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L’Europa lancia l’allarme sul clima. +2 °C entro il 2050, ecco cosa rischia l’Italia

L’Europa lancia l’allarme sul clima. +2 °C entro il 2050, ecco cosa rischia l’Italia

Bruxelles fissa una nuova traiettoria di riferimento: +2 °C di riscaldamento globale entro il 2050, +3 °C entro la fine del secolo. Non è una profezia, ma lo scenario con cui l’Europa vuole imparare a convivere. Il caso Italia

Abbiamo davanti 24 anni. E’ questo il tempo a disposizione per prepararci.
E non sono tanti. Anche se il 2050 ci sembra lontano, in realtà è dietro l’angolo.
Per chi oggi frequenta le scuole elementari, sarà il periodo della vita in cui inizierà a costruire la propria famiglia e la propria carriera.
Per chi lavora, è l’orizzonte entro il quale dovranno essere progettate e realizzate infrastrutture che dovranno durare decenni. In un pianeta, il nostro, che tra 24 anni potrebbe essere diverso da quello che conosciamo.
Non è un “al lupo al lupo”, né l’ennesima profezia del santone di turno.
E’ il risultato dei dati sui quali si è basata la Commissione europea, che ha presentato per questo un nuovo quadro per la resilienza climatica e una proposta legislativa che punta a mettere i Governi in grado di prevenire i rischi climatici.
Per questo, i singoli Paesi sono stati chiamati a “elaborare dei piani strategici nazionali per adattarsi a un aumento delle temperature globali stimato in 2 gradi entro il 2050 e 3 gradi entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali”.
Sono questi i riferimenti che ciascuno dovrà considerare per prendere decisioni, sia riguardo gli investimenti sia riguardo le politiche economiche.
L’obiettivo è fare in modo che il clima entri nel meccanismo delle decisioni da prendere per il futuro.
Ogni Stato sarà libero di prendere le misure che ritiene più giuste e gli investimenti dovranno essere affrontati attraverso le risorse disponibili. La Commissione ha proposto, per il bilancio pluriennale 2028-2034, un obiettivo di spesa del 35% per clima e biodiversità, che comprende anche la preparazione ai cambiamenti climatici.

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Due gradi in più non significano la stessa cosa ovunque

I dati indicati dalla Commissione si riferiscono alla temperatura media globale confrontata con quella dell’epoca preindustriale.
Non significa dunque che ogni città del mondo e neppure che ogni città italiana, nel 2050, registrerà due gradi in più sul termometro.
Alcune regioni del pianeta, come il bacino mediterraneo, per esempio, sono particolarmente esposte, altre meno. La temperatura media poi non è tutto: contano anche la frequenza e l’intensità delle ondate di calore, i periodi senza pioggia e alcuni fenomeni meteorologici estremi.
Quel che è certo è che in molte parti del mondo cambieranno le quantità di acqua disponibile, la salute delle persone, la produzione agricola e la sicurezza delle città.

Il caso Italia

L’Italia è esposta a un riscaldamento importante.
Secondo ISPRA, “nel 2025 la temperatura media italiana è stata superiore di 1,03 °C alla media del periodo 1991-2020”.
E negli ultimi 45 anni (1981-2026) la stessa è aumentata di 0,43°C per decennio.
Come evidenzia il rapporto “Analisi del rischio. I cambiamenti climatici in Italia“, realizzato dalla Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), uno dei rischi più importanti da considerare sarà la siccità: “in tutti gli scenari – si legge – aumenta il numero di giorni caldi e dei periodi senza pioggia”.
Per contro, ci saranno anche periodi di piogge intense. Che però non risolveranno il problema perché se il terreno è secco, impermeabilizzato o incapace di assorbire rapidamente l’acqua, una parte delle piogge può defluire in superficie, aumentando il rischio di allagamenti.
L’acqua, quindi, potrebbe esser più difficile da gestire.

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Il clima entra in cucina

I cambiamenti climatici impattano sull’agricoltura e possono arrivare direttamente in tavola.
Non saranno a rischio tutti i prodotti ma sicuramente sarà più difficile programmare le produzioni, aumenterà la vulnerabilità delle aziende agricole e saranno a rischio le filiere alimentari. Con conseguenze sul costo della vita.
Le ondate di calore minano inoltre la salute, soprattutto delle persone anziane, dei bambini, di chi soffre di patologie e di chi lavora all’aperto.
E possono mettere sotto pressione, per conseguenza, i servizi sanitari.
Nelle città il caldo è poi amplificato dalla presenza dell’asfalto, che assorbe e rilascia calore. Nemmeno la notte porta sollievo.
Più alberi e spazi verdi, edifici progettati in modo diverso, sistemi di allerta, luoghi freschi accessibili alla popolazione e piani specifici per proteggere le persone più vulnerabili dovranno essere dunque nuovi parametri di riferimento nella progettazione.

Alpi, ghiacciai e fiumi: il Nord non è al riparo

Il rapporto del CMCC individua rischi per l’intero territorio nazionale, dal Nord al Sud. 
Nelle aree alpine, il riscaldamento mette sotto pressione ghiacciai, copertura nevosa ed ecosistemi montani.
Questi cambiamenti possono modificare i tempi e i modi in cui l’acqua viene accumulata e rilasciata durante l’anno.
Nelle pianure, invece, ci saranno più precipitazioni intense, allagamenti e piene fluviali: le infrastrutture dovranno essere adeguate ai rischi futuri.
La siccità, invece, può creare difficoltà per l’agricoltura e alcuni settori industriali, mentre, soprattutto al Sud, condizioni molto calde e secche possono favorire gli incendi boschivi.
Prepararsi prima può costare meno che ricostruire dopo un disastro.

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