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Fine vita: il Governo impugna la nuova legge del Veneto

Fine vita: il Governo impugna la nuova legge del Veneto

Il Consiglio dei ministri ha deciso di rinviare il testo alla Consulta, ravvisando aspetti contrari alla Costituzione

La legge sul fine vita, che il Consiglio regionale del Veneto ha approvato lo scorso 2 settembre 2026, è a rischio.
All’ultima opportunità possibile prima della scadenza dei termini di impugnazione, il Consiglio dei Ministri ha infatti deliberato nella riunione di ieri, 5 novembre, di portare il testo davanti alla Consulta “in relazione a una serie di parametri di costituzionalità”.
In attesa che la Corte si pronunci, in particolare sul rispetto di 6 articoli della Carta, la legge regionale veneta recante “Procedure per l’assistenza regionale al suicidio medicalmente assistito” resta al momento in vigore.
Ma la vicenda, intanto, riapre anche un dibattito che va ben oltre i confini regionali, con diverse Regioni (come Puglia, Abruzzo e Piemonte) che si stanno muovendo.
Perché, nonostante la sentenza del 2019 della stessa Corte Costituzionale, che decretò la non punibilità del suicidio medicalmente assistito, fissando anche le 4 condizioni che lo rendono possibile, il Parlamento e i vari Governi che si sono succeduti non hanno mai riempito il vuoto derivante dalla mancanza di una legge nazionale sul tema, richiesta anche adesso da più parti.

L’accidentato percorso della legge veneta sul fine vita

L’impugnazione da parte del Governo è solo un ulteriore tassello che va ad aggiungersi a un percorso che fin dall’inizio è stato alquanto travagliato. Già a gennaio 2024, la Giunta veneta aveva presentato una proposta di legge sul fine vita, che però non riuscì a trovare in Consiglio i voti necessari per arrivare all’approvazione.
La delicatezza del tema crea infatti una situazione che va oltre gli orientamenti politici. Determinante, nel percorso verso l’approvazione della legge, è stato non a caso l’accordo (chiamato “patto dell’acciuga” per lo spuntino consumato nell’occasione) raggiunto dal presidente del Veneto, Alberto Stefani, con il leader dell’opposizione, Giovanni Manildo.
I 32 voti favorevoli espressi, con appello nominale, in occasione del voto nell’aula di Palazzo Ferro-Fini sono così arrivati tanto da maggioranza che da opposizione, con 14 contrari e 5 astenuti anche in questo caso ripartiti tra i due schieramenti. E anche all’interno della maggioranza al Governo del Paese, nell’ultima decisione di Palazzo Chigi, si sono registrate profonde divisioni.

Zaia: “Rivendico con convinzione la scelta del Consiglio regionale”

Promotore, nella veste allora di governatore, già del primo progetto del 2024, l’attuale presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, ha commentato la decisione del Consiglio dei ministri premettendo di riconoscere come “prerogativa del Governo” il “diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità”.
Al tempo stesso, Zaia ha però rivendicato “con convinzione” la scelta dei consiglieri veneti. “Una scelta – ha proseguito – di responsabilità e soprattutto di attenzione ai cittadini e alla loro libertà. Abbiamo voluto dare regole certe a situazioni previste dal nostro ordinamento, evitando di lasciare soli i pazienti, le loro famiglie e i medici davanti a decisioni di straordinaria delicatezza”.
E anche il presidente del Veneto, Alberto Stefani, non fa passi indietro, convinto che la legge supererà il vaglio della Corte Costituzionale. E questo per la sostanziale diversità di contenuti, grazie alle modifiche introdotte nel testo attraverso una serie di emendamenti improntati al favor vitae, rispetto a quelli di altre regioni che hanno visto impugnare le loro leggi.

Le questioni di costituzionalità

A favore della legge veneta si è espresso anche il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, sottolineando come, a differenza di quelle impugnate di Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna, si tratti di una legge ordinamentale, che cioè traccia solo delle linee guida.
La legge, inoltre, non si limita a regolamentare il tema, ma offre al paziente anche alternative come le cure palliative.
Spetterà comunque ai giudici costituzionali l’esame dei singoli rilievi. Anche perché, sulla base di quanto avvenuto per altre Regioni, appare improbabile che venga eliminata l’intera legge, puntando piuttosto sull’indicazione di modifiche puntuali da apportare. E, non a caso, il Ministero della Salute avrebbe già avanzato alcune proposte di riformulazione.
E, del resto, i 6 articoli della Costituzione espressamente citati dal Governo riguardano ambiti tra loro ben diversi. Tra questi, i diritti inviolabili dell’uomo, la pari dignità sociale di tutti i cittadini e la tutela della salute. Ma anche aspetti amministrativi, come la ripartizione della potestà legislativa tra Stato e Regioni e il tema delle coperture finanziarie.

Alberto Minazzi

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