scatta un meccanismo di simulazione
Lo studio in questione, a differenza di alcune ipotesi secondo le quali il cervello riconoscerebbe le emozioni altrui soprattutto attraverso l’analisi visiva dei volti, ha dimostrato che l’accuratezza con la quale si interpreta un volto enigmatico nelle sue espressioni facciali, dipende in modo decisivo dai contributi sensorimotori, i processi combinati con cui il cervello riceve informazioni dai sensi come vista, udito, tatto, propriocezione, del nostro stesso corpo. In altre parole nel momento in cui ci troviamo di fronte un’emozione ambigua, nel nostro cervello scatta una sorta di simulazione: per comprendere gli altri facciamo un tentativo “invisibile” di imitare i loro movimenti facciali. Osservando il volto di un’altra persona il nostro cervello invia segnali impercettibili ai nostri stessi muscoli facciali e al sistema motorio, simulando quella espressione.
Lo studio
A supportare questa nuova teoria è la sperimentazione fatta con la partecipazione allo studio di persone con aresi facciale congenita, sindrome di Moebius o acquisita, situazioni in cui è ridotta se non del tutto eliminata, la possibilità di muovere il viso senza dover ricorrere ad alterazioni artificiali. Gli studiosi sono arrivati a capire che se da un lato non vi erano difficoltà a comprendere le espressioni palesi del viso, la capacità di identificare le emozioni ambigue o nascoste risultava significativamente compromessa. Una dimostrazione, questa, che senza l’aiuto delle risposte fisiche e motorie del corpo, il solo sistema visivo cerebrale non arriva a decifrarle.
Tutti i partecipanti con paralisi facciale congenita o acquisita hanno osservato alcuni brevi video sia con espressioni emotive chiare, sia ambigue e i risultati hanno dimostrato l’importanza dei contributi sensorimotori del volto, in particolare nel caso di espressioni ambigue. Come spiega la ricercatrice Paola Sessa, capire cosa prova un’altra persona non è un’attività da spettatori. “Il nostro corpo – precisa la studiosa – infatti partecipa silenziosamente, ogni volta che un volto si fa difficile da leggere e non riguarda solo chi vive con una paralisi. E’ infatti bastato limitare temporaneamente i movimenti del viso di volontari sani perché la lettura delle espressioni più ambigue vacillasse



